Una, due volte al mese, esco dalla doccia, mi rivolgo allo specchio, lo spanno e intravedo Paul McCartney. Non il Paul McCartney di oggi, ovvio: quello del Rooftop Concert, di preciso dei dieci secondi che coincidono con il bridge di I’ve Got a Feeling. Indiziaccio, perché non suono il basso, ho poca barba, cantare canto male, non sono di Liverpool, sono mancino soltanto quando taglio con forchetta e coltello, e invece sono taccagno sempre e se spendessi 5000 sterline per un completo di Tommy Nutter probabilmente lo indosserei per tirarmi sotto a un intercity non appena contabilizzato l’addebito. L’identificazione, per dirla col mio psichiatra, gira quindi sull’orbita della crisi psicotica. Ma io quel buffone l’ho bloccato anche su Telegram, e nei rari deliri che mi concedo, prima che inizino i tremori, sono felice.
Il punto, fuori dall’ottusità dei manuali diagnostici, è che per me quasi non esiste musica che non sia scaturita dalle mani un po’ tozzine di Paul McCartney. Bob Dylan unica alternativa verosimile, George Harrison rincorre, e a volte mi concedo incursioni negli anni 80, poco credibili mattinate heavy metal, parentesi italiane. Ma poi torno lì. Ai Beatles, o agli Wings, o ai dischi solistici. Motivare ciarlando sulla sua grandezza mi pare pletorico. Entrare nel musicale impossibile. Forse è più utile personalizzare, e dire che, quando mi capita di essere avvinto da un estremo di cinismo, che qualche idea riduzionistica e anti-umanistica mi strattoni dietro a pensieri ombrosi, che una semplificazione scientistica tra le più in voga mi affossi in uno spleen che supera il ragionevole, mi basta pensare forte a Paul McCartney, magari dare play a una sua canzone, per ricordarmi che è sempre una questione di credenze, e credere per credere allora meglio scegliere le silly love songs, abbandonarsi alla mistica della superficie e ammettere che ogni razionalizzazione eccessiva è comunque mitomania, quando non sbuffo nevrotico. Scegliere Pascal, insomma, ma col basso Rickenbacker. Ho smesso, invece, di accanirmi contro chi prova a minimizzarne la portata, fingendo – per darsi un tono, spesso – che la venuta di un individuo in grado di fare cos’ha fatto (e, in parte, continua a fare, se molti musicisti contemporanei sarebbero disposti a strapparsi un occhio per aggiungere in discografia The Boys of Dungeon Lane, uscito a maggio di quest’anno), con la misura e la classe con cui l’ha fatto, e attraversando le tragedie che ha attraversato, non sia la massima approssimazione alla deità che si possa immaginare. C’è sempre, però, una cosa che continua a mandarmi fuori di testa. E cioè che qualcuno dica: “sì, Paul McCartney: ma vuoi mettere John Lennon?”. Perché in questa affermazione – che può variare in forma ma non in concetto – io non percepisco soltanto una legittima espressione di preferenze musicali, ma la spia di uno tra i meccanismi psichici che hanno contribuito allo sfascio del mondo occidentale.
Certo: John Lennon è John Lennon e sembra insensato dirne male. Ha inventato di tutto: la musica psichedelica, la canzone filosofica con Strawberry Fields e Tomorrow Never Knows, il grunge. E dopo i Beatles ha continuato a farlo, anche se meno. Con Gimme Some Truth – primo esempio a caso – ha di sicuro inventato qualcosa. Non so cosa, ma qualcosa. Che poi sia cresciuto a un chilometro e mezzo da Paul McCartney e nato nella sua stessa decade, e che si siano incontrati, e che in capo a dieci anni (ad allargarsi) abbiano iniziato e concluso i Beatles, soltanto un darwinista cretino potrebbe ridurlo a una faccenda di competizione tra maschi. Però John Lennon è stato anche tante cose medie, altre pure scadenti. Per dire, arrivava in studio con le canzoni a mezzo, e spesso le finivano insieme. McCartney invece tirava fuori una cassetta dal cruscotto della macchina un giorno con Here, There and Everywhere, quello dopo con Hey Jude. E non c’era bisogno di ritoccarle. Infatti Lennon, da solo, ha scritto una manciata di canzoni buone, parecchie discrete, ma anche pezzi stucchevoli e puerili – Imagine ha una melodia strepitosa, ma un testo da bambini di sei anni; Happy Xmas neanche la melodia –, oltre a obbrobri come How Do You Sleep?, che rimarca cosa passa tra chi spiattella e chi sa velare. Mica sto inventando perché sono tifoso: è tutto documentato, tipo in John + Paul. Una storia d'amore in musica, impresa di Ian Leslie da poco tradotta per UTET. Uno dei migliori libri letti negli ultimi cinque anni. Con un solo difetto: è imparziale. Io, invece, no: parzialissimo. Tranne nel merito di una questione, che mi pare oggettiva, e che poi è quella che mi fa soffrire davvero. Cioè il fatto che John Lennon, più o meno dopo essersi annoiato dei Beatles, si sia dedicato a introdurre nel pianeta la possibilità di fare l’alternativo – locuzione abusata e loffia, ma estensiva quanto serve –, o almeno a diffonderla su scala globale. E io non glielo perdonerò mai.
