Issue 001maggio 2026
Il senso delle cose
Human LayerLavorogiugno 2026

La cultura non basta

Leggere i libri giusti, imparare i nomi, entrare nelle redazioni, frequentare festival e presentazioni: tutto poteva sembrare accesso al potere. Ci siamo sbagliati?

Davide Piacenza
La cultura non basta

A vent’anni leggevo gli articoli d’opinione pubblicati su Internazionale e fantasticavo che un giorno anch’io avrei potuto tradurre e raccontare la complessità del mondo, dare una forma italiana a cose pensate altrove, abitare per mestiere quel reame in cui la lettura, la scrittura e la curiosità sembrano trasformarsi in una forma di autorità. Nessuno, nella mia famiglia, avrebbe mai pensato che quel desiderio potesse diventare un mestiere. Non per ostilità verso i libri, né per qualche caricaturale diffidenza popolare nei confronti della cultura, ma per una ragione molto più semplice: nessuno proveniente dal mio ambiente sociale si era mai guadagnato da vivere in quel modo. Per questo, quando il lavoro culturale prometteva ancora di essere un ascensore sociale, io ci ho creduto.

Nel momento in cui, almeno retrospettivamente, appariva più credibile — più o meno tra il Sessantotto e l’inizio degli anni Novanta — il lavoro culturale ha portato con sé una promessa: la parola, se usata in maniera sapiente, poteva riscattare un’esistenza. Non nel senso ingenuo per cui un romanzo, un articolo o una recensione avrebbero reso tutti ricchi e felici, ma perché chi non disponeva di patrimoni, cognomi altisonanti, appartamenti in eredità, rendite e reti familiari poteva ancora immaginare di conquistarsi un posto nel mondo imparando a pensare, scrivere, interpretare e prendere posizione. La cultura come un secondo battesimo, insomma; o, per dirla in modo meno sacrilego, come ascensore sociale.

A quell’allucinazione abbiamo creduto in molti. Ci hanno creduto i figli delle classi popolari o medio-basse che hanno visto – e talvolta vedono ancora – nell’università, nei giornali, nell’editoria, nella critica e nei festival non soltanto un percorso professionale, ma un viatico di legittimazione sociale. Ci hanno creduto anche i figli della borghesia illuminata, naturalmente, ma da una posizione più comoda: per loro la cultura era spesso il naturale prolungamento di un ambiente già predisposto ad accoglierli; per tutti gli altri somigliava a un permesso di soggiorno in un Paese straniero. Bastava imparare la lingua, pareva di capire. Bastava leggere i libri giusti, smettere di ridere alle battute sbagliate, capire quali nomi pronunciare e quali no, quali entusiasmi reprimere, quali gusti di famiglia nascondere sotto il tappeto della socializzazione primaria. Ma, nei fatti, non bastava mai.

La parte allucinatoria di quella promessa non risiedeva in una totale falsità, bensì nel suo aver funzionato quel tanto che bastava da rendersi credibile. Alcune persone, in effetti – tra le quali il sottoscritto – hanno attraversato lo Stargate: studiando, pubblicando, insegnando, firmando articoli, lavorando in redazioni, frequentando presentazioni, accumulando capitale simbolico. Abbiamo potuto dire “noi” parlando di un ambiente che, in assenza di quella breve parentesi storica di apertura, ci avrebbe probabilmente lasciati fuori al freddo. Ma proprio quel passaggio ha reso visibile la parte rimossa della storia: la cultura non aboliva la classe, semmai la riformulava in una grammatica più sottile. Quel mondo non diceva più “non sei dei nostri”, o almeno non in modo frontale: lo comunicava attraverso gli abiti, i consumi, il rapporto con il denaro, la disinvoltura nei contesti mondani, la naturalezza con cui alcuni occupano gli spazi e altri chiedono permesso anche quando nessuno l’ha chiesto a loro.

