Media

Casa Vianello secondo Tommaso Labranca

Sandra, Raimondo e l’eleganza della quarta parete

Casa Vianello secondo Tommaso Labranca
Condividi
Ascolta
1×
0:00
12:37

Letto da una voce sintetica. L’audio dichiara in apertura chi ha scritto il pezzo.

Premessa

di Claudio Giunta

Tommaso Labranca è morto dieci anni fa, il 29 agosto 2016, e Mondadori ha finalmente stampato un’antologia delle sue opere intitolata Dal pop al popolo. Opere scelte (primo volume: speriamo ce ne sia un secondo). L’ho curata io insieme a Luca Rossi.

Labranca è stato uno dei primi a scrivere in rete, cioè a usare la rete per condividere le sue opinioni e la sua creatività; è stato anche uno dei primi a capire che la rete non era veramente un contenitore adatto alle opinioni pacatamente espresse. Apriva un blog, ci scriveva, leggeva i commenti, si desolava, chiudeva il blog. Tra il 2008 e il 2012 ha tenuto una rubrica intitolata Collateral su «FilmTV» (la collezione completa si trova su filmtv.press). Il pezzo che segue è uscito lì il 6 luglio 2011, ma la versione che leggerete è quella che si trova in uno dei file che Luca Rossi ha recuperato dal pc di Labranca; evidentemente lo aveva caricato online, a beneficio dei suoi, diremmo oggi, followers. È un testo pieno di nostalgia per la televisione di una volta, che in effetti, somme toute, non era affatto male (e la parodia di Vianello del cabaret brechtiano era davvero geniale).

Testo di Tommaso Labranca

Anteprima del pezzo che uscirà martedì su FilmTV. Solo fino a domani mattina.

La televisione è una mitopoiesi, una mitologia artificiale, ma affascinante. Più la televisione delle origini che quella odierna, quella che nasce con il grande demiurgo Enzo Trapani. Oggi la potenza del mito è meno affascinante perché conosciamo il momento in cui lo sconosciuto varca il confine catodico e si trasforma da umano a mito (provvisorio): quando entra nella casa del Grande Fratello, varca il palco di Zelig o di X Factor o riceve la sua prima inquadratura in una fiction.

Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, esattamente come Mike Bongiorno, Gino Bramieri, Corrado, Walter Chiari, Alberto Lupo, avevano la forza del mito che non svelava il momento della sua nascita. Li abbiamo trovati già chiusi nella scatola televisiva, nati insieme alle prime antenne che si diffondevano sui tetti.

Questo pre-esistere era la loro grande forza, quella che non ci avrebbe mai permesso di immaginarli umani, bambini o anziani, scomposti, in mutande, abbandonati al turpiloquio. Eppure per anni abbiamo visto Sandra e Raimondo invecchiare, li abbiamo seguiti in ogni momento della loro intimità catodica, in pigiama o abito da sera, sereni o nervosi, lui travestito da donna, lei da pagliaccio, lui insofferente vicino di casa, lei ubriaca sul lampadario. Li abbiamo sentiti parlare senza remore dei loro gravi problemi di salute, mai celati e non a caccia di compassione, ma solo per sensibilizzare il pubblico sulla ricerca o sul modo di affrontare con forza i tumori.

Si potrebbe pensare che Vianello e la Mondaini siano stati i veri inventori del reality show, mettendo in onda il proprio rapporto per quasi cinquant’anni, tra mille variazioni. Non è così, perché lo scarto tra la pacchiana casa del reality e i toni pastello degli arredi di Casa Vianello è la mancanza di volgarità. Quella volgarità che invece impera tra i burini a caccia di soldi facili sotto l’occhio della Marcuzzi. L’eleganza dei due attori nasceva dalla coscienza di avere davanti la quarta parete, quella transenna illusoria che in teatro divide il palco dalla platea.

Ecco svelato il mito della loro origine: il teatro. Sandra e Raimondo non erano nati contestualmente al televisore, ma avevano alle spalle anni di esperienza teatrale, quella dura dell’avanspettacolo, dove si impara a fare tutto.

Sandra Mondaini inizia a vent’anni a recitare in piccole parti al cinema prima di passare al teatro di rivista con Macario. Ma il primo sguardo verso il pubblico lo aveva lanciato molti anni prima, grazie al padre, Giaci Mondaini, pittore e illustratore. Lo sanno in pochi. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Giaci disegna un manifesto propagandistico sul consumo del pane in cui una bambina dagli occhi enormi ed espressivi tende le mani. Bastano quegli occhi per riconoscere Sandra piccola. La giovane Sandra incarna il nuovo tipo di soubrette, diversa dalla femme fatale d’anteguerra e dalle primedonne che nascondevano dietro piume, cani e scalinate una diffusa mediocrità artistica. Sandra sa fare tutto e a quel tutto aggiunge una fortissima carica umoristica. E far ridere è sempre molto più difficile del far piangere, soprattutto se si è donne. Adesso siamo abituati a ridere con la Littizzetto, ma senza le carriere faticose della Mondaini, Franca Valeri e Bice Valori forse la vita della Torinese sarebbe stata diversa.

