Società

Troppo importanti per scegliere una maglietta

Huang colleziona giacche di pelle, Jobs si affidava a Issey Miyake. La vita comoda di chi si veste sempre uguale, fra Satie e Mickey Rourke.

Jensen Huang a Stanford, 30 aprile 2026. Foto: Anders Eidesvik / Wikimedia Commons. CC BY-SA 4.0 — https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/ . Ridimensionata per il web.
Jensen Huang a Stanford, 30 aprile 2026. Foto: Anders Eidesvik / Wikimedia Commons. CC BY-SA 4.0 — https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/ . Ridimensionata per il web.
Condividi

Jensen Huang possiede decine di giacche di pelle, circostanza incoraggiante per chi teme che vestirsi sempre uguale imponga di smettere di comprare. Il cofondatore e amministratore delegato del produttore di chip Nvidia lo ha raccontato a CBS News, secondo il resoconto pubblicato dalla testata economica Benzinga: molte gliele procura sua moglie Laurie. Il nero, spiega, elimina la scelta; ritrovare la stessa vestibilità e la stessa sensazione addosso gli permette di pensare subito alle cose importanti. Si può dunque avere un guardaroba piuttosto impegnativo e ottenere ugualmente la reputazione di uno che ha altro da fare.

Huang ha 63 anni e ormai si è condannato alla giacca di pelle a vita. A ottanta gli toccherà ancora presentarsi così: il cardigan rischierebbe di rivelare che le spalle erano in dotazione alla giacca.

Mark Zuckerberg aveva esposto un programma ancora più ambizioso. Nel 2014, durante un incontro pubblico di domande e risposte, il fondatore di Facebook spiegò di voler limitare le decisioni sul vestiario per dedicare le proprie energie al lavoro. Aveva anche cura di specificare che le magliette erano più d’una, tutte uguali: precisazione igienica doverosa. Nella sua spiegazione, scegliere i vestiti finiva fra le attività frivole: pensate a doverlo ascoltare dopo aver passato venti minuti a decidere cosa mettervi.

Nel 2024, l’anno dei quarant’anni, Zuckerberg ha cominciato a mettersi le catene. Il nuovo look aveva l’aria di una crisi di mezza età affrontata con un budget molto superiore al nostro. Lui presentava l’intelligenza artificiale, si discuteva della collanina. Dopo anni passati a spiegare che aveva cose più importanti a cui pensare, finalmente qualcosa di interessante da guardare.

Quanto a testosterone scenografico, restava comunque lontano da Jeff Bezos. Il fondatore di Amazon, nelle foto di Vogue del 2023, era già arrivato al cappello da cowboy e ai bicipiti strizzati nella maglietta: veniva voglia di dirgli che il pacco lo poteva tranquillamente lasciare davanti alla porta.

Steve Jobs, cofondatore di Apple, per vestirsi sempre uguale si era rivolto allo stilista Issey Miyake. Nella biografia di Walter Isaacson raccontò di essersi interessato alle uniformi dei dipendenti Sony durante un viaggio in Giappone. Chiese a Miyake di immaginarne una per Apple; i dipendenti accolsero male la proposta. Il capo proseguì per conto proprio. Miyake gli preparò circa cento maglioni neri a collo alto, e Jobs spiegò a Isaacson che l'uniforme personale serviva alla comodità e a costruirsi uno stile riconoscibile. Per arrivare a quel grado di semplicità aveva consultato uno dei maggiori stilisti del mondo. Viene voglia di andarci vestiti bene, a un appuntamento per decidere come vestirsi senza pensarci.

La convenienza pratica merita comunque rispetto. Trovato un capo comodo, comprarne un altro uguale evita una prova, riduce gli abbinamenti da considerare e rende più prevedibile il risultato allo specchio. Per chi detesta vestirsi, è già una buona ragione. Il salto avviene quando da questa modesta economia domestica si ricava una spiegazione del genio. Il tempo risparmiato davanti all'armadio può essere impiegato benissimo per fissare il telefono.

La ripetizione, poi, aveva una sua vita sociale molto prima della Silicon Valley. Il compositore Erik Satie comprò sette abiti identici di velluto, ricorda la Bibliothèque publique d'information del Centre Pompidou. Era la fine dell'Ottocento; bastava presentarsi sempre così per guadagnarsi il soprannome di «Velvet Gentleman». Un guardaroba ripetitivo può richiedere pochissima fantasia al mattino e averne richiesta parecchia al momento dell'acquisto. Satie aveva scelto il velluto.

Il cinema conosce bene l'effetto prodotto da un armadio senza incidenti. In 9 settimane e mezzo, il film di Adrian Lyne del 1986, John, interpretato da Mickey Rourke, ha il medesimo abbigliamento ripetuto nel guardaroba: lo ricorda anche la ricostruzione di costume di Vanity Fair. L'ordine dei vestiti partecipa alla seduzione e al controllo esercitati dal personaggio. Il confronto con Huang si ferma alle grucce: John deve inquietare Elizabeth, interpretata da Kim Basinger; i dirigenti tecnologici devono presentarsi riconoscibili davanti a un pubblico. La giacca di pelle svolge il lavoro anche prima che venga acceso il microfono.

Huang conserva la propria giacca e spiega quanto sia riposante indossarla. Gli credo: sapere già come cadrà un vestito è un piacere concreto. Resta deliziosa la divisione dei compiti che affiora dal suo racconto. Lui si è liberato del pensiero dei vestiti. Laurie continua a procurarglieli.

Leggi tutto il numero

Editoriale, video e tutti gli articoli, in un'unica pagina.

Apri il numero