In Italia, siamo particolarmente ossessionati dall’uomo forte al comando. Pensate a Berlusconi, Salvini e Vannacci: in modi ed epoche diversi, hanno interpretato ciò che le sociologhe femministe chiamerebbero «la politica della maschilità», cioè la difesa degli interessi dei maschi come blocco sociale nelle società che hanno vissuto la rivoluzione femminista.
La difesa del maschile è dunque un tratto ricorrente nelle leadership del centrodestra della Seconda Repubblica. Prendiamo come esempio la visione politica delle relazioni di genere del partito di Vannacci: il programma di Futuro Nazionale nomina il patriarcato «mediterraneo» come modello sociale fondato sul ruolo protettivo di «maschi forti», capaci di dominare le proprie emozioni e «passioni». Fa riflettere che l’ascesa del generale Vannacci e il suo richiamo a un passato immaginario, in cui la protezione delle donne spettava ai «maschi forti», avvengano proprio mentre una donna, Giorgia Meloni, guida il governo e un’altra, Elly Schlein, il principale partito d’opposizione.
Qualche settimana fa una professoressa di una scuola romana è stata accoltellata da un suo alunno tredicenne. La vicenda ci ha lasciati tutti sgomenti: in Italia siamo abituati a pensare che quel tipo di violenza cinematografica possa accadere soltanto nelle scuole americane o nei film di Gus Van Sant o di Larry Clark. I media si sono concentrati sul perdono della professoressa, che in un’intervista a Repubblica ha dichiarato di essere dispiaciuta di non aver compreso quanto forte e profondo fosse il malessere del ragazzo. Malessere che, come era prevedibile, in un paese in cui è ancora molto difficile riconoscere la violenza maschile come tale, è stato subito ricondotto alla giovane età dell’aggressore.
La vicenda di Roma mi ha fatto pensare subito ad Adolescence, l’acclamata serie Netflix che tratta proprio del tema della violenza omicida tra gli adolescenti. In quel contesto, però, il "malessere" che porta il ragazzino protagonista a compiere una violenza inimmaginabile ha molto a che fare con il maschile: l’adolescenza è infatti il tempo in cui i ragazzi si confrontano con i canoni rigidi delle differenze di genere e prendono le misure del proprio posto nel mondo.
Chiunque abbia frequentato da adolescente i bagni di una scuola media sa benissimo che la violenza è, purtroppo, ancora oggi uno dei principali riti di iniziazione attraverso cui si «diventa» maschi a quell’età. Ovviamente, la violenza di cui stiamo parlando non necessariamente sfocia nella furia omicida, ma le botte, il bullismo, le prese in giro sono ancora parte del linguaggio che i ragazzi utilizzano per affermare il proprio essere «maschi forti» dinanzi ai coetanei. E questa, forse, è la tragedia più grande del maschile: il fatto che, a differenza del femminile, debba essere costantemente provato, o performato, prima di tutto a se stessi e poi anche agli altri.

Per un ragazzo, non basta la comparsa dei peli sulle gambe per essere riconosciuto come uomo: occorre relazionarsi con lo sguardo inflessibile degli altri (siano essi padri, fratelli, compagni di scuola, allenatori di calcio); confrontarsi con il tema dell’onore e del rispetto (manco fossimo in una fiction di Manuela Arcuri); dimostrare, consentitemi la volgarità per ragioni di sintesi, di avere i cosiddetti «attributi». Altrimenti, c’è il rischio che qualcuno, nell’ora di educazione fisica, ti accusi della peggiore delle offese per un maschio: di essere una femmina mancata.
Trent’anni di studi sociologici della maschilità possono essere sintetizzati in una battuta: essere riconosciuto come uomo significa partecipare a un’edizione sterminata di Giochi senza frontiere, o forse degli Hunger Games (a seconda dei contesti), in cui alla fine speri che qualcuno ti dia questa benedetta patente di «maschio forte» (per dirla come Vannacci) o di maschio alfa (per citare Andrew Tate).
