Issue 001maggio 2026
Sensibilità digitale

Il pubblico non ha sempre ragione

Sulla fine di una collaborazione, sulla fragilità strutturale di chi crea per altri, e su cosa significa perdere un sogno per mano di chi non ne aveva uno.

Roberto Gagnor

“Genio!” “Brutta merda!” “Bullo!” “Bravo!” “Mediocre!” “Grande!”

La gamma dei giudizi in rete è vasta e variegata, lo sappiamo. C’è chi ti ama, chi ti adula prima e poi ti odia, chi ti odia a priori. Poi, per fortuna, c’è una stragrande maggioranza di meravigliosa gente normale.

L’ho sperimentato sulla mia pelle qualche settimana fa, quando all’improvviso sono diventato famoso. Di solito, sono noto quanto può esserlo uno sceneggiatore di fumetti, cioè zero (a parte qualcuno che ti riconosce in coda ai bagni pubblici a Lucca Comics). Ora, invece, ho molti più follower di prima.

Mi è già successo, per motivi altrettanto effimeri, e so che non dura, che è ridicolo credere che duri – o desiderarlo.

Perché è un’allucinazione, questa reputazione online.

Del resto, è allucinante anche l’evento che l’ha cambiata: la fine della collaborazione con il giornale che ho amato per tutta la mia vita. Ventitré anni di lavoro spariti con un GULP, tanto per restare in tema.

Le ragioni sono state tutte ampiamente discusse online: da chi ha letto e compreso, da chi ha letto distrattamente, persino da chi ha scelto di dare una sua personale e fantasiosa interpretazione. Ma nel mare dei social, un maelstrom in stile Poe, questa allucinazione diventa una nebbia che nasconde le cose belle. In cui i guerrieri diventano ombre, come nel gelido paese dei Cimmeri dell’Odissea. In cui appaiono i mostri, dai troll più piccoli ai grandi Kraken. Una nebbia che non si alzerà tanto presto, dato che tutti viviamo online. E quindi, che si fa? Mi fermo nella foschia e divento un mostro anch’io? Oppure mollo tutto, chiudo i miei social e via, nei boschi come Emerson? Allettante: ma io devo anche lavorare.

Il problema di queste soluzioni estreme è che sono, appunto, estreme.

Il mondo, invece, è tutto un rutilante, democristiano “Però”.

Forse, penso, c’è solo da dare una ripulita. Tendere le sartie, ripulire le vele, lavare le assi del ponte. Ricordarmi che la nave deve andare avanti. Ma nella nebbia spuntano altri Me, anche loro parti dell’allucinazione. C’è un Me Stronzo. Un Me Vittima. Un Me Razionale (ma a quello non dà mai retta nessuno). Un Me Narcisista, che si prende parecchie attenzioni. Chi dovrei ascoltare?

Nel silenzio, vado allora a trovare il Me Straniato, che se ne sta in un angolo e risolve l’impasse con una domanda. “Torniamo a scrivere?”

Perché io faccio questo, per vivere. Non solo perché mi pagano per farlo, ma soprattutto perché fa parte di me. Sono uno che si guarda dentro per raccontare il fuori. Che mette la sua libbra di sangue ed emozioni su una pagina, per far ridere e piangere chi legge. Che ricorda tutte le sue cicatrici, come dice Stephen King, e le riapre per raccontare quelle altrui.

Io e il mio Me Straniato, quindi, ricominciamo a battere sulla tastiera. Sarà una schifezza assoluta o qualcosa di passabile? Chi lo sa. Ma è l’unica soluzione che abbiamo: e ci ha salvati in ben altre tempeste.

Mentre metto una parola sopra l’altra, la foschia inizia a diradarsi.

E oltre l’allucinazione, intravedo una bella giornata.

Voce — Human Layer
Roberto Gagnor