Nelle metropoli cinesi, anche il baracchino che vende cibo per pochi yuan sul ciglio della strada, con intorno un capannello di frequentatori del quartiere, è equipaggiato di QR code per i pagamenti. Arrivando in Cina con in testa la nostra idea abituale del futuro tecnologico, si rimane colpiti da questo: la più evoluta tecnologia digitale convive e sostiene pratiche analogiche che si svolgono nello spazio, senza eliminarlo. Non le sublima in un mondo virtuale separato, artificiale, disincarnato. Il giovane monaco fuori dal tempio buddhista, vestito in abiti tradizionali, scorre con nonchalance il suo feed sullo smartphone senza disconnettersi dal contesto di realtà spaziale incarnata. Il garzone del mercato del pesce fa lo stesso. Non c’è, da nessuna parte, quel senso di artefatta sospensione della temporalità vissuta che è tipico dei blasonatissimi borghi della nostra bella Europa, trasformati perlopiù in palinsesti e simulacri disabitati, nei quali lo sfoggio esotico di termini come “autentico” o “locale” serve scopi di mercato.
Una prima allucinazione che viene sfidata considerando attentamente ciò che avviene nei quartieri e nelle periferie delle nuove metropoli cinesi è allora quella, diffusissima, per cui le tecnologie digitali sarebbero destinate a spodestare quelle analogiche. Questa struttura dualistica del ragionamento occidentale medio sostiene sia la narrazione tecnofobica, per cui il digitale ci proietta in mondi virtuali che sgretolerebbero il senso di realtà e la convivenza sociale, accelerando il processo di devastazione ambientale, sostituzione macchinica delle funzioni umane e quant’altro; sia la narrazione tecnoentusiasta, per la quale il digitale è di per sé in grado di proiettare l’umano in un roseo futuro di liberazione dal lavoro e di potenziamento illimitato.
Si badi come entrambe le narrazioni abbiano un risvolto elitario, perlopiù nascosto e non riconosciuto. La narrazione tecnofobica vede la società contemporanea con orrore e prefigura di fatto una classe di pochi eletti che saranno ancora capaci di studiare, scrivere, pensare da soli, in un mondo nel quale il predominio delle tecnologie digitali appiattirebbe la vita umana delle folle poco riflessive. La narrazione tecnoentusiasta immagina al contrario un’élite in grado di prevedere, comprendere e perciò guidare i cambiamenti indotti dall’evoluzione tecnologica, mentre il resto del mondo affanna o si lascerà guidare.

Per comprendere perché questa impressione sia filosoficamente rilevante bisogna tornare alla caratteristica fondamentale dell’intelligenza incarnata: la sua dipendenza dalla vita del corpo, cioè dalla percezione, dalla memoria affettiva, dall’immaginazione e da altre funzioni immediatamente connesse alla tessitura di una trama sensibile fatta di contatti continui tra la pelle, i sensi – quantunque potenziati attraverso ogni genere di dispositivo – e la carne del mondo.
La carnalità del nostro sapere e potere è croce e delizia: croce, tant’è che siamo ancora qui a lottare contro quella che è senz’altro una condizione di limitazione e finitezza, su cui non si medita mai abbastanza; non è mai finito il tempo di Icaro e Prometeo, il tentativo di liberarci dai vincoli del corpo, cioè dall’errore, dalla limitatezza, dal dolore, dall’ineludibile gioco di vita e morte. Ma anche delizia, poiché grazie al corpo si gode dei frutti del mondo, le informazioni assumono musica e colore, gli orizzonti scientifici, obiettivi per tutti, diventano orizzonti di senso che informano l’azione politica, la religione, il sentimento.
I fatti del mondo, lungi dall’esaurirsi nella dimensione scientifica e conoscitiva, sono prima di tutto materia per il gusto: ci piacciono o non ci piacciono, ci incuriosiscono o disgustano, rappresentano una sfida, ci fanno sognare. L’intelligenza incarnata è al servizio di questa struttura del desiderio, della ricerca di piacere e di intensità della vita; in linea di principio, ogni potenziamento tecnologico dell’umano serba le tracce di questo servizio. Proprio per questo l’integrazione cinese tra digitale e analogico è interessante: mostra come il potenziamento tecnico possa rimanere agganciato alla strada, al corpo, alla prossimità, alla socialità concreta.
Una delle conseguenze del carattere incarnato dell’intelligenza umana è l’allucinazione, termine oggi associato agli errori dell’intelligenza artificiale. La natura delle due allucinazioni è comunque molto diversa. L’intelligenza artificiale allucina quando, per fretta e necessità di fornire un output positivo e compiacente, produce risultati inesistenti sulla base di prossimità semantica e pertinenza tra termini ipoteticamente, ma non fattualmente, relati. Il caso più ovvio e noto è quello delle bibliografie finte, ma plausibili, che corredano sempre più spesso cattive tesi di laurea fatte con l’intelligenza artificiale. Sia chiaro: non cattive in quanto realizzate grazie al supporto dell’intelligenza artificiale, ma cattive in quanto le allucinazioni di quest’ultima sono lasciate operare liberamente, saldandosi con quelle dell’autore della tesi.
