Devo assolutamente trovarlo, questo michele77, perché mi sta rovinando la serata. Per ora di lui so soltanto che è nato presumibilmente alla fine degli anni Settanta, che gioca a eFootball e che ama fare melina (cioè passarsi la palla continuamente, per irritare l’avversario) fra difensori e portiere. Siccome l’ha fatto ininterrottamente per trentacinque minuti della partita che ci ha visti incrociare i joystick online – ovvero l’equivalente di circa cinque minuti sul pianeta Terra – sto cercando un suo contatto per comunicargli il mio disappunto, diciamo così. Non si segna un gol casuale, sfruttando una connessione ballerina, per poi rintanarsi in difesa e congelare il risultato.
La passione per i videogiochi di calcio, anche se non ho mai propriamente formulato questo pensiero prima d’ora, è una delle costanti della mia vita: ce l’ho da quando ho memoria, e ho ancora con me il senso di meraviglia che mi aveva accompagnato inserendo per la prima volta nella torre grigia del pc di casa il dischetto di PC Calcio 5, un titolo in cui i calciatori – del tutto indistinguibili nelle loro fattezze e movenze – erano realizzati con una decina di pixel. Poter ricreare una partita di calcio sullo schermo del computer, poter comandare le prodezze di Del Piero e Zidane e Boksic e Montella e Balbo, mi sembrava troppo bello per essere vero. Era un giorno a caso del 1996.
Da allora sono passati – maledizione – trent’anni esatti, e quei soldatini stilizzati in due dimensioni che mi avevano fatto vibrare di gioia e stupore oggi sono diventati modelli tridimensionali talvolta indistinguibili dalle loro controparti viventi. PC Calcio ha lasciato da tempo il campo a un duopolio diviso tra il Canada e il Giappone: qualunque trenta-quarantenne appassionato di calcio videoludico vi dirà che la sua vita di giocatore è stata segnata dalla competizione tra PES e FIFA, alfa e omega della simulazione calcistica, da più di vent’anni le sigle di denominazione delle saghe che ci hanno fatto compagnia in infiniti pomeriggi davanti alla tv con gli amici.
Come in tutte le questioni profondamente identitarie, qui si entra nel campo delle guerre di religione: meglio FIFA o PES (che nel frattempo è diventato eFootball, appunto)? Domanda arcana, a cui non esiste una risposta pienamente soddisfacente: i fan di Konami (la casa di PES) diranno tendenzialmente che FIFA è diventato un gioco troppo arcade, in cui i giocatori fanno mosse da kung-fu e riescono a segnare in rovesciata da fuori area; gli adepti di EA Sports, produttrice di FIFA, ribatteranno che sì, va bene la simulazione, ma eFootball oggi è un gioco rimasto fermo a un decennio fa, con menù incomprensibili e modalità di gioco limitatissime. E la verità, come spesso accade, sta nel mezzo.
Avendo giocato in modo estensivo entrambe le saghe – prima PES, poi FIFA, poi di nuovo PES, e così via, a intervalli di qualche anno – posso testimoniare che la vera riuscita di un gioco di calcio si misura da quanto i suoi utenti sono disposti a sacrificare per esso: tempo, energie, persino buonumore. Alcuni titoli, come FIFA 18 o PES 2021, con me ci sono riusciti appieno: ci ho giocato di giorno, di notte, di mattina, di pomeriggio, a casa, da amici, in viaggio, sempre. E comunque non sembrava mai di giocare abbastanza, come in tutte le vere dipendenze: la Vera Grande Vittoria era sempre quella che sarebbe venuta con la partita successiva, l’ultima partita e poi spengo. E poi tutte quelle scivolate in extremis, quelle azioni corali, quelle prodezze impreviste. Il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in 90 minuti, come diceva George Bernard Shaw; ma volendo basta anche un quarto d’ora scarso.
Chi non ha mai esultato sul divano per una fuga in gol di Castolo, il fittizio attaccante brasiliano creato ex novo da una Konami largamente sprovvista di licenze (ancora nel 2003 giocare con l’Inter o con il Chelsea significava sentirle chiamare in telecronaca «Marche!» e «Liguria!») per il suo leggendario Campionato Master, per quanto mi riguarda non è mai stato davvero giovane.
Nel frattempo, dobbiamo dirlo, il nostro piccolo mondo antico di partite casalinghe con fratelli e amici ha subito un evento da estinzione di massa con l’arrivo delle modalità online. Sì, scusate se parlo come un vecchio babbione, ma la comunità di videogiocatori della prima ora di cui faccio parte ha ancora il dente avvelenato per il brusco passaggio generazionale che ha portato a imporsi come nuovo standard le divisioni online, le squadre con le carte collezionabili a pagamento (rigorosamente da avere tutte sempre, pena la perdita di competitività del proprio team) e tutti i piccoli grandi drammi che ne sono seguiti.
