Per quasi dieci anni abbiamo imparato una nuova lingua per parlare dei corpi. Body positivity, inclusività, modelle curvy, campagne senza ritocco. Il principio era che il corpo degli altri non fosse materia da commentare. Il corpo ideale continuava a esistere, ma dichiararlo apertamente era diventato sempre più imbarazzante.
Adesso basta guardarsi intorno per avere una sensazione diversa.
La moda offre il dato più facile da misurare. Nelle collezioni autunno-inverno 2026 analizzate da Vogue Business, su 7.817 look presentati a New York, Londra, Milano e Parigi, il 97,6 per cento è stato indossato da modelle straight-size. I corpi plus-size si sono fermati allo 0,3 per cento, il livello più basso da quando Vogue Business ha iniziato a raccogliere questi dati. A Parigi il 99,5 per cento dei look apparteneva alla categoria straight-size.
Il cambiamento si vede anche fuori dalle passerelle. Le immagini di celebrity molto magre hanno ricominciato a occupare i feed dei nostri telefoni, spesso accompagnate da migliaia di commenti che oscillano tra ammirazione, preoccupazione e accuse. Decidete voi da che parte state.
Nell’agosto 2026 il corpo di Ariana Grande è diventato un caso culturale abbastanza grande da oscurare online la promozione del suo nuovo album, o da funzionare più del video musicale.
Nel frattempo è arrivato SkinnyTok.
Nel 2025 l’hashtag era associato a più di mezzo milione di post su TikTok: video sulla restrizione alimentare, l’autodisciplina, il controllo del peso, spesso confezionati come consigli motivazionali. Il governo francese segnalò il fenomeno alle autorità nazionali e alla Commissione europea; TikTok intervenne eliminando contenuti e limitando l’accesso all’hashtag.
Cancellare una parola, però, è molto più facile che cancellare un’estetica.
Quella estetica aveva già imparato il linguaggio dei social: routine del mattino, “what I eat in a day”, allenamento, wellness, disciplina, trasformazioni prima-e-dopo. La vecchia thinspiration dei forum aveva bisogno di angoli nascosti di internet. La sua discendente può sembrare un contenuto sul miglioramento personale.
Poi è arrivata la farmaceutica.
Nel 2025, secondo KFF, il 12 per cento degli adulti americani dichiarava di assumere in quel momento un farmaco GLP-1 come Ozempic o Wegovy per perdere peso o trattare una patologia cronica. Il 18 per cento ne aveva utilizzato uno almeno una volta. Tra chi non li aveva mai presi, più di un adulto su cinque diceva di essere interessato a usarli per dimagrire.
Per decenni la magrezza è stata raccontata come risultato di genetica, dieta, esercizio, disciplina e denaro. Oggi esiste anche una tecnologia medica capace di produrre perdite di peso significative. Dopotutto usiamo le pillole per scopare, dormire, rimanere svegli.
Nessuno dei corpi che vediamo su un red carpet racconta da solo come sia diventato così, e attribuire farmaci o disturbi alimentari a una persona osservandone una fotografia resta una forma di diagnosi a distanza.
Però abbiamo gli occhi, quindi ne parliamo. Quando una forma corporea diventa più raggiungibile, cambia anche ciò che una società può pretendere dai corpi.
Per questo chiamare tutto “ritorno dell’heroin chic” racconta soltanto metà della storia. Negli anni Novanta la magrezza estrema poteva comunicare fragilità, eccesso, decadenza, perfino autodistruzione. La versione contemporanea parla spesso il linguaggio opposto: salute, controllo, ottimizzazione, longevità, benessere. Un corpo molto piccolo può essere presentato come il risultato visibile di qualcuno che si prende cura di sé.
È una trasformazione importante perché rende il desiderio più difficile da riconoscere come desiderio. Se la magrezza coincide con la disciplina, diventa anche una qualità morale. Se coincide con la salute, diventa una scelta razionale. Se coincide con il successo delle persone che vediamo continuamente, diventa aspirazione.
La moda sceglie quali corpi mettere nei vestiti. La farmaceutica modifica ciò che è materialmente possibile ottenere. Le celebrity rendono quelle forme desiderabili e leggibili. Le piattaforme decidono quante volte le vedremo.
La convergenza funziona. È così che nasce un impero estetico.
Ed è anche il motivo per cui la contraddizione della body positivity è diventata così interessante. Se tutti i corpi meritano di esistere senza essere sottoposti a una diagnosi pubblica, il principio vale anche per un corpo molto magro. Guardare una persona e dedurre che sia malata riproduce esattamente l’abitudine che il movimento aveva cercato di togliere ai corpi grassi: trasformare l’aspetto in una cartella clinica.
Il problema compare quando un corpo smette di essere semplicemente uno dei corpi possibili. Un corpo può essere bellissimo, grasso o magro. Una cultura può però distribuire premi in maniera molto meno democratica. E milioni di persone ricevono il messaggio senza che qualcuno debba mai pronunciare la frase: dovresti essere più magro.
Forse la body positivity aveva cambiato più velocemente il nostro linguaggio del nostro desiderio. Per qualche anno avevamo imparato che dichiarare apertamente una preferenza per la magrezza era diventato culturalmente sospetto. Poi sono cambiate le tecnologie, le piattaforme, le celebrity, le passerelle.
Il desiderio ha trovato un’altra strada.