E queste ultime sono quelle di cui dovremmo preoccuparci di più. Per un umano, allucinare significa prendere per vero stimolo qualcosa che in realtà non è stato percepito; credere valida affermazione quella che non è stata testata; costruirsi una prospettiva cognitiva e di comprensione in cui rifugiarsi come in una comfort zone, negandosi alla prova di realtà che viene sempre da un incontro autentico con le cose e le persone del mondo. L'esempio più diffuso è il transumanesimo di comodo di chi crede che l'IA gli stia risparmiando tempo, mentre in realtà sta ristrutturando — con tempi più lunghi — i suoi processi cognitivi.
Le allucinazioni umane diventano particolarmente fastidiose quando ci imprigionano nella comfort zone dei nostri convincimenti, lasciandoci a bagno in un orizzonte di senso che ci siamo costruiti per risonanza narcisistica o di gruppo, ciechi e sordi ai segni che ci inviterebbero a un ripensamento o a una riflessione in più.
È qui che torna la Cina: un esempio calzante di questa disponibilità degli individui e dei gruppi ad affidarsi ad allucinazioni prese per inamovibili verità è proprio la comprensione che molti occidentali ne hanno. Abituati a leggerla quasi sempre attraverso categorie politiche, geopolitiche o distopiche, fatichiamo a capire il suo singolare impasto di comunismo e capitalismo, il ruolo politico ed economico di tradizioni che associamo troppo rapidamente alla sola sfera religiosa, come buddhismo, taoismo e confucianesimo.
Al tempo stesso, non sappiamo abbastanza della trasformazione impressionante delle sue città, mentre ammiriamo a volte e di soppiatto le belle luci che ricoprono i grattacieli e le torri di Shanghai, Shenzhen o Chongqing, sospettando che si tratti di una facciata luccicante che oscura grandi mali sociali mai rimossi, che ci prefiguriamo più o meno nello stesso modo in cui li avremmo descritti trent’anni fa.
Il punto, allora, non è concentrarsi sulle tante precomprensioni discutibili che abbiamo nei confronti della Cina, ma capire come la sua evoluzione sociale e politica, in rapporto alle tecnologie più avanzate del nostro tempo, ci permetta di affrontare alcune allucinazioni occidentali sul digitale.
Nei centri commerciali cinesi, per esempio, ci sono enormi spazi comuni: ludoteche nelle quali i bambini possono essere lasciati a costi irrisori mentre gli adulti fanno la loro spesa. Si gioca col pongo e coi lego, coi trenini e coi soldatini e le bambole, e ci sono enormi vasconi con palline colorate, flipper e pupazzi di legno. Le sale giochi non sono state uccise dal digitale: sono enormi, bellissime, piene di adolescenti che vi si ritrovano come facevamo noi negli anni Novanta, per giocare insieme con i visori della realtà virtuale e salire su simulatori di ultima generazione.

Nelle periferie, i marciapiedi sono vasti e coperti di verde. L’infrastruttura smart city, avanzatissima in molte metropoli cinesi, non cancella la strada: serve una fruizione ancora fondamentalmente pedonale del quartiere. Il gusto per il labirinto attraversa il parco, il centro commerciale, il cuore del quartiere: ci si perde tra immensi corridoi colorati, tra porte ermetiche vecchio stile e aperture automatiche o trasferimenti degni delle astronavi di Guerre Stellari, così, senza soluzione di continuità.
Il gusto per lo spazio reale, da attraversare a piedi, o col motorino, o con le efficientissime metropolitane, con servizi pubblici a ogni stazione e spesso utili nurseries, non è scalzato dalla diffusione delle tecnologie. Anzi, proprio la tecnologia sembra rendere più accessibile, più attraversabile, più immediato lo spazio urbano. Il digitale non appare come il contrario dell’analogico, ma come una sua infrastruttura. Non come la negazione del corpo, ma come uno degli ambienti in cui il corpo contemporaneo si muove.
Forse, in questa integrazione straordinaria di tecnologia e corporeità, in questa concezione positiva ma non cieca dell’ibridazione umano-macchina, c’è qualcosa da imparare anche da parte nostra, come europei e occidentali in genere. Non si tratta di adottare il modello cinese tout court. Come ogni altra intelligenza incarnata, anche l’intelligenza della cultura cinese ha i suoi bias e le sue allucinazioni. Si tratta di capire cosa possiamo imparare dagli altri per attenuare, ridimensionare e sfidare i nostri bias, correggendo le nostre allucinazioni.
E forse la più forte allucinazione da correggere è proprio questa: immaginare che il futuro tecnologico sia necessariamente un futuro senza corpo, senza strada, senza mercato, senza quartiere, senza contatto. La Cina ci mostra che il digitale, invece di sostituire il mondo fisico, può abitarlo. E che il futuro, se davvero sarà tecnologico, non per questo dovrà essere meno incarnato.
