Il 18 marzo, a Cologno Monzese, Pier Silvio Berlusconi ha pronunciato davanti all'ANSA la frase con cui le aziende congedano ciò che non hanno il coraggio di seppellire: «oggi diciamo che siamo in pausa». Si noti il «diciamo».
Quattro mesi dopo, il 25 luglio, Mediaset ha tolto alla squadra di Antonio Ricci le chiavi dei canali social del programma e ha mandato la redazione in ferie; l'ultimo post è del 24 luglio, e da allora gli account tacciono come le case sgomberate. Alla presentazione dei palinsesti l'amministratore delegato aveva già liquidato la questione con un capolavoro di reticenza: «ad oggi siamo a questo punto e non ho altre informazioni».
Trentotto anni e oltre settemila puntate si chiudono così: senza un annuncio, senza una serata d'addio, senza un gabibbo che dice «È una vergogna!». Lo ha scritto Dagospia, che dei cadaveri televisivi è il necroforo ufficioso; smentite, a oggi, non risultano.
Vale la pena ricordare che cosa sta finendo. Per trentotto anni Striscia la Notizia è stata un piccolo Stato dentro Mediaset, con i suoi inviati a fare da polizia (privi di mandato e di obbligo di contraddittorio, liberi di inseguire chiunque in un parcheggio), il bancone a fare da tribunale, il Tapiro come pubblica condanna e il Gabibbo, pupazzo rosso urlante, come simbolo nazionale; nel senso in cui lo è anche Pulcinella, cioè simbolo di qualcosa che preferiremmo non essere.
Ricci ha governato questo ordinamento con un'autonomia autentica e rivendicata, concedendosi perfino lo sberleffo al fondatore dell'azienda che lo ospitava; e l'azienda incassava volentieri, perché quel teatro di indipendenza interna era la più raffinata pubblicità della propria tolleranza.
Il meccanismo era una gogna con sigla musicale: la telecamera fungeva insieme da prova, accusa e sentenza, e milioni di italiani, convinti di assistere a giornalismo critico, partecipavano ogni sera a un rito di condanna i cui criteri stabiliva in autonomia il programma stesso.
A Ricci va riconosciuto un acume che precede la colpa: aveva capito che l'Italia ha sempre avuto fame di giustizia sommaria spettacolarizzata, e gliel'ha servita per trentotto anni con la puntualità di un servizio pubblico.
Ed è qui che il finale diventa istruttivo. Un'istituzione che ha costruito il proprio impero sul diritto di piazzarsi davanti a chiunque con un microfono e pretendere una risposta esce di scena senza rispondere a una sola domanda. Chi ha deciso? Quando? Perché? Silenzio; ferie forzate; account requisiti; un eufemismo a marzo e un'alzata di spalle a luglio. Il programma che per trentotto anni ha inflitto agli altri l'obbligo del rendiconto muore esentato dal proprio.
Si può discutere se Striscia sia stata satira, cronaca o linciaggio rituale (soprattutto la terza, travestita dalle altre due). Sulla sua fine, invece, il giudizio è semplice: chi esercita per decenni il potere di chiedere conto agli altri contrae, finendo, un solo debito, quello di dire la verità sulla propria chiusura. Non pagarlo è la conferma definitiva che di giornalismo, in quel piccolo Stato, non ce n'è mai stato.



