How Social Media Is Transforming the Future of Language

Il libro allarga la definizione di algospeak: non più solo gli eufemismi nati per aggirare la moderazione («unalive» per «suicidio»), ma tutto il linguaggio plasmato dalla mediazione algoritmica. Lo short-form video è, dopo scrittura, stampa e internet, un nuovo punto di svolta della comunicazione: l'algoritmo decide chi incontra una parola, come si diffonde, quanto dura. I processi restano antichi — eufemismo, slang, socioletti, appropriazione — ma il nuovo medium li accelera e li fonde: parole, meme e metadati sono ormai la stessa cosa. E poiché l'adattamento è un tratto umano, non «siamo cooked»: la lingua sopravvivrà anche a questo.
Va letto, ma per ciò che è: la prima etnografia partecipante del meccanismo che produce il lessico corrente, scritta da chi tira le leve e accetta di mostrarle. Come reportage dall'interno — analytics, memo di MrBeast, interviste ai creator — è materiale che non esiste altrove; come linguistica sistematica non regge, e l'ottimismo finale del linguista («non siamo cooked») assolve in fretta l'economia dell'attenzione che il capitolo sull'enshittification aveva appena incriminato. Utile a redazioni, insegnanti e a chiunque scriva per un feed; da leggere con le survey in una mano e il conflitto d'interessi nell'altra.
Se le parole sopravvivono sempre, come Aleksic conclude, resta la domanda che il libro sfiora e lascia cadere: cosa diventa una lingua quando l'arbitro della sua diffusione non è più una comunità di parlanti ma un'infrastruttura proprietaria che ottimizza il profitto — e che nessuno, nemmeno chi la costruisce, sa più leggere?