Società

La mia ossessione è Roma

I miei amici mi chiamano l’Ispettore, perché fotografo ogni auto in doppia fila e ogni cassonetto sfondato. La mia ossessione ha un indirizzo: ci abito, e si chiama Roma.

La mia ossessione è Roma
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Tutti hanno un’ossessione: c’è chi la riconosce e la combatte, chi se la coccola, chi la fugge e chi le va incontro. Io ci abito. La mia ossessione è Roma. Sono ossessionato da questa città, mi sento di viverci come sotto assedio, senza mai avere la possibilità di evadere. In questo corrispondo perfettamente alla definizione etimologica di “ossessione”.

Ci sono città nel mondo che sono amiche e alleate dei loro abitanti, e altre che sono in guerra con i loro cittadini. Per me Roma è tra queste ultime, la mia ossessione arriva al punto di personalizzare la città come un’entità maligna che trama contro la mia vita: ogni mattina esco sapendo che dovrò sopravvivere alle sue trappole per tornare indenne a casa la sera.

I miei amici ormai mi prendono per pazzo, mi chiamano “l’Ispettore”, una figura dall’eco gogoliano. Quando cammino per la strada mi fermo in continuazione a scattare foto, qualunque foto: macchine in seconda o terza fila, cassonetti stracolmi di “monnezza”, graffiti sui muri appena ridipinti dei palazzi, tavolini che invadono i marciapiedi, tombini otturati, autobus bloccati nel traffico, cacche di cane rinchiuse nei loro sacchetti e lasciate nello stesso punto dove il cane ha cacato, buche nell’asfalto, cantieri pollaio con le loro eterne reti arancioni, stazioni della metro come gironi infernali.

Certe volte scendo dalla moto per fotografare qualcuno di questi orrori. Penso sempre che utilizzerò quella particolare foto per scrivere un post vibrante contro la città e contro il sindaco. Alla fine non lo faccio quasi mai, le foto si accumulano a suon di terabyte nel mio archivio, sepolte e dimenticate perché subito surclassate da altre ancora più scandalose. Ogni tanto Facebook mi regala un cassonetto del 2018, un’auto parcheggiata sulle strisce del 2006, in una specie di stratificazione archeologica del degrado. Il semplice fatto di fotografare, però, ha un effetto terapeutico, scioglie la rabbia del momento e mette un ordine archivistico nel caos delle mie scorribande romane.

Un uomo ordina immagini di cassonetti, autobus e auto parcheggiate mentre guarda un telefono, a Roma.
Illustrazione KANSEI

Lo confesso, non mi limito a fotografare: alzo i tergicristalli delle auto in divieto, specie quelle che ostacolano la circolazione, chiudo lo specchietto retrovisore, qualche volta ho anche graffiato uno sportello, se il crimine era particolarmente odioso. Ma non lo faccio più da quando sono stato visto da lontano dal proprietario dell’auto e costretto ad una scomposta e umiliante fuga.

Qualche volta mando foto particolarmente esplicite ai vigili urbani, agli assessori competenti, finanche al sindaco, ma non ricevo mai risposta; qualcuna finisce su Instagram o su X per la gioia di un gruppo piuttosto vasto di co-ossessionati.

La mia ossessione non deriva dalla nostalgia dei bei tempi andati, prima dell’overtourism, prima della globalizzazione, prima delle low cost. Quando si passeggiava per il centro di Roma ascoltando il rumore dei propri passi, quando non tutti i negozi erano fatti per turisti e anche se le strade erano strette non si camminava incolonnati. No, non è la sindrome “signora mia!”. Tutte le città, tutte le capitali che conosco hanno avuto evoluzioni simili: i centri storici di Praga o di Atene, di Londra o di Parigi, si sono trasformati allo stesso modo, si sono omologati nell’aspetto, nei brand dei negozi, nell’offerta di cibo, nella instagrammabilità degli scorci cittadini.

La mia ossessione deriva dal vedere che tutte queste altre città si sono anche evolute nel verso del meglio, si sono adattate alle nuove condizioni di vita urbana con intelligenza e tenacia, hanno tenuto testa al dominio delle auto, hanno reso più verdi le loro strade, hanno saputo far rispettare le nuove regole, hanno vinto l’inerzia e la sciatteria. Roma no.

