Cultura

Hai rivisto più volte Pretty Woman o Ritorno al futuro?

Alla decima visione sappiamo già quando Richard Gere farà scattare il coperchio dell’astuccio, e il bello è aspettarlo. Con le canzoni ci sembra normale; a un film chiediamo invece che la replica ci insegni qualcosa. D. A. Miller, che da ragazzo riguardò Il delitto perfetto fino a impararne i dialoghi, racconta un piacere diverso.

Hai rivisto più volte Pretty Woman o Ritorno al futuro?
Illustrazione KANSEI
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Lo so già come finisce In Pretty Woman Richard Gere apre un astuccio con una collana. Julia Roberts allunga la mano, lui fa scattare il coperchio e lei scoppia a ridere. Alla decima visione sappiamo esattamente quando lo farà. Possiamo perfino cominciare a sorridere prima di lei. La sorpresa ormai riguarda soltanto Julia Roberts; a noi piace aspettarla. Quell’attimo in cui la mano si avvicina all’astuccio è diventato parte del divertimento.

Con le canzoni questa faccenda ci sembra normale. Ricantiamo la stessa fino allo sfinimento, aspettando il ritornello che conosciamo a memoria. Nessuno propone di saltarlo perché ormai sappiamo le parole. Anche un film può dare questo conforto: per un paio d’ore ritroviamo certe voci, seguiamo una storia della quale ci fidiamo. Ci è piaciuta e continua a piacerci. La richiesta di una spiegazione più complicata può aspettare la fine del film.

D. A. Miller, critico letterario e studioso di cinema, racconta in Second Time Around: From Art House to DVD la scoperta di una simile possibilità. Da ragazzo, a casa della nonna, vede in televisione Il delitto perfetto di Hitchcock. Torna il pomeriggio seguente sperando in qualcosa di altrettanto avvincente e trova proprio lo stesso film. Lo guarda ancora, poi ogni giorno fino alla fine della visita. Impara i dialoghi. Racconta che quelle repliche gli servivano a prolungare l’incanto, senza rendergli il film più comprensibile. Sapere le battute gli permetteva di ritrovarlo anche a televisore spento.

Lo stesso Miller, adulto, usa il DVD per guardare più a lungo le immagini e verificare ciò che ricordava. I due piaceri possono convivere. Si può tornare per una scena conosciuta e accorgersi di qualcosa che era sfuggito; si può anche ritrovare esattamente ciò che si cercava. A un secondo ascolto di una canzone concediamo questa libertà. Al secondo incontro con un film chiediamo talvolta una scoperta che giustifichi il tempo speso, come se anche il piacere dovesse presentare una relazione sui progressi compiuti.

Ritorno al futuro offre parecchio lavoro a chi vuole controllarne gli incastri. Robert Zemeckis e Bob Gale mandano Marty McFly nel 1955 a incontrare i propri genitori adolescenti: le persone che gli hanno spiegato come si vive sono ancora impegnate a impararlo. C’è già abbastanza commedia in questa situazione da meritare diverse visite. Conoscendo la storia, possiamo seguire con più agio l’imbarazzo di Marty, il contrasto fra quello che sa di loro e quello che si trova davanti. Il film conserva il suo movimento anche quando abbiamo smesso di domandarci come finirà.

Per questo mi interessa la critica cinematografica Pauline Kael quando scrive di E.T. Sul New Yorker vede nell’amicizia con l’extraterrestre una possibilità di crescita per il piccolo Elliott. Critica gli uomini resi minacciosi e senza volto dalla regia: il film possiede già la paura di perdere quell’amicizia. E giudica guadagnate le lacrime degli spettatori. Il suo entusiasmo comprende un’obiezione precisa a Spielberg. Vorrei leggere più spesso critiche capaci di soffermarsi così su un film amato, con abbastanza attenzione da distinguere ciò che funziona dalle forzature.

Naturalmente un vecchio amore può deludere. Una battuta ci sembra greve, oppure l’attore che ricordavamo irresistibile ci irrita. Succede proprio perché stiamo guardando il film adesso. La nostalgia può averci indotti a sceglierlo, poi gli tocca reggere la serata. Se regge, possiamo continuare ad amarlo.

Il palinsesto ha moltiplicato queste occasioni. Qualcuno ha scelto di riprogrammare un titolo contando sulla nostra voglia di rivederlo. Gli si può riconoscere di aver capito il proprio pubblico. Ma per capire quel pubblico bisogna lasciare un po’ di spazio anche al film: in Pretty Woman, al tempo comico di due attori e a quanto ci piace stare a guardarli. Quando Gere apre l’astuccio possiamo mettere via il telecomando. Sappiamo che cosa sta per fare, e vogliamo vederlo.

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