Il problema dei ragazzini di oggi è forse che questi Giochi senza frontiere non si esauriscono nella dimensione locale e fisica (da cui uno può anche prendersi ogni tanto una pausa chiudendo la porta di casa) ma, attraverso i social media, estendono esponenzialmente i contorni di questa gara. Tutta l’economia politica della maschilità contemporanea, l’ossessione antifemminista, dalla manosfera agli incel, dal looksmaxxing ai movimenti antigender, in fondo, non è altro che un tentativo di monetizzare e strumentalizzare i malesseri di un’intera classe di giovani uomini e ragazzi che faticano a riconoscersi come vulnerabili di fronte ai cambiamenti epocali che attraversano le società contemporanee.
Cambiamenti che non riguardano soltanto la sfera delle relazioni sociali e il rapporto con l’altro, ma investono anche il campo economico, luogo fondamentale in cui i ragazzi possono dimostrare agli altri di essere «diventati» uomini, mariti, padri. Il successo economico e la capacità di provvedere al sostentamento della famiglia, infatti, sono ancora oggi i pilastri su cui si fondano il potere e l’autorità maschile. La forza fisica ed emotiva, infatti, da sola non basta come indicatore del valore maschile.
Le nostre lettrici noteranno giustamente che anche le donne subiscono lo sguardo inflessibile della società; ma le donne, grazie al femminismo, hanno acquisito gli strumenti e le categorie intellettuali per interrogarsi sul proprio posto nel mondo (ovvero, per usare il linguaggio sociologico, sul loro posto nelle relazioni di potere fra i generi).
La stragrande maggioranza degli uomini ignora che anche i maschi abbiano un genere, dando per scontato che la loro esperienza sia rappresentativa dell’intero genere umano. Questa incapacità di mettere in discussione le relazioni di genere non riguarda soltanto i rapporti di dominio degli uomini sulle donne, ma si estende anche alle gerarchie esistenti tra diversi gruppi di uomini. Come sostenuto dalla sociologa Raewyn Connell, infatti, le possibilità di incarnare i modelli dominanti di mascolinità sono distribuite in modo diseguale e si intrecciano con le differenze di classe sociale, di appartenenza etnica e di orientamento sessuale. Se è vero che tutti gli uomini possono trarre beneficio dall’ordine patriarcale, soltanto un ristretto gruppo di uomini ricchi e potenti può, secondo Connell, incarnare la maschilità egemonica, ossia il modello culturalmente dominante di maschilità. Per fare un esempio, cosa hanno in comune Donald Trump e il suo elettore settantenne del Midwest? Forse gli stessi modelli culturali del maschio tycoon degli anni ’80, ma non certo le stesse risorse economiche per incarnarli. Nel lavoro di Connell, il termine “egemonico” va inteso in un’ottica gramsciana, nel senso che designa una forma di dominio che si mantiene attraverso il consenso e la legittimazione culturale. Il ragazzo della periferia milanese che sogna di giocare in Serie A e di fidanzarsi con una influencer può, per esempio, riconoscere in Cristiano Ronaldo un modello di successo maschile desiderabile, pur avendo scarsissime probabilità di riprodurre concretamente quella forma di maschilità.
A questo punto, occorre chiedersi se l’ossessione per la difesa del maschile, che oggi pervade il discorso politico contemporaneo, non sia soltanto una reazione all’emancipazione femminile e alle conquiste del femminismo, come sostenuto negli ambienti della manosfera, ma piuttosto l’espressione di un senso di inadeguatezza, o meglio di umiliazione, da parte di ragazzi e uomini che non dispongono più delle risorse materiali e simboliche necessarie per conformarsi alle aspettative di genere prodotte dall’ordine neoliberista. I cambiamenti economici e tecnologici che hanno trasformato il mondo del lavoro, l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, la precarietà e la povertà lavorativa rappresentano forse una minaccia più grande per le identità maschili di quanto non lo siano i libri di Michela Murgia o la presenza di esponenti LGBTQ in TV (sempre per citare Vannacci). La mia, sia chiaro, non vuole essere una lettura psicologica, ma politico-economica. Non perché io sia una scalmanata marxista (forse lo sto diventando), ma perché la chiave psicologica è l’unica impiegata nel dibattito pubblico italiano sui problemi che riguardano i maschi. Sul piano politico, tutti i dati sulle intenzioni di voto nel mondo occidentale mostrano che i giovani uomini si spostano a destra, mentre le giovani donne votano a sinistra. Quando vedo politici italiani parlare di patriarcato mediterraneo, della lunghezza delle gonne delle donne rispettabili, della difesa della famiglia tradizionale contro l’ideologia gender, mi chiedo se questo non sia altro che una banale operazione di marketing per fidelizzare una popolazione crescente di uomini insoddisfatti che, banalmente, non dispongono delle risorse socio-economiche per incarnare il modello maschile dominante.
