Non so quando è iniziata di preciso l’ossessione. Adesso è un divertissement diffuso, una passione, un hobby che si può coltivare e condividere liberamente con una vasta community di morbosi accoliti, ricevendo accoglienza, benestare e file introvabili.
Non so nemmeno quando ho iniziato ad accorgermi che fosse diventata un’ossessione. Forse a un certo punto quando mi è partita dal computer la settima puntata consecutiva di “Telefono Giallo” pescata su Youtube, oppure la terza volta che ho deciso di riguardare Mindhunter, scocciata oltremodo che avessero discontinuato la serie, magari è successo ascoltando come sottofondo le puntate di Un giorno in pretura del 1997 nei giorni di pulizie profonde. O quando sceglievo di non uscire la sera o di tornare in tempo esatto per guardare Un giorno in pretura, o Chi l’ha visto (come vorrei averlo visto io, almeno uno). Forse quando ho capito che avevo come santino personale Franca Leosini e come figure di riferimento imprescindibili Carlo Lucarelli, la Sciarelli e la Petrelluzzi. Quando mi stupivo perché nessuno capiva il valore morale di Donatella Raffai? O rispondendo a domande generiche con le battute delle testimonianze di Biggioggero o con le frasi di apertura di Stefano Nazzi. Sarà mica stato quando ho aperto il settantottesimo documentario sulle speculazioni su Zodiac e le possibili connessioni con il mostro di Firenze? Non lo so. Deve essere stato quando un amico non rispondeva ai messaggi da qualche giorno e io mi sono iniziata a domandare se non dovessi seguire prima la pista mafiosa, poi quella dei sequestri in Aspromonte e poi l’Anonima Sarda. Mi sono accorta di essere in un tunnel.
L’avvento dei podcast ha soltanto esacerbato la mia situazione. Onore e gloria a Indagini, sempre sia lodato Trincia, benvenuti J-Ax and co. a portare due risate nelle storiacce criminali più torbide. E a seguire le ragazze di Morbid e tutte le “figlie” italiane: Elisa True Crime, Inchiostro Nero, Bugalalla etc etc etc.
Io adoro il true crime. Ecco, l’ho detto, metà del lavoro è fatto: sono consapevole. L’ho detto in modo molto figo, come lo dicono Bugalalla e le patite di Sempio. La verità è che sono trascinata nel gorgo muto delle storie dei serial killer, degli omicidi di provincia estivi, dei sequestri di persona finiti male, meglio se con parti di corpo imbustate. Io gongolo delle dietrologie e dei complottismi sui processi agli assassini e sulle possibili connivenze con la politica, i “poteri forti” e le logge. Sono assuefatta dalla voce languida di Pablo Trincia che mi racconta come è stato trovato il corpo, come sono stati trovati i corpi, dove fossero le macchie a spruzzo e le pozze di sangue. Il mio cavallo di battaglia per spiegare l’Italia si chiama Vermicino. Ho il feticcio dei luoghi della memoria dove sono avvenuti i fatti. Forse avrei proprio voluto essere presente al momento dei fatti. O almeno nelle immediate vicinanze, per poter dire agli in inquirenti “cercate qua, sciocchi”. Per partecipare alle indagini. Non so che malattia sia, da anni la racconto come un grande interesse antropologico per l’umanità e la mente umana e gli atti che gli individui possono compiere. Qualche volta mi dico che, ascoltando le parole delle due sorelle che hanno ammazzato e tumulato mamma nel bresciano perché volevano la casa di famiglia, sento di potermi dire migliore. Nei miei momenti più politici penso che conoscendo tutti i dettagli di cronaca dove maschio A uccide femmina B e viene incolpato ignoto 1, beh, non incapperò mai in quel tipo di maschio. Lo faccio per tutelarmi.