Nell’esautorare, rifiutandoli, sbeffeggiandoli o ignorandoli, i modelli tradizionali, infatti, traspare la faciloneria di chi auspica giustificazioni, non migliorie. C’è la ricerca di un ma, il tentativo di deresponsabilizzare. Invece di insistere, proporre soluzioni, rimediare, si insinua la convinzione che anche fare schifo, in fondo, possa andare bene. Anzi, che sia pure ganzo. Se poi sei John Lennon e ti poni da eccentrico, irregolare, abbrutito, significa che cerchi di manipolare il pubblico, illudendolo che la tua bravura sia tale perché sei fuori dai ranghi e complessato, non benché. Questo, chiaro, induce frotte di emuli ad abbassare il livello, a confondere tra normale e banale, insignificante e insolito, stupido ed eccentrico, omissibile e valido, e a ritrovarsi, quarantacinquenni, a implorare cento euro dalle pensioni delle madri perché sei mesi un anno al massimo e anche io scrivo Hey Bulldog te lo garantisco mamita. Ma, soprattutto, ti rende simpatico, perché ti pensano innocuo. Nessuno, tranne i bigotti – che tanto non t’interessano –, potrà mai provare ostilità per quel cialtrone un po’ pazzo, bravo con la chitarra e il pianoforte, ma tossico, sposato con un mostro, addirittura brutto.
E invece Paul McCartney no. Paul McCartney ha cambiato il mondo con addosso completi sartoriali e per lo più sbarbato, lavorando a diritto, piccandosi perché Lennon era fisso in ritardo e gonfio, sì, talvolta sperimentando, calando acidi, comprando fattorie e indossando maglioni di lana grossa, ma sempre con premura per l’esteriorità e poi tornando comunque alle formule migliori, direi apollinee, purtroppo accessibili – appunto – soltanto ai migliori. Paul McCartney è un baronetto bastardo, belloccio e languido, che prende il tè come le signore, va a cavallo, porta fuori il cane, ma al terzo colpo di tosse Calico Skies. Ed è dura, lo capisco, pensare che nel mondo ci sia qualcuno che fa roba meravigliosa e che la fa muovendosi dentro al nostro stesso perimetro – non al di fuori –, perché spalanca l’evidenza che essere straordinari non è dato a tutti. Che la vita pone limiti arbitrari e ingiusti, e non ci si fa niente. Che l’essere adulti passa anche dall’accettare non solo cosa si può fare, ma soprattutto quello che non si può. Paul McCartney ha deciso di correre il rischio di apparire per quello che è: una persona migliore delle altre. Certo non esibendolo, ma neanche camuffandolo. Ed è rimasto antipatico. Tanto che lo hanno fatto morire per finta. Per addomesticarlo e renderlo tollerabile, l’unica via è stata quella del complotto. Immaginarlo morto: confessare, cioè, l’insostenibilità di condividere la specie umana con un esemplare simile. Poi, purtroppo, è subentrato il tempo, altro grande complottista: gli anni, per motivi a me insondabili, sono trascorsi pure per Paul McCartney, che da stella accecante è passato ad alogena, poi a faretto led, infine a lampadina smerigliata. E i mediocri contenti. Ma tanto è tutta illusione: ottantaquattrenne, cammina piano, è incerto negli appoggi, la voce gli è calata, ma appena incrocia un muro di fotografi pollici e indici tornano a simulare l’antica pistolina, e lì riappare, uguale a sempre.

McCartney è un paio di Church’s; Lennon due Birkenstock un numero sotto. McCartney è il Forte dei Marmi; Lennon tre notti in tenda al Parco dell’Uccellina. McCartney una Range Rover uscita di fabbrica; Lennon una macchina d’epoca con adesivi spiritosi. McCartney una ventiquattrore; Lennon un commercialista con lo zaino. McCartney è un professore che ti cancella mezzo paragrafo e dice “no è brutto riscrivilo”; Lennon è l’insegnante di danza aerea che ti guarda negli occhi e dice “non conta la coreografia conta l’espressione di come stai, la tenerezza, ma levati le scarpe se no ti tronco”. McCartney è Halfeti; Lennon un deodorante in pietra di allume. McCartney è un frate domenicano; Lennon uno sciamano amazzonico che ti somministra l’ayahuasca e ti allunga un secchio da riempire con le tue deiezioni; McCartney sa essere serio; Lennon proietta agli hipster, allo scherzo perpetuo, al vale tutto vale nulla. McCartney è il massimo che si può conseguire nell’esperienza terrestre, un totem da ammirare e adorare; Lennon, suo malgrado, declina in una balla raccontata bene per blandire chi vuole dimenticare le proprie frustrazioni e scegliere la via del disincanto senza avere mai conosciuto l’incanto.
Io capisco la fascinazione per gli ultimi. Ma preferisco i primi. Sono proprio contento di sapere che nel mondo ci sarà sempre qualcuno migliore di me. Più dotato, più bravo, più capace. Riformulo: io ho bisogno che qualcuno sappia fare cose che non so fare, che evidenzi l’opzione di livelli ulteriori, pure se difficili da raggiungere, o forse addirittura preclusi. Perché l’idea che ci sia altro – superiore, accessibile soltanto per nobile concessione, fruibile a gocce, bello, perfetto, incomprensibile – mi solleva con la sua sola ipotesi dalla gravezza di esistere. Mi piace, insomma, essere discepolo, adepto, seguace. E se anche questo sembrerà infantile, una cosa simile al desiderio di un superpotere genitoriale che rimedi alle spiacevolezze o a un bacino devozionale in cui annullarsi, e che alla fine si sia poco adulti anche noi, pazienza. Almeno ci si veste bene, e si profuma.
È il sesto di tre sorelle e ha imparato a scrivere a dodici anni. Scrive su Il Nemico. Ha pubblicato Uno starnuto fortissimo (Visiogeist, 2022) e A me mi ha rovinato il tennis (Blackie, 2026).

