KANSEI

The Mechanic and the Luddite

A Ruthless Criticism of Technology and Capitalism

Jathan Sadowski

Editore
University of California Press
Uscita
2025
Pagine
296
ISBN
9780520398061
Lingua
Inglese
Copertina di The Mechanic and the Luddite

La tesi

Jathan Sadowski propone una critica materialista della tecnologia. Il libro sostiene che molta discussione pubblica sbaglia oggetto: parla di macchine quando la domanda utile riguarda il capitale che le finanzia. Il primo capitolo nomina i due sistemi al servizio dei quali passa la giornata di chiunque, tecnologia e capitalismo, e li descrive come «a toxic miasma, an oppressive cloud, emanating from everywhere». Il metodo arriva dal secondo capitolo, in una massima dell'ingegnere Stafford Beer che l'autore ripete due volte: «The purpose of a system is what it does. There is after all, no point in claiming that the purpose of a system is to do what it constantly fails to do». Applicarla significa spostare la domanda da che cosa una tecnologia promette a che cosa fa, per chi, con quali soldi. Da lì i due modelli del titolo: «The mechanic knows how a machine is put together, how its parts function, and what work it does. The Luddite knows why the machine was built, whose purposes it serves, and when it should be seized». Sei capitoli applicano la coppia ad altrettante aree: l'innovazione e il venture capital, i dati, il lavoro, la rendita, il rischio, la produzione di futuri. L'ultimo si apre rifiutando esplicitamente di fornire una lista di soluzioni. Il primo capitolo precisa però che né tecnologia né capitalismo spiegano da soli ogni aspetto della società: il quadro è una scelta di metodo, da affiancare alle analisi di razza, genere, colonialismo e ambiente.

Capitoli «Two Systems» e «Two Models» · conclusione «Futures»

Come ci arriva

  • Prima il criterio, poi gli esempi. Il secondo capitolo separa l'analisi idealista da quella materialista e fissa tre domande da rivolgere a qualunque sistema: «What do you do? How do you work? Who do you work for?». Sadowski elenca poi i tre modi in cui le risposte vengono coperte: l'ostacolo tecnico delle scatole nere e del gergo specialistico, quello legale dei segreti industriali e degli accordi di riservatezza, quello mistico della tecnica come magia e del progresso come destino.
  • Il bersaglio comprende la critica. Il capitolo prende di mira anche chi critica. Lo storico Lee Vinsel chiama criti-hype l'operazione di chi «invert boosters' messages» conservando l'immagine di un cambiamento straordinario: prendere i comunicati stampa delle start-up e coprirli di scenari infernali. Sadowski ci aggiunge la lettura che Cory Doctorow dà di «Surveillance Capitalism» di Shoshana Zuboff, un'analisi che secondo Doctorow finisce per attribuire a Google e Facebook «sorcerous acts of mind control over users». Promettere quel controllo permetterebbe di chiedere più denaro a inserzionisti e partiti: «Imagine how much more you could charge advertisers and political parties if you could convince them that you had the ability to do mass mind control over consumers».
  • Sei aree, un solo movimento. Ogni capitolo prende un dominio e va a vedere chi incassa. L'innovazione diventa quello che entra nel portafoglio di un fondo, e l'autore chiama innovation realism l'idea che finanziarla in altro modo sia impensabile. I dati smettono di essere un giacimento naturale da estrarre. Il lavoro riappare dietro le macchine che dicono di averlo eliminato. Il software trasforma i produttori in locatori, ed è l'internet of landlords. Il rischio diventa merce, con i punteggi di credito e le assicurazioni comportamentali che inseguono la «statistics of one». I futuri sono un prodotto industriale, uscito da quella che chiama la futurism factory.
  • La chiusura nega la lista. L'ultimo capitolo si apre dichiarando quello che non farà: «At this point in the book, I'm probably expected to lay out a series of solutions for all the issues I have identified thus far», e subito dopo «I'm not going to do that, though». Al posto di un programma unico arrivano le utopie reali di Erik Olin Wright, cioè gli esperimenti anticapitalisti già in corso, con esempi di mutuo aiuto, lotte sul debito e sul clima e precedenti storici, e il Tinkerbell Effect: «speculative technologies only exist when we believe hard enough and clap loud enough». Il libro chiude sulla frase di Marx da cui viene il sottotitolo, la critica spietata che «will shrink neither from its own discoveries, nor from conflict with the powers that be».

