Da quando i modelli di ElevenLabs e di Suno hanno raggiunto livelli di synthetic creative production che 10 anni fa sarebbero stati fantasia, mi è di nuovo venuta voglia di fare musica. Vedere le macchine essere così efficienti nel raggiungere output che a un umano avrebbero richiesto settimane, mesi o anni, come nel caso di questo o quell’altro problema matematico, se dapprima mi ha sconfortato subito dopo mi ha fatto sentire sollevato. Il peso della performance, della tecnica, dell’aspettativa verso noi stessi, verso il successo, perde totalmente di significato quando realizzi che siamo all’inizio di un’era in cui i protagonisti dei raggiungimenti intellettuali non saranno umani.
Cosa ci rimane se le macchine vincono i Nobel sia per la fisica che per la letteratura.
Se non avessi speso in terapia l’equivalente di una Audi TT penserei ancora che le assurdità con cui mia madre o sua madre hanno provato a crescerci, ovvero con una qualche forma di revanscismo sociale ed economico dove il successo della propria famiglia doveva fungere in qualche modo da giustificazione assoluta dell’assoluto fallimento della propria vita intima ed emotiva, avessero un qualche senso. Ma sul fatto che siamo ossessionati dai lati più terribili della nostra famiglia perché temiamo con tutti noi stessi di non riuscire a diventare altro, di meglio, magari scriverò un’altra volta.
Ecco, se non ci fosse Angela nella mia vita (Angela è la mia terapeuta) penserei che non ha più senso fare musica, non ha più senso fare matematica ma nemmeno lavorare in generale perché siamo chiaramente all’inizio della nostra fine e diventare i migliori in qualcosa oggi è impossibile a meno che tu non abbia intenzione di installarti una GPU nel cervello — che voglio dire, parliamone, ci vorranno 15 anni forse 20 ma è ovvio che è il prossimo step evolutivo che proveremo a fare.
La nostra ossessione per la distinzione ha disegnato la sagoma del successo nella nostra visione occidentale. Se non posso distinguermi dagli altri (perché una macchina fa meglio quello che vorrei fare io e la macchina è a disposizione di tutti o almeno di chi ha i soldi per pagarla, Gramsci perdonaci) allora non potrò dare al mio successo una chiave di lettura identitaria: ho avuto successo perché sono speciale; perché ho il talento; perché Dio mi ha dato un dono; perché ero destinato a; perché ho sofferto così tanto che me lo merito e altri mille perché che servono più a far comprare la seconda casa ai nostri terapeuti che a far felici noi stessi.
Secondo me c’è molto di noi stessi e di quanto odiamo essere persone qualunque nel nostro sentimento di avversione e di luddismo che aleggia attorno all’AI in Occidente.
In Cina il sentimento verso l’AI sembra essere molto più positivo.
Le immagini delle persone in coda con il computer sotto braccio per farsi installare OpenClaw parlavano abbastanza da sole. Mi hanno colpito perché non sembravano immagini di persone terrorizzate dall’arrivo di una tecnologia pronta a sostituirle, ma di persone che volevano metterci le mani sopra il prima possibile. Certo cosa pensi davvero la moltitudine cinese non lo so e probabilmente non lo sa nessuno. Sono un miliardo e quattrocento milioni di persone, non penso abbiano fatto circolare un Google Form per indagare la likeability dell’AI. Se fosse successo comunque né mi stupirei né mi fiderei ciecamente dei dati. Ma in alcune interviste che ricordo ai vecchi delle campagne cinesi, quando si parlava non di AI ma di “avere dei figli”, dicevano “meglio il partito dei figli perché i figli sono irriconoscenti, il partito non lascia indietro nessuno”. Crazy, sogno di Lenin. Quindi è presumibile che di fronte alla disoccupazione generata dall’AI la struttura politica cinese potrebbe scegliere una qualche forma di redistribuzione per mantenerne l’ideologia comunista. La spinta dello sviluppo AI in Cina è governativa mentre negli USA Wall Street e una catena abbastanza grottesca di investimenti da decine di miliardi hanno bisogno che Altman e i suoi amici trasformino tutta questa roba in ritorni economici.
Forse c’entra il fatto che la Cina abbia costruito una parte importante della propria narrazione contemporanea attorno al progresso tecnico e scientifico. Forse c’entra il concetto di moltitudine, di comunità e di abnegazione dell’individuo in favore di una qualche armonia collettiva che nelle culture orientali ha radici molto più profonde che nelle nostre. Forse da loro l’AI viene percepita prima come capacità della collettività e poi come minaccia alla capacità del singolo. O forse mi sto raccontando una storia io che alla fine i cinesi li rispetto e c’ho il papà comunista. Però la differenza nell’immaginario mi sembra interessante.