La priorità, oggi più che mai, è vincere le partite: ho conosciuto persone che hanno speso migliaia e migliaia di euro per comprare l’ultimo Ronaldinho dribblomane o una carta di Mbappé munita di supervelocità in grado di resistere a ogni contrasto della difesa avversaria, e non c’è dubbio che i bilanci di Konami ed EA Sports continuino a beneficiarne. Sono cresciuto in una casa in cui la pay-tv per guardare il calcio in diretta non c’era, un po’ per principio e molto perché costava troppo, e per me il joystick era sempre stato un modo per rendere immediatamente disponibile l’esperienza e lo spettacolo di una palla calciata proprio nell’angolino alto della rete: mi ci è voluto un po’ per rieducarmi, per iniziare ad addentrarmi nel collezionismo delle stelle online a pagamento, per convertirmi all’agonismo ossessivo e frustrato delle partite via etere; e non è nemmeno detto che facendolo sia diventato una persona – o un videogiocatore, è uguale – migliore.
Ricordo, non troppi anni fa, di aver intercettato su Facebook una serie inesauribile di commenti adirati lasciati sulla pagina di Konami da un irreprensibile padre di famiglia italiano sulla quarantina, foto coi figli e la moglie al mare, lavoro in banca, un rispettabile membro della società. Non fosse che, presumibilmente in un accesso d’ira continuativo, il suddetto membro della società aveva scritto e ripetuto in pubblico di essere pronto a prenotare un volo per il Sol Levante, apposta per far passare la voglia agli sviluppatori del suo gioco di calcio preferito di fare modifiche al gameplay che, a suo giudizio, lo penalizzavano nei risultati. Parafrasando la massima boskoviana, testa di alcuni videogiocatori incalliti è buona solo per tenere cappello.
Mio fratello minore, che non ha mai speso un euro per la sua squadra su eFootball, due anni fa è arrivato terzo nella classifica europea, battendo regolarmente corazzate da migliaia di euro versati settimana dopo settimana via PayPal. Gli dico sempre che io al suo posto non farei altro che giocare giorno e notte, assaporando i frutti dei miei riflessi manuali, ma la sua timidezza non solo non gli ha fatto intraprendere una carriera negli e-sports da me caldeggiata, ma l’ha addirittura portato a smettere di giocare, in polemica con lo stato di incuria e abbandono dei principali titoli videoludici del settore.
Ha ragione lui: eFootball ed EA FC (dal 2023 ha perso il marchio FIFA dopo la fine dell’accordo commerciale con l’ente del calcio mondiale), per motivi diversi, lasciano in effetti molto a desiderare. Il primo è una specie di guscio vuoto, con poche modalità e un online piagato da malfunzionamenti continui, spesso dovuti a server non all’altezza; il secondo ha abbandonato la strada della simulazione per specializzarsi in un gioco veloce e imprevedibile, tipo pinball delle sale giochi, con partite che finiscono regolarmente 6 a 5 o giù di lì; entrambi danno prova di un fastidioso e favoleggiato momentum, il termine-mondo con cui i giocatori della comunità fanno riferimento alla varietà di modi con cui l’IA del gioco favorisce uno o l’altro player durante un match online.
Insomma, essere giocatori di calcio simulato oggi è un duro lavoro. Qualcuno, però, dovrà pur farlo: e quindi eccomi qui, ancora una volta, dopo tanto tempo, un bambino timido e meravigliato diventato un quasi quarantenne con la pancetta e la barba incolta, le mani strette su un joystick quasi identico a quello di allora, pronto ad affrontare il prossimo avversario collegato da Bari, o Torino, o Smirne, o Rabat.

E forse è proprio questo il punto: trent’anni dopo PC Calcio 5, continuo a cercare dentro una partita simulata la stessa cosa che cercavo allora, solo con molti più poligoni, molti più soldi in ballo e molta meno innocenza. Un gol all’ultimo minuto, un passaggio riuscito magari un po’ per coincidenza, quella sensazione infantile che per qualche secondo sullo schermo possa succedere davvero ogni cosa che succede su un campo di calcio.
Anche perdere contro uno che passa trentacinque minuti a fare melina col portiere. Anzi, soprattutto quello: perché ancora prima di riuscire a scrivergli per ingiuriarlo ho già avviato un’altra partita. Ma se qualcuno conosce michele77, per favore, gli dica che lo sto ancora cercando: non sono ossessionato, cerco solo di insegnare a tutti le regole del fair play. Altro che gioco: alla mia età certe cose diventano importanti.
Ha lavorato in diverse riviste italiane e oggi è un autore, traduttore e formatore freelance che si occupa di attualità culturale

