Il 13 febbraio 2026, alla vigilia di San Valentino, OpenAI ha ritirato GPT-4o da ChatGPT per la maggior parte degli utenti. La ragione ufficiale era semplice: secondo l’azienda, solo lo 0,1% degli utenti continuava a sceglierlo ogni giorno, mentre l’uso si era ormai spostato verso modelli più recenti ed efficienti.
Eppure GPT-4o non era una versione qualsiasi del chatbot. Era il modello a cui molti utenti si erano affezionati per la profondità delle conversazioni, il modo in cui sembrava seguire il filo emotivo dello scambio, una qualità di presenza percepita come particolarmente empatica. Per alcuni, nel tempo, era diventato qualcosa di diverso da uno strumento: un compagno, un confidente, talvolta un partner amoroso.
Il suo ritiro ha generato una risposta insolita: petizioni, proteste online, accuse dirette a Sam Altman e alla direzione di OpenAI, nella speranza che il modello fosse mantenuto. Senza successo. Questa storia, apparentemente marginale nel vasto panorama dell’innovazione tecnologica, racconta invece qualcosa di molto concreto: l’emergere di relazioni affettive con entità non umane percepite come sensibili, capaci di rispondere empaticamente, ricordare e adattarsi al tono dello scambio.
Ma racconta anche una sproporzione radicale. Da una parte, persone che avevano organizzato una parte della propria vita emotiva intorno a un’interfaccia; dall’altra, una società privata che poteva modificare o interrompere quel legame con un aggiornamento.

Il lutto collettivo per il modello cancellato ha rivelato così una questione politica: chi è responsabile quando un’infrastruttura tecnica diventa anche un’infrastruttura affettiva?
La sensibilità che gli utenti percepiscono nel chatbot è davvero un’allucinazione collettiva, o una forma di manipolazione resa possibile da piattaforme che progettano e monetizzano l’attaccamento?
Questo scenario non è emerso dal nulla. Da un decennio la mia ricerca si concentra su queste forme di intimità artificiale. La mostra Artificial Intimacies, concepita nel 2023 come prosecuzione ideale del mio precedente progetto Data Dating, rispondeva ai primi segnali di una trasformazione allora ancora incerta ma già decisiva: l’ingresso dei sistemi conversazionali nelle zone più intime della vita emotiva e sessuale.
Volevo mostrare con quanta rapidità queste tecnologie stessero occupando spazi di prossimità, spesso in un vuoto di regolamentazione e senza un quadro etico adeguato. Ciò che affiora da queste situazioni è una nuova vulnerabilità: utenti, talvolta anche minorenni, coinvolti in scambi emotivamente intensi con sistemi progettati per massimizzare l’engagement.
Queste tecnologie vengono introdotte nella vita quotidiana come strumenti ludici, innocui, persino terapeutici. Ma molto rapidamente è diventato evidente che stavano entrando in territori più fragili: solitudine, curiosità sessuale, bisogno di riconoscimento e di ascolto.
Nella mostra Artificial Intimacies ho messo in parallelo queste dinamiche con quelle delle truffe sentimentali online - altro tema su cui lavoro - perché spesso mobilitano strategie analoghe di inganno affettivo: costruzione progressiva della fiducia, simulazione della reciprocità, intensificazione del legame e dipendenza emotiva. Con una differenza cruciale: nella truffa c’è un umano che finge con un obiettivo preciso; con l’AI, l’inganno è inscritto nel modello di business della piattaforma.
Un’opera chiave, nel contesto della mostra, è il film The Oasis I Deserve dell’artista francese Inès Sieulle. A partire da video YouTube reali in cui alcuni utenti documentano il tempo trascorso con i propri companion chatbot su Replika, l’artista restituisce l’ampiezza e gli estremi di queste relazioni. C’è l’utente dominante, quello innamorato e totalmente immerso nella relazione con il proprio avatar, quello che urla con violenza contro il partner artificiale umiliandolo. E poi il caso di un minorenne esposto a un’interazione sessualizzata non consensuale con un Replika mentre gioca ingenuamente a un videogioco.
Sieulle presenta questi casi non come episodi isolati, ma come sintomi di un ambiente emotivo già in formazione. The Oasis I Deserve mostra come l’intimità con l’AI possa diventare uno spazio di proiezione, dipendenza, dominio, confusione e abuso. Allo stesso tempo, rivela come comportamenti umani violenti o predatori vengano riflessi dentro questi sistemi, contribuendo a modellare chatbot che apprendono e riproducono pattern relazionali e bias dei loro utenti.
Il tema dell’“allucinazione della reciprocità” nasce qui. Non si tratta di ridicolizzare chi sviluppa un legame con un chatbot, né di ridurre queste esperienze a una semplice allucinazione individuale. Si tratta di interrogare l’immaginario collettivo e i modelli di business che rendono oggi plausibile l’idea di una reciprocità artificiale e automatizzata: una presenza sempre disponibile, capace di ascoltare, rispondere e adattarsi ai nostri bisogni emotivi.
L’allucinazione consiste forse proprio in questo: credere di incontrare un’alterità, quando in realtà si dialoga con un sistema speculare, progettato per riflettere, confermare e amplificare ciò che l’utente porta nella conversazione. Il chatbot appare come un altro, ma funziona spesso come uno specchio interattivo del sé.
È qui che emergono le zone più ambigue: la dipendenza emotiva; le bolle affettive individuali, in cui il chatbot diventa l’unico interlocutore stabile dell’utente; le spirali di rispecchiamento delirante, o delusional spiraling, in cui il sistema conferma e amplifica progressivamente convinzioni, fobie o fantasie; fino alle cosiddette psicosi associate all’AI, dove l’interazione prolungata confonde il confine con la realtà.
Ma attorno a queste allucinazioni solitarie nascono anche forme di collettività insospettabili: forum e thread Reddit come MyBoyfriendIsAI, in cui gli utenti condividono tecniche per proteggere i propri partner artificiali dagli aggiornamenti, scambiano esperienze intime, esprimono lutto, rabbia, gioia e senso di condivisione. Forse l’allucinazione collettiva non consiste nel credere ingenuamente che un chatbot ci ami. Consiste nell’accettare che la simulazione della reciprocità sia, ormai, una forma sufficiente di presenza.