Il mio ultimo ebook, La cultura che non posso permettermi (Einaudi I Quanti, 2025), nasce proprio dall’esperienza diretta del punto di attrito tra la promessa della cultura come emancipazione e la cultura come ambiente di selezione sociale. Non mi interessava scrivere una geremiade contro i ricchi che leggono il romanzo cool del momento, né un’autobiografia strappalacrime del povero escluso dai cocktail dell’editoria milanese; mi stava a cuore sottolineare un dato che nel discorso pubblico italiano viene ancora trattato come un dettaglio sgradevole da maneggiare con cautela: il mondo culturale progressista, proprio quello che ha costruito buona parte della propria identità sull’inclusione, sulla sensibilità alle minoranze e sulla critica dei rapporti di potere, resta in larga parte un mondo classista. Solo che il suo classismo non assomiglia a quello dei vecchi notabili reazionari: ha imparato a parlare una lingua migliore, a mostrarsi più affettatamente gentile, a riconoscere con prontezza molte forme di discriminazione, purché non costringano a discutere troppo a lungo della distribuzione delle risorse materiali. Il punto cieco, in fondo, è questo: un settore che paga poco, tardi e male continua a raccontarsi come spazio di libertà; un ambiente accessibile soprattutto a chi può permettersi anni di precarietà si presenta come contendibile e improntato al merito; un campo professionale fondato sulla reputazione e sulle conoscenze personali si immagina come territorio del talento puro. Chi dispone di una casa di famiglia, di genitori in grado di coprire i vuoti, di un cognome già spendibile – o anche solo della tranquillità economica necessaria per non apparire disperato – può permettersi di chiamare vocazione ciò che per altri è un rischio quotidiano. Chi invece ha bisogno che una fattura venga pagata, e magari in tempi ragionevolmente brevi, introduce nel salotto un rumore che porta a stringere con sgomento il filo di perle: il bisogno. Per anni, nella mia incarnazione personale del lavoro culturale, il bisogno è stato la cosa da non nominare: si poteva parlare di desiderio, immaginario, identità, linguaggio, conflitto, decostruzione, marginalità, cura; ma di affitti, contributi, stipendi e disponibilità familiari no, se non nel tono affascinato di chi era più benestante di te. Il denaro diventava volgare – sterco di un demonio che non ha letto Carrère – proprio nel luogo in cui la sua presenza decideva chi poteva passare la selezione per far parte del club. Chi poteva non pensarci sembrava più libero, quindi più interessante; chi doveva pensarci ogni giorno appariva appesantito, meno elegante, meno adatto alla leggerezza bohémien della conversazione culturale. A me lo ricordavano le volte in cui, nella mia redazione, si parlava di serate milanesi da «almeno 80-90 euro» a testa come di un costo quasi fisiologico della vita sociale, mentre io facevo mentalmente il cambio in giorni di spesa, bollette, biglietti del treno, ritardi nei pagamenti. O quando la distinzione passava per simboli aspirazionali apparentemente laterali – un paio di sneakers, un capo firmato, un ristorante, persino un cibo ricercato – che però componevano una specie di mappa di appartenenza. Il sogno, per me, era molto più semplice: essere pagato per capire le cose. Avere una scrivania, o anche soltanto una firma, da cui poter restituire un pezzo di mondo a persone che non mi conoscevano; tradurre un longform americano, scrivere un profilo, sentirmi legittimato a stare dentro una conversazione pubblica senza dover fingere di esserci nato. Non volevo diventare ricco con la cultura, e questo già dice molto della potenza dell’allucinazione: in fondo volevo che la cultura mi autorizzasse a non sentirmi fuori posto. Naturalmente, la precarietà culturale non somiglia al lavoro povero. Sarebbe falso, oltre che insopportabile, sovrapporre chi aspetta una fattura pagata a novanta giorni al rider che consegna cibo sotto la pioggia, alla commessa che passa otto ore in piedi, all’addetto alle pulizie dell’università progressista o alla cassiera sottopagata del cinema d’essai. Il punto è proprio la sua ambiguità specifica: