Tecnologia

Come si riconosce un’AI autorizzata a comprare per noi

Ant International, Mastercard e Visa lavorano al riconoscimento degli agenti fra reti diverse. Identificare il software e provare il consenso all’acquisto sono controlli distinti.

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Ant International, Mastercard e Visa hanno annunciato il 10 settembre una collaborazione per riconoscere gli agenti AI fra diversi sistemi di pagamento. Il nome è Know-Your-Agent, abbreviato KYA: un insieme di principi per identificare il software che agisce per conto di qualcuno. L’obiettivo è ridurre le verifiche duplicate quando un agente passa da un circuito a un portafoglio digitale o a un’altra piattaforma. Ciascuna rete manterrebbe i propri controlli e le proprie decisioni sul rischio.

Il problema nasce prima dell’addebito. Un negozio online che riceve una richiesta automatizzata deve capire se può fidarsi di chi la invia. Un assistente incaricato di cercare un prodotto e un programma usato per abusare del sito possono entrambi presentarsi come traffico software. Accettare indistintamente le richieste espone il commerciante; respingerle tutte impedisce anche gli acquisti desiderati dal cliente.

La collaborazione prevede che ogni agente sia riconducibile a un operatore, a un titolare di carta o a un’organizzazione verificati. A questa attribuzione si aggiungono requisiti condivisi di sicurezza e comportamento, con monitoraggio continuo dei segnali d’identità e delle transazioni. Le aziende stanno lavorando sull’interoperabilità: rendere riconoscibili quei segnali fra reti diverse. L’annuncio non istituisce un documento obbligatorio per ogni AI né certifica un sistema universale già operativo.

Alcuni componenti permettono di capire il funzionamento concreto. Il Trusted Agent Protocol di Visa usa firme digitali per consentire a un commerciante di controllare l’autenticità dei messaggi ricevuti da un agente. La verifica avviene sui dati della richiesta: il sito può riconoscere il soggetto accreditato e distinguere la ricerca di informazioni dall’interazione di pagamento. Sono strumenti di autenticazione, da integrare nei servizi che partecipano al sistema.

Rimane una domanda separata: che cosa aveva autorizzato la persona? Mastercard ha presentato a marzo Verifiable Intent, sviluppato insieme a Google, per collegare il consenso del cliente all’azione eseguita dall’agente. Il sistema costruisce una registrazione protetta crittograficamente, che associa l’identità di chi delega alle istruzioni impartite e all’acquisto. Nei casi con conferma umana può attestare l’approvazione del carrello; nelle operazioni più autonome fornisce elementi per valutare se chiedere un’ulteriore conferma.

Immaginiamo di affidare a un assistente l’acquisto di una lampada entro un prezzo massimo. Sapere quale programma ha inviato l’ordine serve a identificarlo. Conservare il limite di spesa e confrontarlo con l’ordine serve a stabilire se ha rispettato l’incarico. È un esempio del problema che questi strumenti affrontano: una credenziale autentica può accompagnare anche un’azione sbagliata. La prova della delega aiuta a ricostruire l’accaduto, senza decidere da sola chi debba rimborsare il cliente.

Mastercard indica la divulgazione selettiva come strumento per condividere soltanto le informazioni necessarie alla verifica. È una proprietà dichiarata del suo progetto. Per il quadro comune restano da precisare, nelle implementazioni, quali dati circoleranno e fra quali soggetti: riconoscere un agente non richiede automaticamente di distribuire a tutti l’intera conversazione con l’utente.

I fornitori di pagamenti vogliono così rendere meno costoso collegare gli stessi agenti a servizi diversi. Per il cliente, il controllo decisivo resta molto concreto: poter ricostruire l’istruzione data e l’acquisto effettuato. Nel caso della lampada, il nome del software e il limite di spesa devono restare disponibili anche quando arriva un addebito da contestare.

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