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Come le carte Pokémon sono diventate un investimento

Per questo le rubano con la fiamma ossidrica.

Daria
Costume
Come le carte Pokémon sono diventate un investimento

A San Giovanni, quartiere di Roma, lo scorso 23 giugno alcuni ladri sono entrati di giorno in un appartamento di via La Spezia armati di fiamma ossidrica. Hanno aperto la cassaforte, preso i gioielli e le carte da collezione, Pokémon e One Piece, e se ne sono andati prima che il proprietario rientrasse. Il bottino dichiarato era di duecentomila euro.

La domanda che mi fa venire voglia di scriverne è: a chi conviene che valgano così tanto?

Le carte Pokémon sono diventate un investimento attraverso il lavoro combinato di soggetti diversi. L’azienda giapponese governa espansioni, rarità e ristampe; le società di certificazione trasformano lo stato di conservazione in un voto; le piattaforme rendono visibile il prezzo; figure pubbliche con milioni di follower hanno trasformato l’apertura delle bustine davanti a una telecamera in uno spettacolo finanziario.

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Logan Paul, youtuber e wrestler, ha venduto all’asta una Pikachu Illustrator per 16 milioni e 492 mila dollari. Era l’unico esemplare conosciuto della carta ad aver ricevuto da PSA il voto massimo di dieci. Paul l’aveva comprata nel 2021 per 5 milioni e 275 mila dollari e in seguito aveva cominciato a portarla al collo dentro una custodia montata su una collana di diamanti. Nel febbraio del 2026 l’asta ha stabilito il record per qualsiasi carta collezionabile mai venduta. Il giocattolo era diventato ufficialmente un gioiello.

Il collezionista tipico di questa storia è qualcuno che quelle carte le ha avute da bambino, oppure le voleva e non le aveva, che è la versione più diffusa e più onesta. Adesso le compra, le fa certificare, le espone in teche e le mostra sugli stessi profili dove prima pubblicava le fotografie di viaggio.

Le carte stanno in una bacheca, fotografabili e valutabili in tempo reale come qualunque altro bene. Il vantaggio rispetto a un immobile è che puoi chiamarle “passione” anziché “investimento”. Fa sempre una figura migliore, alle cene e nelle conversazioni in cui si parla di soldi senza voler sembrare qualcuno che pensa ai soldi (certo lo svantaggio è dover spiegare a degli adulti che roba sia).

Da bambini le carte si scambiavano, si usavano, si piegavano e si perdevano. Adesso una parte dei collezionisti apre centinaia di bustine alla ricerca dell’esemplare raro; un’altra conserva scatole e blister sigillati, perché aprirli può ridurne il valore. Anche le singole carte vengono spedite ad aziende che ne valutano centratura, bordi, superficie e stato di conservazione. La differenza tra un nove e un dieci può valere migliaia di euro.

Il voto cambia anche il modo in cui si guarda l’oggetto. Il disegno e il personaggio diventano secondari rispetto alla sigla, al numero seriale e alla condizione certificata. La carta che vale di più è spesso quella che nessuno ha usato.

Questo sistema l’ha resa anche facile da rubare. Una carta occupa pochi centimetri, può concentrare un valore enorme ed è rivendibile in un mercato internazionale. Per riconoscerla non serve conoscere il gioco: bastano il nome, il voto e il prezzo registrato nelle ultime compravendite. I ladri di San Giovanni hanno trovato nella cassaforte esattamente ciò che il mercato aveva insegnato a considerare prezioso.

Siamo diventati abbastanza ricchi, o almeno abbastanza a debito, da poterci permettere il giocattolo che non avevamo. Abbastanza furbi da non usarlo.

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