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«Citizen Vigilante»: come si rende immortale un film mediocre

La libertà di espressione serve soprattutto per le espressioni che detestiamo, e a un film indegno si risponde guardandolo e poi dimenticandolo

Alberto
Cultura e politica
«Citizen Vigilante»: come si rende immortale un film mediocre

Nel 1988, quando alcuni gruppi cristiani conservatori organizzarono cortei e boicottaggi contro «L'ultima tentazione di Cristo» di Martin Scorsese, ottennero l'unico risultato che la censura garantisce sempre: resero celebre un film che molti avrebbero altrimenti ignorato. È una lezione che l'Europa continua a non imparare, e la conferma più recente arriva dalla Germania, dove la FSK, l'ente che assegna i visti d'età alle pellicole, ha trasformato l'ultimo lavoro di Uwe Boll in un caso internazionale con il solo metodo capace di riuscirci: provando a vietarlo.

Conviene ricordare di chi e di cosa parliamo, perché la parola «censura» ha il potere di nobilitare qualsiasi cosa la preceda. Uwe Boll è un regista tedesco che da vent'anni coltiva la reputazione di autore dei peggiori film in circolazione, un primato rivendicato con orgoglio quasi artigianale. «Citizen Vigilante», uscito il 19 giugno, racconta di Michael Sanders, ex ufficiale dell'esercito americano interpretato da Armie Hammer, che in una città europea mai nominata comincia a giustiziare i criminali sfuggiti alla legge, fino a sterminare un gruppo di stupratori con la loro famiglia mentre trasmette i suoi proclami contro lo Stato che non protegge i cittadini. Vuole essere il «Giustiziere della notte», il film del 1974 con Charles Bronson da cui discende l'intero genere; è invece qualcosa che la critica ha liquidato con rara concordia, sei per cento su Rotten Tomatoes, con giudizi che vanno dal «very cheap, incoherent» di Peter Bradshaw sul «Guardian» (scadente e incoerente) al «morally bankrupt» di Todd Gilchrist su «Variety» (moralmente in bancarotta).

Qui la FSK ha commesso l'errore che ha regalato al film la sua unica fortuna. Ha negato due volte la classificazione parlando di apologia del giustizialismo e, a detta di Boll, di incitamento alla violenza contro i migranti; poi, il 7 luglio, dopo un terzo esame, ha concesso il visto per le sale ai maggiorenni lasciando però in piedi il divieto per lo streaming e l'home video, una mezza misura che ha il difetto di tutte le mezze misure applicate alle idee: irrita senza impedire. In una società liberale un film ripugnante non si proibisce; gli si risponde, e lo si lascia marcire nell'unico modo che davvero teme, l'indifferenza del pubblico. Vietarlo è il contrario esatto: è consegnargli un pubblico.

E il pubblico è arrivato, spedito dal miglior ufficio stampa immaginabile. Il 25 giugno Elon Musk, proprietario di X, ha reso «Citizen Vigilante» gratuito sulla piattaforma per quarantotto ore: il post di Boll ha raccolto cinque milioni di visualizzazioni, quelli di Musk oltre dieci. Un film destinato a incassare pochissimo, circa seicentomila dollari a fronte di due milioni di budget, è diventato l'acquisto digitale numero uno su Apple TV e su Prime Video. La FSK voleva proteggere il pubblico dai cattivi maestri, e a un cattivo maestro ha procurato il pubblico che non avrebbe mai avuto.

Difendere il diritto di Boll a distribuire il suo film è doveroso, e non ha nulla a che vedere con il difendere il film: sta qui la scomodità della posizione liberale, che impone di battersi per la libertà di chi non se la merita. Perché «Citizen Vigilante» è propaganda travestita da denuncia: prende una paura reale, quella dell'insicurezza urbana, e la rivende come fantasia di vendetta a tinte etniche, salutata con entusiasmo dal suprematista americano Nick Fuentes e dalla consueta galassia identitaria che vi ha riconosciuto il profumo di casa. Il paradosso, che Boll non coglierà mai perché richiede una lucidità estranea al suo cinema, è che un film simile danneggia l'Occidente più di qualsiasi suo nemico dichiarato: ne offre il ritratto più infamante, quello che i suoi avversari disegnerebbero per calunniarlo, firmato però da chi giura di amarlo.

La morale è antica e noiosa come tutte quelle che funzionano: la libertà di espressione serve soprattutto per le espressioni che detestiamo, e a un film indegno si risponde guardandolo e poi dimenticandolo, senza bisogno di un tribunale che certifichi quanto tempo si è perso. La Germania ha fatto l'opposto, e ha ottenuto l'opposto. Il vero giustiziere di questa storia, alla fine, è proprio la commissione che voleva punirlo: ha dato a un film di Uwe Boll la sola cosa che non avrebbe mai potuto conquistarsi da solo, l'immortalità.

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