Delle sue origini milanesi la Mondaini ha soprattutto la pragmaticità e la determinatezza, il dinamismo e la curiosità per il nuovo. Un’indole esattamente contraria a quella di colui che nel 1962, dopo un fidanzamento durato quattro anni, divenne la sua inseparabile metà: Raimondo era fatalista e indeciso, pigro e tradizionalista. Ma nessuna di queste qualità dipendeva da una origine geografica. Vianello era un vero cocktail: il padre ammiraglio proveniva da una famiglia veneta; la madre, marchesa, era maceratese. Lui nacque a Roma, visse da giovane a Pola. Altrettanto fluttuante fu la sua preparazione: una laurea in giurisprudenza (ma non praticò mai l’attività d’avvocato), una forte attrazione per lo sport, tanto da iniziare una carriera da calciatore, richiesto persino da squadre importanti. Alla fine decise per lo spettacolo, iniziando, come molti, dalla rivista. Anche per lui quella fu una scuola utile per affrontare compiti diversi: da attore cinematografico a presentatore del Festival di Sanremo, da conduttore di quiz a moderatore sportivo. Tutto fatto stando una spanna più in alto del suo ruolo, quasi guardandosi dall’esterno e sorridendo di ciò che stava facendo. Raimondo era l’anti-Mike: tanto autoironico Vianello, quanto preso dal suo ruolo Bongiorno.

Il legame di Vianello con Tognazzi è materia di leggenda, anche perché è così lontano nel tempo da non aver inciso sulle generazioni più giovani, quelle che lo hanno conosciuto e amato per la longeva serie di Casa Vianello. E forse nemmeno su quelle di mezzo, su coloro che non hanno perso un sabato sera con i Mondaina, come si facevano scherzosamente chiamare per distinguersi dai Vianella, duo canoro formato da Edoardo Vianello e da sua moglie Wilma Goich.

Sai che ti dico?, Tante scuse, Di nuovo tante scuse, Noi... no! furono trasmissioni irripetibili per stile, divertimento, eleganza registica, livello degli ospiti. Per il modo in cui mescolavano rivista tradizionale e straordinarie innovazioni. Vianello fu tra i primi a rompere la sacralità della ripresa televisiva, rivelando lo studio, i suoi tecnici, gli assistenti, la falsità della televisione. Fino a far diventare coprotagonisti quegli stessi manovali dello spettacolo: dal suggeritore veneto al barista romano all’assistente di studio, coinvolti in un tragico tentativo di cabaret tedesco brechtiano, una delle immagini più persistenti rimaste sulla retina catodica di intere generazioni. Sembrava un semplice sketch: era invece una scarica potentissima di sarcasmo che Vianello lanciava contro la cultura allora imperante dell’impegno a ogni costo, tipica degli anni Settanta, che voleva distruggere il varietà tradizionale come quello incarnato da Sandra nei momenti a colori dello show, con lustrini e cantanti. Raimondo invece si presentava in bianco e nero, in uno scantinato, con i suoi tre disperati compari in orribili calzamaglie nere costretti ad alzarsi a ritmi alterni da una panca, sollevando i cappelli a cilindro e cantando il Moritat di Kurt Weill. Poi nell’ultima puntata dello show, Vianello lasciò i tre da soli e fuggì a inebriarsi di colori e paillettes nel settore di Sandra. Non credo si riuscirà mai a fare nulla di più forte in televisione.

Nonostante simili risultati, la Rai non fu buona con Sandra e Raimondo. Li mise decisamente da parte e i due decisero di seguire Silvio Berlusconi nell’avventura della televisione commerciale. Poco prima che iniziasse il loro nuovo show su Canale 5, qualche intelligente dirigente Rai mandò in replica tutti i vecchi spettacoli della coppia, così da impedire loro di riproporre uno solo degli sketch del passato.

Una ingratitudine che, per fortuna, è stata compensata da un amore sempre saldo e fedele da parte del pubblico.

Cinque film

Le pellicole di Raimondo Vianello (molte con Ugo Tognazzi) e Sandra Mondaini (anche senza il marito) sono sempre state commedie di poche pretese, ma che conservano momenti esilaranti ancora oggi.