Roma si è adagiata sul suo passato senza nessuna idea sul suo futuro e senza nessuna concezione del suo posto nel mondo; si è lasciata travolgere dagli eventi senza alcuna capacità o volontà di governarli. “Tanto è Roma, è caput mundi”.

Questa retorica della “città più bella del mondo” ci ha rovinato. Ognuno degli ultimi sindaci o candidati sindaci si è abbandonato a questa retorica: la bellezza, la storia, l’arte, i monumenti, la capitale del cristianesimo, quasi fosse roba loro, qualcosa che, se eletti, avrebbero portato in dote alla città. Davanti alla “grande bellezza” chi volete che si sporchi le mani con le auto in doppia fila, i cassonetti sfondati, la metro che passa ogni venti minuti, la guerra tra i topi e i gabbiani…

I sindaci poi. Negli ultimi tempi i sindaci sono di due categorie, o almeno così si pretende: civici o politici. Se sono civici hanno anche buone idee ma poco o nessun potere per realizzarle: gli manca l’ingranaggio con il partito dominante, con i sistemi di potere cittadino, con gli interessi organizzati, così si isolano dentro una sindrome da assedio (se non si è capito penso a Ignazio Marino); se sono politici, rispondono al partito che li ha fatti eleggere, alle sue esigenze nazionali, ai gruppi di potere, agli assessori divisi per corrente; hanno il potere di fare le cose ma queste sono spesso quelle sbagliate. (penso a Raggi o Alemanno)

Fosse per me vorrei un sindaco sceriffo, con la stella dorata che brilla al sole di Roma. Ma non alla Gentilini, il famoso sindaco leghista di Treviso che se la prendeva con quelli che allora si chiamavano educatamente “extracomunitari”. Vorrei un sindaco che non desse tregua ai romani, che sono il vero guaio di Roma. Nei miei sogni distopici, dovrebbe esser lecito prelevare un’auto in divieto di sosta e recapitarla a sue spese al proprietario sotto forma di un cubo di lamiera. I cassonetti dovrebbero avere un sistema di droni che se metti l’umido nella plastica te lo riscarica sul terrazzo. Il barista che mette fuori un tavolino di troppo si vede ritirare la licenza per sempre. Lo sparatore di bombolette colorate sui muri viene dipinto a sua volta dalla testa ai piedi e messo così alla gogna. Lo vedete? Ho ragione, sono veramente ossessionato.

Ma senza una vera guida Roma ha perso l’appuntamento con il suo futuro ed è a sua volta rimasta prigioniera di una ossessione, quella di un passato che non torna ma sfiorisce. Come la dickensiana signora Havisham, in Grandi Speranze, abbandonata dallo sposo davanti all’altare, Roma vive ossessionata dal rimpianto di un matrimonio svanito, quello con un suo possibile futuro.

Scrive Dickens: Era vestita con tessuti pregiati – rasi, pizzi e sete – tutti bianchi. Le sue scarpe erano bianche. Aveva un lungo velo bianco che le scendeva dai capelli, e tra i capelli portava dei fiori nuziali, ma i suoi capelli erano bianchi. Alcuni gioielli lucenti brillavano sul suo collo e sulle sue mani, e altri gioielli giacevano scintillanti sul tavolo… Vidi che tutto ciò che, nel mio campo visivo, avrebbe dovuto essere bianco, era stato bianco molto tempo prima, ma aveva perso il suo splendore ed era sbiadito e ingiallito. Vidi che la sposa nell’abito nuziale era appassita come l’abito e come i fiori, e non le era rimasto altro splendore se non quello dei suoi occhi infossati.

Giornalista e conduttore radiofonico italiano. Ha iniziato la sua carriera a Radio Radicale, di cui è stato anche direttore, per poi collaborare con testate come L'Indipendente, Il Foglio, Liberal e Il Tempo. Conduce Zapping su Rai Radio1. Vive a Roma ed è completamente agnostico in fatto di calcio.

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