L'altra sera, a cena, un'amica mi ha spiegato che il suo ex è un «narcisista covert». Lo ha detto con la calma di chi legge un referto, come se avesse in mano l'esito di un esame e non il ricordo di una storia finita male. Succede di continuo: parliamo di noi e degli altri come se compilassimo una cartella clinica, con un lessico che cinque anni fa stava negli studi dei terapeuti e oggi sta nelle didascalie dei video. È cambiato il vocabolario dell'infelicità, e come ogni cambiamento di vocabolario racconta qualcosa di più grande di sé.
Parto dalla parte buona, perché è grande. Fino a poco tempo fa chi aveva attacchi di panico credeva di morire di cuore e se ne vergognava in silenzio; oggi sa dargli un nome, arriva prima e con meno terrore. La depressione ha smesso di essere «un momento no», e chiedere aiuto somiglia un po’ meno a una resa. I social hanno fatto entrare nel senso comune in cinque anni quello che alla psichiatria non era riuscito in un secolo: conviene riconoscerlo prima di ogni lamentela.
E però il rovescio esiste, e l'aveva già raccontato uno scrittore inglese molto prima di TikTok. Nel 1889 Jerome K. Jerome apre «Tre uomini in barca» con una scena che oggi chiameremmo virale: il narratore entra in biblioteca per curarsi un lieve accenno di febbre da fieno, l'unico disturbo che avesse davvero, e per noia sfoglia il resto del volume. Si scopre addosso una malattia dopo l'altra, dal tifo in giù, in ordine alfabetico, fino ad averle tutte tranne il ginocchio della lavandaia. Aveva soltanto imparato a cercarsi addosso le malattie degli altri.
Il volume, oggi, scorre da solo e dura quindici secondi, e la posta è più alta: un conto è credere di avere l’influenza, un altro è trasformare un disagio in una definizione di sé. Una diagnosi psichica riguarda un modo di stare al mondo, non un osso rotto uguale da ogni lato; e appena ci si dà un nome, si comincia ad abitarlo. Chi si convince di essere «ansioso» vede l'ansia diventare ciò che è, non più qualcosa che ogni tanto gli capita; chi bolla la madre come «tossica» ne ascolterà ogni telefonata già dentro la cornice che le vieta di sorprenderlo. Un nome, più che descrivere l'esperienza, la riorganizza: qui stanno il suo potere e la sua trappola.
Poi c’è l’uso che di questi nomi facciamo sugli altri, e lì l’innocenza finisce. «Narcisismo», «gaslighting» e «manipolazione» arrivano da storie lontane: Freud rese il narcisismo centrale nel lessico psicoanalitico; il gaslighting prende il nome dalla commedia teatrale «Gas Light», del 1938; la manipolazione non è una diagnosi. Nel feed finiscono nello stesso cassetto, etichette da attaccare a chiunque ci abbia deluso. Una diagnosi non nasce da una storia ascoltata a cena: richiede una valutazione, una storia, un contesto. Il feed si accontenta di una frase. E così persino il DSM, il manuale che classifica i disturbi mentali, finisce per somigliare a un oroscopo: caselle abbastanza larghe da contenere tutti e abbastanza nitide da sembrare scritte apposta per te.
Lo faccio anch'io. La prima volta che ho letto la definizione di «evitante» mi ci sono riconosciuta per intero, e per giorni ho riletto le mie storie passate come una chiave che apriva troppe porte, come il volume di Jerome; poi l'ho posata. Un nome, spesso, è il modo che troviamo per prendere sul serio qualcosa che nessuno, noi per primi, prendeva sul serio: in questo serve. Diventa un guaio quando ci si ferma lì, perché il seguito comincia dopo l'etichetta, nello staccarla per vedere cosa c'è sotto, quasi sempre più complicato e sopportabile del nome che ci eravamo dati. Un'etichetta dice che cosa sei e ti lascia lì. Chi ti ascolta davvero, invece, ti restituisce la parte che in quindici secondi non entra: la tua, per intero, compreso quell'accenno di febbre da fieno che sta sotto le diagnosi grandiose, la cosa piccola e vera che nessun manuale si abbassa a guardare.