Susanna tutta panna (Steno, 1957)

In questo milanesissimo film, Sandra Mondaini è la capricciosa e infantile moglie di Gianni Agus, alle prese con una caccia al tesoro. Per vincerla, la Mondaini deve presentarsi in camicia da notte con una torta Susanna in mano. Sandra crea un personaggio irritante e delizioso al tempo stesso.

Le Olimpiadi dei mariti (Giorgio Bianchi, 1960)

In una Roma che fibrillava per le Olimpiadi del 60, Raimondo e Ugo sono due giornalisti che approfittano dell’assenza delle mogli per ospitare alcuni feroci turisti tedeschi in città per i Giochi. Obiettivo: le procaci e giovani germaniche. Nel finale esplosivo appare anche Adolf Hitler, naturalmente.

Caccia al marito (Marino Girolami, 1960)

Una storiellina esile firmata da Giuseppe Moccia, padre dell’odierno Federico. Quattro commesse di grandi magazzini si spacciano per ragazze ricche e vanno in vacanza in un albergo di lusso. Grandi caratteristi, Walter Chiari as himself. E Sandra con Raimondo. Memorabile la sigla: un cha cha cha eseguito dal Quartetto Cetra.

A noi piace... freddo (Steno, 1960)

Un anno dopo A qualcuno piace caldo, ecco una commedia che riesce a ironizzare sui luoghi comuni della Resistenza. Realizzata oggi scatenerebbe infiniti dibattiti politici. Equivoci con ancora di mezzo i tedeschi, considerati tutti nazisti. Raimondo e Tognazzi ovviamente anche en travesti.

Psycosissimo (Steno, 1961)

Steno insiste sulle parodie, seguendo Hitchcock. Dell’originale non c’è nulla e forse non vuole nemmeno esserci. C’è solo la grandezza di Raimondo e Tognazzi in fuga continua. Imperdibile il momento nella sauna, con il lamentoso incipit di Vianello: «La nostra è una lunga et dolorosa historia...».

Cinque momenti indimenticabili

Arabella

Prima di Sbirulino, l’alter ego di Sandra era la fantastica Arabella, bambina terribile che mosse i primi passi con l’amichetto Filiberto (Paolo Poli) in Canzonissima 61. Arabella tornò più volte da sola, spesso in scenari con oggetti sovradimensionati. La Mondaini smise di interpretarla quando iniziò ad avere problemi alla voce.

L’uccisione di Marcella Bella

Humor nero favoloso, oggi impensabile in una tv ipocritamente buonista. Raimondo, raffinato melomane, odiava i cantanti e nei suoi show li faceva sparire. Una volta uccise Marcella e mentre su Sandra in scena gocciolava il sangue del cadavere nascosto sopra le luci di studio, lui cantava «Gocce di sangue su di te...».

La parodia di Gamma

Gamma era uno sceneggiato di successo in cui si narrava di un trapianto di cervello. Sandra fa eseguire lo stesso trapianto su Raimondo che poi controlla a distanza. «Vai e uccidi...». E Raimondo, va e preme un campanello su cui c’è scritto Raffaella Carrà, ai tempi giovane soubrette in ascesa e (finta) rivale di Sandra.

Sigle finali

Quando negli anni Settanta c’erano gli show leggendari della coppia, nessuno osava spegnere la televisione prima dell’ultimo fotogramma delle sigle finali: cosa sarebbe successo a Raimondo-Tarzan? Come sarebbero stati fatti fuori i Ricchi e Poveri? E come avrebbe ucciso Sandra questa volta? Tempi perfetti, mai una delusione.

Che barba, che noia...

Alzi la mano chi, almeno una volta, non ha scalciato sotto le lenzuola sbottando: «Che barba, che noia...» come faceva Sandra alla fine di ogni episodio di Casa Vianello in cui era successo di tutto. Al suo fianco un compassato Vianello, spesso incerottato per le disavventure trascorse. «Ma io sono stufa sai... buonanotte!».

Claudio Giunta
Claudio Giunta
Contributor

È professore ordinario di Letteratura italiana all’Università di Torino. Scrive sul Domenicale del «Sole 24 Ore», sul «Foglio» e sul «Post». Tra i suoi libri Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo (2013), Le alternative non esistono. Vita e opere di Tommaso Labranca (2020) ed Effimero Novecento. Il costume degli italiani (curato con L. Benadusi ed E. Papadia, 2024)

Leggi tutto il numero

Editoriale, video e tutti gli articoli, in un'unica pagina.

Apri il numero