Le nostre democrazie occidentali sono invece votate alle follie dell’individuo che ci permettiamo di chiamare libertà. Abbiamo costruito una parte importante della nostra identità sulla possibilità di distinguerci, e poi di trasformare quella distinzione in sicurezza economica, status, accesso alle cose, possibilità di scelta. E nel frattempo quelli che possiedono le macchine e l’intelligenza che affittiamo hanno costruito privilegi così grandi da rendere a volte quelle stesse democrazie dei giocattoli. Valeva per i Rockefeller e vale per Jensen, Zuckerberg, Musk e tutti coloro che oggi sono proprietari delle macchine e dell’intelligenza che affittiamo.
Quando l’automazione a fine ’800 ha iniziato a secolarizzare un’assumption importante — gli esseri umani sono sostituibili dalle macchine e devono essere sostituiti da esse quando possibile per una questione di efficienza, e il mercato per produrre ricchezza per tutti deve essere efficiente — secondo me ci siamo un po’ tutti storicamente nascosti dietro il classismo non vedendo dove la parabola della sostituzione sarebbe stata destinata a finire.
Mi ricordo la spocchia con cui da piccolo ti dicevano di studiare all’università per non finire a fare l’operaio in una fabbrica, terrorizzandoti sul fatto che gli operai erano alienati perché manco lavoravano ma guardavano le macchine lavorare e schiacciavano solo un bottone o innescavano una leva. Alludendo in qualche modo al fatto che studiare equivalesse ad apportare al mercato produttivo una qualche forma di valore che non sarebbe stato sostituibile.
Finché le macchine sostituivano il lavoro dei figli degli altri era progresso. Ora che iniziano a sostituire il figlio di papà che ha studiato alla LSE siamo in preda a una vera crisi esistenziale e abbiamo pure Musk (campione del postcapitalismo che dice che SpaceX supererà in valore l’economia dell’intera Terra) che parla di redistribuzione e redditi universali. Non certo Mao Tse-tung, ecco.
A parte il fatto che oggi mi sembra un sogno che mi paghino per non fare un cazzo ma va beh, pur di dare un senso morale alla nostra vita c’è pure chi si dice che è innamorato della propria corporate ladder quindi voglio dire ci raccontiamo davvero di tutto per non ucciderci la sera. Siamo ossessionati dal non ucciderci. E forse è l’unica ossessione che ha senso di esistere. E verrebbe da uccidersi se uno pensa che il punto della propria vita sia l’efficienza o il valore che portiamo agli stakeholder.
Ed è qui che ci siamo fatti fregare: abbiamo iniziato a credere che il nostro valore fosse un numero rapportato a una qualche forma di valuta, produttività o volume di consumo. Che il fatto di essere bravi in qualcosa avesse valore perché misurabile rispetto agli altri e soprattutto monetizzabile.
Di fronte alle macchine che sparano a precisione 99,999%, riescono a iniettare pittura a una velocità disumana e calcolano come nemmeno Einstein fatto di Ritalin potrebbe concepire, come fai a immaginare di raggiungere una qualche forma di eccellenza? Non puoi.
Ma forse il problema non è nemmeno che le macchine diventino eccellenti. Il problema è che stanno diventando mediocri.
Mediocri molto bene e molto in fretta. Non ci stanno rubando il diritto a essere eccellenti ma il privilegio di essere “good enough” (bravi abbastanza) e costruirci sopra una vita economica e morale.
Non serve che l’AI diventi Picasso per mettere in crisi il lavoro di un illustratore. Basta che diventi più brava di tanti illustratori mediocri (che chiaramente sono il 99% degli illustratori, ma vale letteralmente per qualsiasi campo del sapere o del fare). E la cosa ci riguarda perché gli illustratori mediocri, i musicisti mediocri, gli scrittori mediocri, i consulenti mediocri, i programmatori mediocri siamo tutti noi. Per definizione.
Ma allora che libertà.
Perché se pensi al Medioevo il cantore andava in giro a raccontare storie non per vincere un premio o per fare un disco di platino ma per l’esperienza di andare in giro, cantare canzoni, scoparsi le pulzelle e pensare che in un mondo di dolore e fatica io il viaggio me lo sto facendo cantando.
La ricerca genuina verso qualcosa che ci renda diversi da ieri in realtà fa rima con mediocrità perché la mediocrità è l’unico specchio che abbiamo su noi stessi e sugli altri. Nasconderci dietro le nostre potenzialità dormienti, latenti o evidenti ci aiuta a crederci distinguibili da una moltitudine che è irrilevante by design.
