In Cina sono nate piattaforme sulle quali una persona può caricare le fotografie del proprio volto, stabilire un prezzo e autorizzarne l’impiego nei contenuti generati con l’intelligenza artificiale.
I produttori consultano cataloghi di facce ordinati per età, genere e categoria: la ragazza della porta accanto, l’uomo rude, la supermodella, il signore anziano. Possono scegliere il volto adatto a una pubblicità, un videogioco, una commedia romantica o un microdramma verticale. Chi lo concede non deve recitare, imparare le battute o presentarsi sul set. La sua faccia basta.
ActID, una delle piattaforme attive nel settore, dichiara circa ottocento utenti registrati: trecento hanno accettato di concedere la propria immagine e una decina di volti sono già comparsi in produzioni AI. I prezzi variano da 99 a 500 yuan per episodio, con una commissione del dieci per cento. New Claw, nata dalle difficoltà di una società di produzione travolta dall’arrivo dell’AI, ha invece fissato un minimo di 500 yuan per immagine.
Il mercato è cresciuto insieme ai microdrammi, serie brevissime pensate per essere guardate in verticale sul telefono. Nei primi tre mesi del 2026 ne sono usciti in Cina circa 128 mila e più del 95 per cento ha utilizzato l’intelligenza artificiale in almeno una fase della produzione. Molti personaggi sintetici, però, finiscono per assomigliarsi. Per farli sembrare meno artificiali, le aziende hanno ricominciato a cercare esseri umani.
Le piattaforme presentano il sistema come un’alternativa ordinata al furto d’identità: ciascuno può decidere dove concedere il proprio volto e a quale prezzo. Il problema comincia dopo. I contratti non sempre chiariscono chi potrà usare quei dati biometrici, per quanto tempo e in quali produzioni future. Una volta entrata nel catalogo, una faccia può essere più difficile da ritirare di un attore dal set.
L’intelligenza artificiale doveva eliminare il bisogno degli attori. Per sembrare meno artificiale, ha cominciato ad affittarne le facce.



