Vannacci è il politico perfetto dell’epoca: creato dai suoi nemici, nutrito dai talk, utile alla destra, indispensabile alla sinistra. Fino a quando smette di essere una caricatura e diventa un partito.
Per scrivere questo articolo ho visto un’intera puntata di Otto e mezzo, anche se mi sarebbe bastato guardarne tre clip online per arrivare ad alcune semplici conclusioni. La prima è che Roberto Vannacci sa stare in televisione. La seconda è che ha quell’aspetto che in Italia viene spesso scambiato per ambiguità sessuale e invece significa soltanto che a sessant’anni uno si tiene in forma. La terza è che Vannacci non vuole avere ragione. Vuole che gli si dia torto in prima serata.
La sinistra italiana ha sempre avuto un certo talento nel creare i propri mostri, ma raramente era riuscita a farlo con tanta generosità promozionale. Se avete un libro in uscita non dovete più sperare che ve lo censurino: dovete sperare che ve lo denunci Repubblica. Così Il mondo al contrario, libro che forse sarebbe rimasto un oggetto condiviso in gruppi Telegram, è diventato un caso nazionale. I temi erano sempre quelli cari alla destra: famiglia naturale, immigrazione come assedio, troppa frociaggine. Il bestseller è diventato programma di Futuro nazionale, e un caso mediatico.
Nel caso Vannacci-Gruber il gioco delle parti è quasi perfetto. Lui si presta a essere incalzato su omofobia, razzismo, sessismo, linguaggio reazionario. Lei diventa immediatamente meme mentre lo prende a pesci in faccia: «È fedele?», «Ha sposato una extracomunitaria», «Quante giravolte ha fatto!», «Anche a lei le poltrone piacciono». Quando lui le dice sibillino «le piacciono i clandestini» lei gli risponde di non dire sciocchezze. Il pubblico condividerà lo stesso frammento video sui social, interpretandolo in modi opposti. Quello di sinistra scriverà: “Gruber lo ha blastato". Quello che si percepisce patriota scriverà: “L’ha asfaltata”.
Hanno ragione e insieme torto entrambi. La contestazione televisiva funziona anche come format di legittimazione. Vannacci non deve vincere nel merito. Deve solo occupare il ruolo del perseguitato. Deve essere interrogato, corretto, guardato con una certa incredulità. Sembrare fuori posto nel posto giusto. D’altra parte i politici, come i programmi televisivi, si misurano in percentuali.
Poi torniamo a Vannacci, ma prima dobbiamo parlare di Gwyneth Paltrow.
I giornali e internet si sono cappottati perché Paltrow ha fatto da testimonial a un complesso residenziale di lusso a Herzliya, città israeliana. Nel video si sveglia in un interno costosissimo, si lamenta del fatto che la mattina arrivi troppo presto, beve il caffè, va a correre verso il parco. Insomma, i tipici problemi di ogni abitante di quel polveroso lembo di terra. Le hanno dato della regina del genocidio, che è comunque sempre meglio che della fascista.
Lo so cosa pensate: si porta avanti con il progetto immobiliare di Trump a Gaza; non ha mai letto un giornale; vive fuori dal mondo, tra candele vaginali e ritiri spirituali chic. Ma solo perché è bionda non significa sia ingenua.
Forse, e qui chiedo uno sforzo d’immaginazione, Gwyneth Paltrow ha semplicemente preferito i soldi dello sponsor all’approvazione di persone che non comprerebbero mai un appartamento da milioni di dollari in Israele. Forse ha calcolato il rischio di una promozione borderline in tempo di crimini di guerra e ha deciso che ne valeva la pena. Non ha pubblicato lo spot sul proprio profilo Instagram, cioè non si è consegnata ai ventenni pro-pal dai capelli colorati che le avrebbero spiegato che loro, nel suo immobile di lusso, non ci sarebbero andati.
Paltrow sa una cosa che anche Vannacci ha capito: i pubblici sono separati. Una campagna che ti peggiora presso un pubblico può rafforzarti presso un altro. Il pubblico che ti odia non coincide quasi mai con il pubblico che ti compra. E se non compra, non può boicottare. Può solo indignarsi, cioè lavorare gratis alla distribuzione del contenuto.
Paltrow vende uno status estetico-politico a un pubblico che probabilmente non si scandalizza per Israele. Vannacci vende presenza politica a un pubblico che non si scandalizza perché Gruber lo definisce retrogrado.
Quando Gruber gli chiede perché sembri ossessionato dai gay, lui risponde che i gay hanno già i diritti, possono andare in ospedale, possono guidare. Sono persone fortunate e non lo sanno. (Fa molto ridere che Gruber e Vannacci si sforzano moltissimo di dire “Lgbtq+”, il pubblico di Vannacci lo sa che si parla di invertiti?).
L’unico momento in cui Vannacci sembra davvero scaldarsi è quando Gruber mette in dubbio la sua lealtà. Vannacci risponde che lui è leale ai propri ideali, non necessariamente agli uomini che lo hanno candidato. Poi aggiunge che Salvini lo ha usato per prendere voti, quindi si sono usati a vicenda. Sarebbe la trama perfetta per un Brokeback Mountain al contrario.
Mi era sembrato tutto normale quando a un certo punto Vannacci s'è messo a parlare in francese. È una concessione al pubblico che guarda Gruber. Vuole far sapere che non è uno zoticone da felpa con il nome delle città scritta sopra, non è un Fantozzi delle ruspe, del calcio e della mortadella. Vuole dire: vengo in pace, sono rispettabile, la mia destra non è estrema, è solo destra, conosco anche le lingue. Vannacci dice le stesse cose che la destra italiana ha detto per anni, solo che oggi la destra italiana le dice con più cautela perché governa. Aspetto con ansia lo spot di un relais chateaux in Israele.