Chiunque sia interessato ad analizzare sociologicamente le relazioni di genere in Italia deve assolutamente seguire La Zanzara. Nel teatro dell’assurdo di Giuseppe Cruciani, uno dei format più popolari è quello delle chiamate degli ascoltatori, per lo più uomini, che insultano gli ospiti in studio. Ogni tanto mi chiedo da dove venga tutta quella rabbia antifemminista e antiwoke, se sei un operaio che vive nella provincia bergamasca e non certo a Monterey, nel nord della California. Qualcuno penserà giustamente al ruolo dei social e dell’algoritmo di Zuckerberg e Musk, ma questi sono strumenti attraverso cui la rabbia e la frustrazione si canalizzano e diventano mobilitazione politica. Forse è il caso di chiedersi se questa rabbia testosteronica non sia semplicemente l’ultima forma di identificazione collettiva rimasta al genere maschile dopo il crollo delle categorie politico-sociali del Novecento e la fine della supremazia legale del pater familias. Negli anni ’70, le femministe si interrogavano su ciò che avessero in comune le donne borghesi e quelle appartenenti alla classe lavoratrice. La risposta fu che entrambe vivevano in una società sessista. Oggi occorrerebbe chiedersi: cosa hanno in comune Elon Musk e l’operaio che ascolta la Zanzara? Probabilmente niente, a parte il generale Vannacci.
Ecco perché la politica identitaria contemporanea più importante, l’ossessione per la difesa del maschio (possibilmente bianco), è un fattore interessante per comprendere i trend politici attuali. Basti pensare all’amministrazione Trump, che ormai si regge soltanto sulla difesa feticizzante del binarismo sessuale, dopo aver fallito su tutti i fronti, dall’economia alla politica internazionale. Pensiamo ai video comici del segretario alla Difesa (anzi, alla Guerra, che ha un’accezione più virile e permette agli uomini di mezza età di tornare all’epoca in cui si poteva giocare con i soldatini), Pete Hegseth, che, tra offese alla comunità transgender e video in cui si allena con i militari, cerca di far dimenticare la fallimentare campagna militare in Iran. Oppure il filone del putinismo europeo, che guarda al presidente russo come al nuovo messia della resistenza maschile, mentre conserva in un cassetto la celebre foto in cui Vladimir gira a cavallo per la campagna siberiana a torso nudo (sui contorni omoerotici dell’ideale del «maschio forte» non mi soffermo).
A questo punto, è opportuno ribadire delle ovvietà per evitare l’inquisizione social: non tutti gli uomini sognano di girare a cavallo le steppe siberiane a torso nudo; non c’è nulla di criminale o tossico nell’essere maschi «forti» ed eterosessuali, giocare al fantacalcio e ascoltare Ligabue; anche le leadership femminili possono incarnare valori reazionari, come dimostrano i casi di Francia, Italia e Germania. Certo è che la destra italiana fatica a emanciparsi da questi stereotipi maschili ed è per questo incapace di confrontarsi con i temi centrali che riguardano i giovani uomini nella società odierna: la vulnerabilità e l’umiliazione.
Sociologa e docente universitaria a Londra. Si occupa principalmente di migrazioni e studi sulla maschilità.