L’AI sta tuttavia mettendo in grande crisi questo meccanismo narrativo di autodifesa ontologica della nostra vita. Perché se gli LLM pareggiano in alcune cose con i PhD per superarli magari nel giro di qualche mese, vuol dire che tutti coloro che nella curva stanno alla sinistra dei geni rischiano di valere economicamente meno di una macchina e la loro mediocrità non è più una scusa sufficiente per esistere in un sistema capitalistico.
La nostra ossessione verso il successo e verso la distinzione ha portato alla creazione della più grande tecnologia della storia dell’umanità ed è la più grande perché forse sarà l’ultima, perché dopo questa cosa l’umanità sarà una roba diversa.
C’è da chiedersi noi, ultima generazione di umani prima dell’era post-umana, che facciamo mentre la nostra specie cambia pelle e mentre le democrazie liberali collassano.
Oltre a sperare nel reddito universale e nella venuta di queste fantomatiche gracious machines che si prenderanno cura di noi come noi non siamo stati in grado di fare con noi stessi, chissà cosa vorrà dire.
Boh, mi verrebbe da dire suoniamo il jazz, dipingiamo e scriviamo poesie.
Ma davvero ha senso spendere tempo in queste attività se è la macchina che vince i Grammy e il Premio Strega?
A noi che resta se l’eccellenza è delle macchine? In realtà, tutto.
Ci resta questa fantastica esperienza che è la vita, ci resta il viaggio, nel senso più banale, retorico e shallow possibile. Bellissimo. Che liberazione poter dire banalità e crederci davvero perché hai scavallato questa ossessione verso la performance e hai abbracciato la mediocrità e l’unica ossessione che ci fa bene: quella per vivere e fare le cose che ci fanno stare bene e dire quel sì alla vita che anche un tamarro come Nietzsche alla fine aveva capito essere l’unica vera risposta.
C’è un paper molto bello che si intitola LLMs can’t jump e spiega come, per quanto la potenza computazionale sia incredibile e permetta di fare cose incredibili, oggi i sistemi di AI abbiano ancora difficoltà a “saltare”, dove per saltare si intende collegare cose che prima non erano collegate. Potremmo tradurlo filosoficamente con l’intuizione geniale di Schelling, quella che Hegel liquidava come un colpo di pistola. L’intuizione, sostiene quella tesi, è ancora una prerogativa umana e lo è perché l’umano fa esperienza del mondo, delle cose e degli altri umani.
L’AI sbaglia eccome. Allucina, sloppa, fa cose male, produce risultati mediocri, associa cose che non dovrebbe associare. Anzi, noi cerchiamo continuamente di farle fare le cose meglio, in KVA come in Kansei, proprio perché non è perfetta, non efficiente né sempre precisa, tantomeno geniale. Se lo fosse già non ci sarebbe bisogno degli umani che la allenano, la guidano, la promptano, passando il tempo a esigere che lo diventi, perfetta.
Potremmo scoprire fra una decina d’anni, quando la physical AI avrà avuto il suo 2026 di mass market, che le macchine prima o poi faranno esperienza del mondo e potrebbero imparare a “saltare”, inventare e persino trasformare un evento casuale in qualcosa di nuovo e saremo davanti alla Super Intelligenza (non sono un nemico del governo americano).
Succederà, non è se ma quando. E allora?
Forse vivere con la nostra mediocrità dando alla nostra vita dei significati e non solo più misurazioni di performance mentre viviamo su questa terra è l’unica cosa che le macchine di domani avranno da imparare da noi.
E quindi insomma l’altro giorno mi sono messo al piano e mi sono rimesso a fare i beat e a scrivere colonne sonore per film che non produrrò mai.
A un certo punto ho sbagliato a mettere le mani sul pianoforte e mentre stavo suonando in scala maggiore ho confuso una terza e per caso sono passato da un intervallo maggiore a un intervallo minore. L’atmosfera nel mio piccolo studio è cambiata e io per un attimo mi sono un po’ emozionato perché stava succedendo una roba bella.

È durato il tempo di rendermi conto che era un errore e non era voluto perché solo un genio, che io so bene di non essere, avrebbe cercato quella tensione.
Ma per la prima volta non mi sono ossessionato dal come ripeterlo. Ho pensato: “sono stato proprio fortunato a fare quella svista, chissà quando mi ricapiterà”.
È stato un bel momento. AI could never.
Autore italo-brasiliano, imprenditore e thinker multidisciplinare, attivo tra venture capital, narrazioni, pensiero creativo e ricerca sull'intelligenza artificiale.


