Economia

Salari italiani: il recupero del potere d’acquisto è incompleto

I salari hanno ripreso a crescere, ma il recupero resta incompleto. I dati Istat spiegano perché più euro possono comprare meno e perché il reddito delle famiglie è una misura diversa.

Illustrazione KANSEI
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Nel 2025 le retribuzioni reali lorde medie per dipendente in Italia erano ancora inferiori del 3,5% a quelle del 2019. L’Istituto nazionale di statistica, Istat, riporta il confronto nel Rapporto annuale 2026: anche dopo gli aumenti, il salario medio comprava meno di prima della pandemia. La misura riguarda le retribuzioni di fatto, quelle effettivamente corrisposte, corrette per l’inflazione. È una media nazionale, diversa dal netto accreditato sul conto di ciascun lavoratore.

Il recupero degli ultimi anni c’è stato. Nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%, sopra l’inflazione armonizzata dell’1,6%. Per il secondo anno consecutivo l’andamento delle paghe ha ridotto la perdita accumulata. Un aumento superiore all’inflazione di un singolo anno non garantisce il recupero di tutti i rincari precedenti. Per tornare al potere d’acquisto iniziale conta l’intero percorso di paghe e prezzi.

Un esempio ipotetico: una paga passa da 1.000 a 1.100 euro mentre un paniere che costava 1.000 euro arriva a 1.200. La paga è cresciuta del 10%, il prezzo del paniere del 20%. Con lo stipendio nuovo si compra circa il 91,7% di quel paniere. Per ricomprarlo interamente servono altri 100 euro. Se l’anno dopo i prezzi rallentano, il loro livello rimane più alto finché non scendono: un’inflazione più bassa indica che stanno aumentando più lentamente.

I rinnovi contrattuali intervengono su questa distanza con tempi diversi. Nell’indagine Istat sulle retribuzioni contrattuali, alla fine di marzo 2026 circa 4,1 milioni di dipendenti erano ancora in attesa di rinnovo. A marzo 2026, per i lavoratori con contratto scaduto l’attesa media era di 14,9 mesi. Si tratta della situazione rilevata allora, non del conteggio aggiornato a ottobre. Il momento in cui arriva un aumento contribuisce a determinare per quanto tempo il lavoratore sostiene i rincari con la paga precedente.

Il reddito disponibile delle famiglie comprende invece anche entrate diverse dal salario e risente di imposte e trasferimenti. Un nucleo può aumentarlo perché un secondo componente trova lavoro, anche se il potere d’acquisto della paga del primo rimane ridotto. A gennaio 2026 il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha sottolineato proprio il ruolo degli sgravi fiscali, della crescita degli occupati e dei trasferimenti pubblici nel compensare la perdita di potere d’acquisto delle famiglie. Un miglioramento del bilancio familiare può quindi convivere con salari reali più deboli.

La rilevazione più recente dell’Istat, pubblicata il 5 ottobre, mostra quanto rapidamente questo equilibrio possa cambiare. Nel secondo trimestre 2026 il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è salito dello 0,4% rispetto al primo. Nel secondo trimestre 2026 il deflatore dei consumi, la misura dei prezzi usata per correggere quel reddito, è cresciuto dell’1,4% rispetto al primo. Nello stesso confronto fra secondo e primo trimestre 2026, il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito dello 0,9%. Sono dati destagionalizzati per l’insieme delle famiglie, non una diminuzione dello stipendio di ogni dipendente. In quel trimestre le entrate aggiuntive sono state insufficienti a tenere il passo con i prezzi.

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