Ricezione critica

DiBella, Kadiri e Zorman valorizzano la sintesi materialista come strumento introduttivo, anche quando esempi e concetti sono già familiari agli specialisti. Non presentano il libro come una nuova inchiesta empirica. Sam DiBella · Aisha P. L. Kadiri · Enej Zorman

Sul finale aperto il dissenso è reale: Crane lo accetta come spazio per elaborare alternative; Lacey teme che l’assenza di forme concrete d’intervento lasci il lettore senza una strategia adeguata. Kevin Crane · Paula Lacey

Chakraborty domanda come usare i due archetipi nella ricerca sul campo; Pleasants prova a trasferirli a scuola. Forelle aggiunge riserve teoriche specifiche sull’impiego ridotto di studi femministi, decoloniali e sulla disabilità. Proshant Chakraborty · Jacob Pleasants · MC Forelle

Le fonti 8

L’orientamento è ricavato dal testo della fonte. Sintesi automatica aggiornata al 16 ottobre 2026.

Il metodo

Le macchine confrontano testi critici esterni, consultati per intero e collegati all’originale. Ogni testo conta una volta. Estratti, citazioni promozionali e interviste senza una valutazione del libro sono esclusi.

Favorevole, con riserve e critica riassumono la posizione espressa dalla fonte. Sono classificazioni della sintesi, non voti assegnati dal recensore né da KANSEI. La selezione non è esaustiva.

Il confronto comprende anche obiezioni su singoli capitoli, dichiarate nel testo. Le risposte dell’autore documentano gli aggiornamenti e non contano come recensioni.

Un’eventuale lettura critica KANSEI richiede lettura integrale del libro e revisione editoriale.

DiBella apprezza la chiarezza con cui Sadowski ricompone un decennio di ricerca sociale sulla tecnologia. Legge il volume come enciclopedia di un metodo materialista, anziché attacco mirato; riconosce che non offre prescrizioni e auspica sviluppi pratici del modello.

Lacey trova robusta la sintesi strutturale e particolarmente riusciti i capitoli su lavoro e rendita. Obietta però che le figure del titolo scompaiono fino alla conclusione e che un rifiuto astratto e individuale non indica una rottura di scala adeguata.

Crane elogia accessibilità e capacità di smontare mistificazioni su dati, automazione, rischio e rendita. Considera produttivo il rifiuto del tecnofeudalesimo e accetta il finale aperto: il libro offre strumenti e argomenti per costruire alternative, senza appesantirli con prescrizioni troppo specifiche.

Kadiri elogia il linguaggio accessibile, gli esempi e la collocazione dei problemi tecnologici nell’economia politica. Trova particolarmente incisiva l’analisi della rendita e interpreta il luddismo come recupero di capacità d’azione; le analisi non esaustive sono accompagnate da indicazioni per proseguire.

Forelle considera il libro una risorsa eccellente anche per insegnare l’analisi marxista. Trova talvolta gratuite le frecciate, troppo generiche le generalizzazioni e poco sfruttati studi femministi, decoloniali e sulla disabilità; l’ottimismo confinato all’ultimo capitolo indebolisce la lettura per saggi autonomi.

Pleasants trova feconde le due figure per valutare l’EdTech e immaginare un curricolo che sviluppi capacità tecnica e critica del potere. Riconosce la familiarità delle idee, ma valorizza linguaggio e modelli; segnala la distanza fra questo progetto e la preparazione scolastica al lavoro.

Zorman giudica riuscito il collegamento fra teoria marxista e casi quotidiani. Considera il volume un’introduzione alla tradizione neoluddista, leggibile per capitoli autonomi; riconosce qualche passaggio superficiale ma lo lega all’ampiezza dichiarata e all’invito dell’autore a ulteriori letture.