il lavoro culturale può essere malpagato e socialmente aspirazionale nello stesso momento; può sfruttarti proprio perché desideri essere ammesso nel luogo che ti esclude. È una precarietà aspirazionale, e per questo più difficile da politicizzare. Non ti presenta soltanto un ricatto economico; ti offre una forma di riconoscimento, una piccola quota di prestigio, la sensazione di essere finalmente “nella stanza”. E così finisci per accettare condizioni che in un altro settore ti sembrerebbero inaccettabili, perché il danno materiale viene temporaneamente anestetizzato dalla promessa simbolica. Oggi l’allucinazione della cultura si è incrinata perché la realtà materiale ha smesso di fare da scenografia. Gli affitti, il costo della vita, la crisi dell’editoria, la trasformazione del giornalismo in una filiera di contenuti sottopagati e della cultura in un insieme di dinamiche posizionali avulse dalla realtà hanno reso sempre meno credibile il vecchio patto faustiano: soffri adesso, accumula prestigio e prima o poi il settore ti riconoscerà. Nella maggior parte dei casi ha riconosciuto pochissimo, e ha pagato ancora meno. Il risultato è che il lavoro culturale tende a riprodurre con crescente evidenza la classe da cui proviene: chi può restare resta, chi non può restare viene espulso in silenzio, spesso convincendosi di non essere stato abbastanza bravo. Forse il punto più doloroso è che questa illusione non è stata soltanto professionale, ma ha assunto i contorni della disfatta politica. Se per decenni abbiamo pensato alla cultura come al luogo in cui la società prende coscienza di sé, dovremmo domandarci che tipo di coscienza possa produrre un ambiente composto in misura sproporzionata da persone economicamente protette, o da transfughi costretti a rinnegare la propria provenienza per essere abilitati a farne parte. Col tempo, mi sono reso conto che anche il mio sguardo sulle guerre culturali contemporanee – il campo di specializzazione degli ultimi anni di produzione editoriale – era influenzato da questi cortocircuiti di classe: le culture wars sono rapidamente diventate conflitti tra frazioni diverse dei ceti istruiti, combattuti a colpi di lessico, postura e appartenenza simbolica, mentre gli aspetti materiali, almeno sul piano mediatico mainstream, restano sullo sfondo come una presenza imbarazzante. Il lavoratore povero, il piccolo impiegato, il rider, la commessa, l’addetto alle pulizie dell’università progressista, la cassiera del cinema d’essai: tutte queste figure entrano nel discorso quasi sempre come oggetti di rappresentazione, e assai più raramente come soggetti autorizzati a rappresentarsi da soli. La percezione distorta del lavoro culturale, allora, non ha a che fare con l’avere creduto troppo nei libri, nelle idee o nella possibilità di cambiare il mondo attraverso la parola. Semmai, ha a che vedere con l’avere creduto che l’accesso alla parola bastasse a modificare i rapporti di forza in essere, e che imparare a parlare come chi ha potere significasse avvicinarsi al potere. E invece essere invitati a una presentazione, pubblicare su una rivista, insegnare in un corso o partecipare a un festival sono sempre stati processi complementari ma diversi dal possedere davvero una fetta cospicua della torta. In molti casi si trattava di concessioni temporanee, revocabili, e soprattutto subordinate alla capacità di non disturbare troppo l’ordine della stanza. La cultura può ancora essere un veicolo di emancipazione, certo. Ma solo quando smette di comportarsi come una proprietà privata del ceto che l’ha ereditata, e accetta di discutere le proprie condizioni materiali di produzione. Altrimenti resta un club esclusivo con un lessico più gentile; un salotto che ha sostituito il carattere esclusivo dell’aristocrazia dotta con formule più presentabili, ma non meno elitarie. Viene da pensare che il punto non sia se il lavoro culturale ha assunto le vesti di un inganno: la domanda è quanti di noi, pur avendolo capito, continuano ancora a desiderare di essere ammessi in posti che ci insegnano a sentirci fuori luogo.

Davide Piacenza
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