Cultura

Granato mobile e l'eternità della nostalgia

So a memoria il jingle di un mobilificio di Nichelino e mi vergogno poco. Lego, remake e ristampe hanno per bersaglio i quarantanovenni come me. Poi mostro Indiana Jones e Brian di Nazareth ai miei studenti, e loro sbadigliano.

Granato mobile e l'eternità della nostalgia
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Son contento di esserci andato / Ma da chi? Da Granato!

So a memoria tutte le strofe di questo jingle anni Ottanta di un mobilificio torinese. Potrei citare allo stesso modo Dante, Ungaretti, Leopardi? No. Mi vergogno tanto, come dice Billy Crystal a Meg Ryan in Harry Ti Presento Sally, quando lui ammette che va a letto con tante donne e poi le dimentica: e sappiamo benissimo che non si vergogna per niente. Quanto al jingle, l’ha scritto Romano Bertola, copywriter e creatore di alcune battute meravigliosamente scorrette (“La mia mamma è andata in cielo”, disse il bambino triste. “Non rompere, bambino! Sappiamo tutti che tua madre fa la hostess, scopa, gira il mondo e si diverte!”).

Resta il fatto che passo fin troppo tempo su YouTube a cercare vecchi fumetti, vecchi giocattoli, vecchie sigle, vecchi spot. Naturalmente, non sono l’unico: mia moglie, anche lei allevata dalle TV private del periodo, sa a memoria quello del Mercatone dell’Arredamento di Fizzonasco e recupera le Barbie che aveva – e quelle che NON aveva – da piccola.

Lo confessiamo, vostro onore: siamo nostalgici.

E non parliamo dei fumetti. Mi basta una vignetta di certe storie e so dov’ero quando l’ho letta per la prima volta. Soprattutto, so chi ero. Un bambino felice, per certe storie Disney. Un adolescente sfigato, ma deciso a fare il lavoro che faccio oggi, per certe baracconate Marvel degli anni Novanta (bellissime). Mentre leggo, però, so che non sono più quella persona.

Sono diverso – e faccio appello a tutto il mio ottimismo per non aggiungere “purtroppo”.

Arriva l’algos, il dolore che si prova al nostos, al ritorno.

Un po’ ritrovi chi sei, un po’ sai che l’hai perso per sempre. Perché quel jingle del mobilificio mi ricorda me stesso a otto anni, a casa. Mi ricorda pomeriggi d’inverno passati a guardare la TV, a giocare, a leggere fumetti. Con i miei genitori ancora tutti vivi, i miei nonni ancora tutti lì, un mondo chiaro e sicuro. Un personale paradiso perduto, come ce l’abbiamo tutti.

Ed è su questo che si fonda la nostalgia di oggi, un’industria il cui target è la mia generazione. La Lego rifà vecchi set o produce nuove costruzioni mirate non a chi ha nove anni, ma quarantanove, come me. Modellini, ristampe, remake. Come quello dei Masters Of The Universe, che io e il mio amico Andrea abbiamo visto al cinema, senza mogli a disturbare la sacralità del momento. Spoiler: è veramente brutto, incapace di trovare un’epica, troppo occupato a smorzare ogni momento forte con gag deboli, a essere del 2026 quando avremmo voluto che fosse del 1986. Rieccolo, il dolore. I miei occhi leggono e guardano, ma dietro c’è un io diverso.

Soprattutto, il mondo è cambiato e ride di quel che per me è bello, vero, formativo, quasi sacro. Peggio: inizia a fregarsene. Me ne accorgo quando mostro certi film ai miei studenti. Il primo Indiana Jones, capolavoro assoluto della trilogia (esistono SOLO tre film di Indiana Jones e lo sappiamo tutti)? Loro lo guardano senza un’emozione. Brian di Nazareth, con Graham Chapman che scrive ROMANES EUNT DOMUS e un centurione lo corregge finché non diventa un più esatto ROMANI ITE DOMUM? Loro non ridono.

Vabbe’, penso, magari avete un senso dell’umorismo diverso dal mio (o forse, penso rancoroso, non ce l’avete proprio).

Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, un Batman titanico e anarchico che... gli sciagurati sbadigliano. Sono io che li annoio coi miei riferimenti da boomer, oppure sono loro dei dannati bimbiminkia? È il mondo di oggi che è orrendo o sono io che sono fuori sincrono? Devo rifugiarmi nel passato come se fosse un castello in rovina, deciso a morire nell’assedio della modernità? O accettare il cambiamento, svendendo il mio passato in nome di un presente mediocre e senza idee? Eppure, quelle storie sono capolavori.

E sono parte di me.

Eccola, forse, la soluzione.

Tra quelle pagine, in quei fotogrammi di un VHS sgranato, ci sono io. Quelle idee, quelle storie, ci sono ancora, insieme a quello che ho provato quando le ho conosciute. Forse posso tornare in quella nostalgia dolciastra e farla diventare qualcos’altro. Il mio occhio non sarà più la porta di un rifugio di storie morenti, ma il filtro che le rinnoverà. Da cui uscirà qualcosa di nuovo e diverso, ma che nel suo DNA avrà proprio quelle storie. I miei Indiana Jones, i miei X-Men, il mio Topolino, i miei Monty Python finiranno in altre storie. Che non si piegheranno all’oggi, ma lo accoglieranno. E quando qualcuno le leggerà, magari ci troverà qualcosa che non sarà solo mio, o suo. Che non sarà legato al tempo e, con un po’ di fortuna, avrà qualcosa di eterno. Anche se non l’avrà trovato da “Granato Mobili, Via Martiri 24, Nichelino, Torino.”

È stato per anni sceneggiatore di fumetti su Topolino, autore, tra le altre, della serie "La storia dell'arte di Topolino"

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