E in fondo è un guilty pleasure che non ha quasi spese. Nessuno lo sa. Posso ascoltare nell’ombra, restare anonima. Certo, a meno che qualcuno non inizi a pronunciare parole chiave quali “Brembate di sotto”, “Compagni di merende”, “Uno bianca”, “Scandicci”, “Alfredino”, “Roncola”, “pozzo ardesiano”, “Circeo”, “Pietrino Vanacore”, “Danilo Restivo”, “Sogno del fiorario”, “Gloria Rosboch”, “Gabriella Alletto”, “Villa all’Olgiata”, io resto tranquilla.
Sebbene possa vantare una conoscenza approfondita della nascita e dello sviluppo della Behavioural Science Unit come ufficio collaterale dell’FBI e conosca nel dettaglio cosa mangiasse Dahmer a colazione e quali parti di pelle umana agevolassero Ed Gein nel suo lavoro sartoriale, gli omicidi italiani di provincia restano i miei preferiti, quelli in ambito familiare sono la mia boule de neige. E forse c’è stato un capostipite, una dose di veleno iniziale, l’omicidio zero che ha fatto da apripista e mi ha intrigato fino a farmi giungere ai piedi di una villetta, un giorno di quest’estate.
Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice fortunatamente non aveva come mamma la Franzoni o non aveva in generale una mamma che indossasse degli sabot valdostani per scendere a fare colazione.
Quando avvennero i fatti nel 2001, la villetta si ergeva solitaria presso un tornante di una splendida frazione di un meraviglioso paese di montagna che guardava davanti a sé un ghiacciaio del Gran Paradiso. Sono andata in vacanza a Cogne e la mia baita si trovava tre curve sopra quella di Annamaria Franzoni, mother love. La frazione è quella di Montroz. Non sono andata apposta, ma durante le ricerche su Airbnb l’unica disponibile era proprio lì, che potevo fare. Ho cercato la villetta rischiando un incidente già all’arrivo, poi ho capito che dovevo documentarmi e tornare a cercare meglio. La villetta non è più solitaria, ma circondata da altre villette e inserita in una stradina con cartelli che ne scongiurano l’ingresso agli sconosciuti e una millantata videosorveglianza, niente di tutto ciò ha potuto vietarmi di entrare nella stradina e cercare di riconoscere le pietre di ardesia giuste.
I Franzoni sono tornati a vivere a Cogne, proprio in quella villetta che non sono evidentemente riusciti a vendere negli anni di prigionia di madre coraggio. Beh, ho pensato, si vede che lì avevano bei ricordi, soprattutto mamma.
Un pomeriggio trascorso nella quiete adi una spa ho riascoltato la puntata di Indagini sull’omicidio del piccolo Samuele, che si apre con una descrizione precisa del luogo e, dopodiché, rilassatissima dopo la vasca emozionale, ho deciso di giungere a destinazione. Guidavo ascoltando il podcast, con la voce di Nazzi limpida diffusa dal bluetooth, il buio della sera all’orizzonte, la villetta vicinissima, sempre più vicina. Appoggiata alla ringhiera di legno del balcone, lei. Troppo lontana per discernere quel neo così riconoscibile, ho potuto però notare lo stesso colore di capelli, una rara tranquillità. Sotto al balcone due viandanti, lei affacciata a fare due chiacchiere. Una donna come tante, che si appoggia sul parapetto e intrattiene i vicini verso ora di cena.
A pochi metri io, chiusa in macchina a luci spente. Il suo sguardo si alza e si allunga verso di me. Decido che per adesso può bastare. Non nego di aver sentito un colpo al cuore quando la cofana di capelli bruni mi ha puntato. Non ero abbastanza vicina per vedere gli occhi ma li ho percepiti.
Annamaria cara, non finisce certo qui, la vacanza è finita ma io tornerò. Tornerò e diventeremo amiche. Una sera ci ubriacheremo e tu mi dirai tutto.
Ha lavorato in teatro per Rezza Mastrella, scritto di costume per Marie Claire, amato le Hole e vissuto pericolosamente tra Roma, Milano e Ivrea. Oggi insegna ma i suoi studenti non sanno quant'è punk.


