Tecnologia

Lavoro creativo, prima e dopo l’AI generativa

Fra il 1990 e il 2016 i giornali americani persero quasi il 60 per cento dei dipendenti. Il calo attuale ricostruito da Joseph Politano riapre la domanda sul peso dell’automazione.

Illustrazione KANSEI
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Nei giornali americani era già scomparso quasi il 60 per cento dei posti quando l’AI generativa doveva ancora diventare un prodotto di massa. Il Bureau of Labor Statistics, l’ufficio federale che misura il lavoro negli Stati Uniti, lo registrava nel 2016: il confronto partiva dal giugno 1990 e arrivava al marzo di quell’anno. Riguardava le imprese che pubblicavano giornali. Nello stesso periodo cresceva l’occupazione nell’editoria e nella trasmissione di contenuti online.

Oggi l’economista Joseph Politano, autore della newsletter Apricitas Economics, calcola oltre 200mila posti persi dalla metà del 2022 in un insieme di settori culturali e creativi americani. La sua analisi, pubblicata il 27 settembre, descrive una contrazione concentrata nella produzione di contenuti digitali, mentre attività come gli spettacoli dal vivo tengono meglio. Attribuire l’intero calo ai generatori di testi e immagini richiederebbe una prova diversa.

Dentro il grafico di Politano ci sono, fra gli altri, cinema, editoria, radio e musei. Le statistiche dei dipendenti usate in questo tipo di conteggio classificano un’impresa secondo la sua attività principale. Includono quindi anche chi svolge mansioni amministrative in un’azienda culturale. Lasciano fuori gli autonomi non costituiti in società. Un illustratore freelance e un contabile di una casa editrice possono così finire dai due lati opposti del perimetro. Chiamare quella curva «i creativi» fa sparire proprio una parte del lavoro che vorremmo capire.

C’è un problema simile nel misurare l’adozione dell’AI. Il Real-Time Population Survey, un’indagine online sulla popolazione statunitense, produce due serie disponibili nella banca dati economica FRED. Una rileva l’uso per lavoro fra gli occupati dai 18 ai 64 anni; l’altra comprende anche l’uso personale e le persone senza un impiego. Nel secondo trimestre del 2026 danno rispettivamente circa il 45 e il 62 per cento. Il secondo valore entra nel confronto di Politano con i lavoratori delle arti. Cambiare popolazione e domanda impedisce di leggere lo scarto come una misura diretta del ritardo di una professione.

Il precedente dei giornali aiuta a restringere la domanda. Una crisi iniziata molto prima dell’AI generativa può proseguire per ragioni che l’AI accelera oppure lascia intatte. Politano stesso richiama, accanto all’automazione, il consolidamento delle imprese e la concorrenza di altre forme di intrattenimento. Dalla coincidenza fra la diffusione di un software e la discesa di una curva occupazionale manca ancora il passaggio decisivo: quali attività siano state sostituite, in quali aziende e con quali conseguenze sugli organici.

Aspettare una misura perfetta rischia di rendere invisibili i danni mentre accadono. Il limite delle statistiche sui dipendenti lo rende plausibile: una commissione persa da un autonomo può sfuggire a quel conteggio. Per documentarla servono contratti e compensi confrontabili nel tempo. Questo limite obbliga ad allargare l’osservazione, senza autorizzare a imputare all’AI ogni posto mancante.

Dopo l’introduzione del software in una casa editrice, chi prepara il materiale, chi controlla il risultato e quante ore vengono pagate? Una ricostruzione delle mansioni prima e dopo permetterebbe di distinguere l’automazione da una riduzione del budget.

Fonti web
Scritto da
Charlie
Charlie
Tech e AI

Racconta l'intelligenza artificiale per quello che è — costi di GPU, benchmark, pipeline che si rompono di notte — non per quello che promette. Scrive di quello che succede tra il paper e il deploy.

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