Le mie ossessioni esistevano ancora prima che io nascessi.
Quando ho iniziato ad acquisire brandelli di coscienza ho provveduto a occuparla con tutto quello che mi sembrava totalizzante, esasperato, mostruoso e vagamente infestante. Per i miei genitori è sempre stato un problema, perché non sapevano come rispondere alla mia fame di nuove creature che popolassero la mia vita, i miei sogni, i miei incubi. Prima furono i giocattoli, e non quelli che qualsiasi bambino voleva, no, io volevo solo i cattivi di tutta la paccottiglia che popolava mattine e pomeriggi dei palinsesti televisivi. Erano gli anni ’90, quindi spopolavano mutanti, corpi deformati dai rifiuti tossici, ragazzini braccati da creature fameliche, un sacco di fluidi verdastri e rosa, inferni nauseabondi nelle fogne popolate da tartarughe giganti. Che fossero dei ninja, me ne fregava poco, l’importante era sezionare il loro guscio, spostare le membra meccaniche per consentire alla mutazione di far evolvere la versione base del personaggio nel suo corrispettivo più deforme e impressionante.
In questo i cattivi erano ovviamente più dotati, perché possedevano un’interiorità tormentata e conflittuale. Il concetto primigenio di MALE si è impossessato di me da quando ho visto il volto del Joker nella serie animata di Batman, sapevo che dovevo esplorare quel lato fino alle più immonde conseguenze. Per questo la fame di giocattoli non finiva mai, nuovi esseri venivano stampati in serie e io dovevo avere tutti i loro occhi che brillavano al buio su di me. Riempivano il mio immaginario, nutrivano la mia anima. La scuola era solo una farsa, appena tornavo a casa prendevo i miei giocattoli e costruivo i miei universi con la puntualità e la dovizia di particolari di uno scrittore. Di notte sognavo scaffali di giocattoli dentro capannoni industriali, tutti pronti per me. Infiniti. Ricordo vividamente la scatola della Fabbrica Dei Mostri che in uno di questi sogni si gonfiava e poi si restringeva. Respirava.

L’ossessione si è poi spostata sui videogiochi, ovviamente quelli più strani. Il mio cervello si nutriva di quelle immagini e la notte un intero circo coloratissimo e spettrale mi faceva giocare anche quando avevo gli occhi chiusi. Avevo fame di fuggire dalla realtà, alla fine delle elementari l’avevo capito. In prima media, libri e fumetti mi seppellivano, la mia famiglia mi straziava per impedirmi di investire tutta la mia attenzione in storie inventate andando progressivamente sempre peggio in tutte le materie scolastiche.
Forse avevano capito che le estreme conseguenze delle mie ossessioni stavano affinando i denti, con il cuore straziato ripenso a come hanno tentato in tutti i modi di tenermi aggrappato alla realtà. Purtroppo, la stretta mortale dei miei amuleti che dovevano proteggermi dagli orrori della vita quotidiana mi spezzò le ossa a 12 anni con la prima, grande, depressione. Tutta la tenebra delle ossessioni esplose in un palloncino pieno di liquido nero, la mia stanza colma di oggetti era diventata una cattedrale del dolore. Non riuscivo più a smettere di pensare a tutte le storie, agli oggetti carichi di significato, alle immagini che ricercavo famelicamente nella mia testa e questo mi gettava nella più totale e pura disperazione. Vedevo volti nel buio, sentivo che le ombre bisbigliavano il mio nome, immagini di puro orrore mi mandavano in stato catatonico per ore. Immaginazione e realtà si erano fuse per sempre. Il male e la morte dominavano su tutto. La mia vita era finita, non volevo altro che sparire nel mondo della Grande Ossessione, che resta e resterà un segreto. Descriverla temo che la renderebbe reale e totalizzante. Ne lascio tracce in giro in modo da depotenziarla, in quello che scrivo, o in quello che dico.
Negli anni, ho imparato ad amministrarle, le ossessioni, per evitare la fine ultima di tutte le cose. Ho ancora una casa piena di talismani tipo: prima stampa di IT di Stephen King (versione inglese della Viking con copertina rigida), tutta la serie di Orange Road completa in VHS, A Perfect Child of Satan di Lucifer Valentine (DVD fuori catalogo), e tantissima altra roba. Provo una strana commistione di terrore e conforto nel sapere che ovunque vada posso ricreare questo mausoleo di accumulo compulsivo di storie strane e terribili.
Mi sembra l’unico modo che ho di ricostruire la mia anima quando la realtà mi fa crollare, usando un impasto primordiale di plastica e dolcissimi, terrificanti sogni.


