A Baku Kimi Antonelli è partito sedicesimo, dopo un errore in qualifica, ed è arrivato quinto. Dopo Baku, a vent'anni, guidava ancora il Mondiale di Formula 1 con 66 punti di vantaggio su George Russell. Alla vigilia, a chi gli chiedeva del titolo, aveva risposto così: «È come nel tennis: un punto alla volta». Tuttosport ha titolato «Antonelli versione Sinner», che in Italia è il complimento riservato a chi vince senza urlare.
Sembra il contrario di ciò che i video motivazionali chiamano ossessione. Tim Grover, preparatore atletico di Michael Jordan e di Kobe Bryant, racconta nel podcast The Diary of a CEO un esercizio che proponeva nelle sue conferenze: prima chiedeva di alzarsi a chi voleva portare il proprio lavoro a un livello più alto, poi a chi ne era ossessionato. La sua conclusione è che chi è soltanto interessato resta a guardare, mentre gli ossessionati cambiano il mondo. In una sala piena di gente venuta apposta per sentire Tim Grover, restare seduti richiede più coraggio che alzarsi. In questa versione l'ossessione è una prova di serietà.
Sinner non rifiuta la parola. In un video pubblicato a luglio da SuperTennis dice che per stare fra i migliori «ci deve essere anche l'ossessione», e spiega che la passione deve essere naturale, mentre l'ossessione «è quanto uno lo vuole». Quando però Federico Ferri, direttore di Sky Sport, prima delle Atp Finals del 2025 gli attribuisce «questa ossessione», Sinner corregge: «io userei un'altra parola, cioè "passione"». Subito dopo, però, parla di «un'ossessione incredibile» ed elenca che cosa comporta: mangiare bene, andare a letto presto, uscire la sera forse cinque volte in un anno. «A me piace così.» Raccontata da lui, l'ossessione somiglia a un orario che ha scelto.
Cristiano Ronaldo usa un'altra formula, e ha un interesse a usarla. Dal maggio 2024 è ambasciatore e investitore di WHOOP, l'azienda che produce sensori da polso. Nel podcast dell'azienda, nel maggio 2025, consiglia di curare il corpo senza farne un'ossessione e conclude, in inglese, che conta «la costanza, non l'ossessione». Poi, parlando di sé in terza persona, dice di non imitare Cristiano, «perché Cristiano è pazzo». Nella frase c'è una parte commerciale evidente, perché la costanza si vende a chiunque abbia un polso. L'altra è più interessante: Ronaldo tiene per sé la disciplina che gli altri gli attribuiscono, e la chiama follia, dopo aver detto che quella vita la fa volentieri e che per lui non è un sacrificio.
Ammetto che la frase di Ronaldo mi piace per una ragione poco nobile: diffido del culto del sacrificio, e lui mi dà ragione con troppa facilità. Gianmarco Tamberi mi toglie questa comodità. Nel 2023, a The BSMT, il campione olimpico del salto in alto ha descritto i cinque anni prima dell'oro di Tokyo come un periodo brutto, sempre nervoso, con «quest'ossessione in testa che mi martellava» di vincere l'Olimpiade. Li ha paragonati a un investimento che non rendeva mai. A Tokyo, poi, ha reso; ma chi racconta la sua storia di solito parte dalla medaglia, mentre lui parte dai cinque anni che la medaglia non cancella.
Julio Velasco, che ha portato la nazionale femminile di pallavolo all'oro di Parigi, a giugno ha risposto, sempre a The BSMT, alla domanda che Grover non si pone. Alcuni campioni, dice, sono nati con l'ossessione di diventarlo e altri no, e «il problema è quando noi lo mettiamo come l'unico paradigma», perché nascono illusioni che poi vengono vissute come fallimenti.
Antonelli, con un Mondiale da chiudere, ha scelto la versione meno spettacolare, un punto alla volta, che è anche quella che i campioni descrivono quando parlano di sé. A chi si alza in piedi nella sala di Grover andrebbe detto che cosa sta promettendo a se stesso: anni come quelli di Tamberi, senza la certezza di Tokyo, oppure la costanza che Ronaldo consiglia agli altri, braccialetto compreso.


