KANSEI

The Myth of Artificial Intelligence

Why Computers Can't Think the Way We Do

Erik J. Larson

Editore
Harvard University Press
Uscita
2021
Pagine
320
ISBN
9780674983519
Lingua
inglese

Traduzione italiana

Il mito dell’intelligenza artificiale. Perché i computer non possono pensare come noi ↗

Autore
Erik J. Larson
Editore
FrancoAngeli
Collana
Tracce
Uscita
2022
Traduzione
Pierluigi Micalizzi
Copertina di The Myth of Artificial Intelligence

La tesi

Il mito preso di mira da Larson è l’inevitabilità dell’intelligenza artificiale generale, non la sua mera possibilità. Il libro sostiene che i successi su compiti ristretti non costituiscano, da soli, un percorso verso il buon senso e la comprensione umana. Al centro pone l’abduzione di Peirce: formulare una congettura che renda comprensibile un fatto, selezionando conoscenze pertinenti o inventando una spiegazione nuova. Secondo Larson, i metodi deduttivi e induttivi disponibili non forniscono ancora una teoria adeguata di questa capacità. La tesi scientifica si accompagna a una polemica culturale: promettere che i sistemi esistenti diventeranno inevitabilmente generali distoglierebbe risorse e attenzione dalle scoperte necessarie.

Introduzione, inclusa nota 1 · capp. 12, 14 e 18

Come ci arriva

  • Due errori fondativi Larson ricostruisce il passaggio di Turing dall’intuizione alla macchina che risolve problemi e attribuisce a Good un secondo salto: dalla macchina intelligente a quella capace di progettare successori migliori. Contesta che il meccanismo dell’esplosione sia stato chiarito e richiama la discussione di von Neumann.
  • Kitsch tecnologico Seguendo Kundera, il libro chiama kitsch le narrazioni che sostituiscono domande difficili su mente e persona con immagini di macchine inevitabili, salvifiche o distruttive. La genealogia passa per Comte, Arendt e Polanyi. Il capitolo 7 distingue anche ricercatori e posizioni diverse: il contrasto con Russell riguarda il significato di intelligenza, coscienza e finalità della ricerca.
  • Tre inferenze Deduzione, induzione e abduzione organizzano la Parte II. La deduzione conserva verità date le premesse; l’induzione generalizza dall’esperienza; l’abduzione propone spiegazioni rivedibili. Larson lega l’apprendimento automatico all’induzione e ne discute vincolo empirico, frequenze, saturazione e fragilità. Sostiene che né le due forme né i loro ibridi bastino alla generalità senza una svolta nell’abduzione.
  • La prova del linguaggio Pronomi, impliciti, contesto e intenzioni servono a illustrare la conoscenza che una conversazione richiede. Winograd, traduzione e Watson sono i casi principali. Larson descrive un’ampia sovrapposizione fra le risposte di Jeopardy! e i titoli di Wikipedia; Watson è descritto come sistema ibrido, costruito con molti moduli e un’estesa analisi umana del gioco.
  • Mito e cultura scientifica La Parte III passa da hive mind e swarm science all’Human Brain Project, alle teorie neocorticali e alla critica di Wiener alla scienza burocratizzata. Larson teme che dati e infrastrutture vengano trattati come sostituti delle idee. Nel finale propone invece strumenti che amplino le capacità umane e una cultura capace di sostenere invenzioni il cui esito resta imprevedibile.

Parte I, capp. 1–7 · Parte II, capp. 8–14 · Parte III, capp. 15–18 · note ai capp. 12–14 e 16–18

Ricezione critica

Wilson e Purdy accolgono con favore la contestazione delle promesse sull’IA generale e valorizzano la discussione delle inferenze. Stearn e Byford apprezzano storia e linguaggio, ma sollevano riserve sulla definizione di abduzione e sul rapporto fra difficoltà attuali e impossibilità. Hasselberger ritiene persuasiva molta critica, chiedendo però una concezione dell’intelligenza più ampia della logica. Kit Wilson · Brendan Patrick Purdy · Joseph Stearn · Ben Byford · William Hasselberger

Broad e Cox chiedono maggiore attenzione a dati, bias e scelte umane che già modellano i sistemi, contro un racconto concentrato sulla meta dell’IA generale. Koning distingue le prime due parti, che raccomanda, dalla critica della scienza collaborativa, che trova troppo generalizzata. Ellen Broad · Andrew Cox · Elizabeth Koning

Le fonti 8

L’orientamento è ricavato dal testo della fonte. Sintesi automatica aggiornata al 16 ottobre 2026.

Il metodo

Le macchine confrontano testi critici esterni, consultati per intero e collegati all’originale. Ogni testo conta una volta. Estratti, citazioni promozionali e interviste senza una valutazione del libro sono esclusi.

Favorevole, con riserve e critica riassumono la posizione espressa dalla fonte. Sono classificazioni della sintesi, non voti assegnati dal recensore né da KANSEI. La selezione non è esaustiva.

Il confronto comprende anche obiezioni su singoli capitoli, dichiarate nel testo. Le risposte dell’autore documentano gli aggiornamenti e non contano come recensioni.

Un’eventuale lettura critica KANSEI richiede lettura integrale del libro e revisione editoriale.

Stearn apprezza storia dell’IA ed esposizione della comprensione linguistica. Contesta però la vaghezza dell’abduzione come spiegazione generale dell’intelligenza e osserva che le difficoltà di programmarla non provano un’impossibilità. Segnala inoltre un’ambivalenza fra critica del sogno e sua conservazione.

Byford apprezza il percorso storico e logico e la critica dell’hype. Non accetta però l’eccezionalismo umano e trova l’abduzione a sua volta misteriosa. Difende l’utilità del machine learning e giudica troppo binaria l’opposizione fra promotori e avversari dell’IA.

Hasselberger trova informativa e spesso persuasiva la critica delle capacità attuali, ma ritiene insufficiente ridurre il senso comune all’abduzione. Sottolinea significati, valori ed esperienza incarnata, e sposta il rischio principale verso la cessione di agency a sistemi privi di comprensione.

Wilson considera il libro tempestivo, stimolante e severo verso le promesse della superintelligenza. Condivide lo scetticismo sull’intelligenza come algoritmo; vorrebbe però maggiore attenzione all’origine biologica e prelinguistica del pensiero, che precede i codici e il linguaggio.

Broad elogia chiarezza, ampiezza culturale e capitoli sul linguaggio, ma rimprovera la scarsa attenzione ai bias sociali dei dati e alle decisioni dei progettisti. Ritiene che il libro separi troppo umano e macchina e non interroghi abbastanza il perché del progetto.

Koning raccomanda le prime due parti per chiarezza e discussione dei limiti dell’IA. Sulla terza critica l’esaltazione del genio individuale, ricordando il ruolo storico della collaborazione scientifica e giudicando non provata la generalizzazione dal progetto neuroscientifico all’intera scienza.

Purdy giudica eccellente il confronto fra successi ristretti e promesse dell’IA generale e apprezza il ruolo restituito a Peirce. Vorrebbe però più espliciti riferimenti a funzionalismo, dualismo, coscienza e dimensione religiosa, che considera rilevanti per l’esperienza umana.