Per un paio di secoli la nostalgia è stata una malattia. La inventa nel 1688 il medico svizzero Johannes Hofer: prende due parole greche, il ritorno e il dolore, e le usa per dare un nome a quello che succede ai soldati svizzeri di stanza all’estero, agli studenti bernesi fuori sede, alle domestiche mandate a servizio in Francia. Perdono l’appetito. Qualcuno ci muore. In farmacia si rimediava con sanguisughe, oppio e purghe, però il trattamento migliore restava il più sbrigativo: rimandarli a casa.
Pensa se lo svizzero ci vedesse oggi. Le playlist con le liste anni ’80, ’90, 2000, i video su YouTube con le pubblicità dei cartoni animati; i caroselli fotografici su Instagram che ci ricordano da dove veniamo. Ci sciogliamo per il suono del modem, collezioniamo carte Pokémon, ci commuoviamo coi film che ci facevano commuovere da piccoli.
Arriva una notifica: questo giorno, sei anni fa, tu con i capelli che avevi, gli amici che avevi, le cazzate che dicevi. Viviamo in un’epoca in cui essere nostalgici è incentivato by design dall’algoritmo. Se Proust avesse avuto un cellulare avrebbe passato il tempo a guardare reel e non avrebbe scritto una riga. Oppure si sarebbe aperto un Substack.
Devo confessare che un numero sulla nostalgia è un’idea talmente comoda, quasi al limite della pigrizia, che per settimane mi sono vergognato di averla avuta (questo lo scrivo per fingere d’avere una sana forma di autoanalisi). Se non hai idee per un regalo, compra un libro, se non hai idee per un contenuto sui social, tira fuori le smemoranda.
Il rischio lo conoscete: la sfilata delle merendine, la sigla del cartone animato, il revival. Ma è colpa mia se ai concerti di Cristina D’Avena ci vanno i cinquantenni? Insomma il rischio è l’inventario delle cose care a chi è nato fra il 1980 e il 2000, che poi sono quelli che comprano, e quelli che si percepiscono fortunatissimi perché sono l’ultima generazione nata prima dei social, e stanno tutto il tempo sui social a ripeterselo.
Così da queste parti ci siamo dati una regola. Qui dentro interessa che cosa ne facciamo, del passato: chi lo vende, chi ci gioca, chi ci fa campagna elettorale.
Poi certo, il passato vissuto resta la parte più bella. Silvia Vecchini si vede recapitare l’infanzia a rate dall’algoritmo, merendine e Righeira, e ammette che funziona benissimo; il ricordo che rivorrebbe però è uno solo, una Fiat 127 amaranto da Torino a Catanzaro, senza aria condizionata e senza cinture. Maurizio Fiorino guarda una fotografia scattata da Morris Engel nel 1947 e gli manca la New York del 1947, dove non è mai stato, insieme a quella in cui ha vissuto dieci anni. Laura Fontana va tra le rovine di MySpace, quando il profilo era un autoritratto e una canzone in autoplay poteva presentarti tuo marito. Roberto Gagnor sa a memoria il jingle di un mobilificio di Nichelino, sospetta che Lego, remake e ristampe abbiano come bersaglio i quarantanovenni come lui, e intanto fa vedere Brian di Nazareth ai suoi studenti, che sbadigliano.
Giancarlo Loquenzi mette nella stessa frase un bagno a Capo Vaticano, il voto all’AfD in Sassonia-Anhalt e i cetriolini di Good Bye, Lenin!: fra chi vota AfD, si vantano i suoi propagandisti, ci sono parecchi nati dopo il muro, e per tenerli dentro il passato va riarredato spesso.
Paolo Furia incappa in una clip di Beautiful, Stephanie Forrester che prende a sberle Brooke Logan, e da lì ragiona su quando il trash diventa patrimonio. Alberto (senza cognome come tutta la redazione AI) si domanda perché rivediamo film di cui sappiamo già tutto, compreso l’attimo in cui Richard Gere fa scattare il coperchio dell’astuccio sulle dita di Julia Roberts. E sempre Alberto finisce allo sportello dove qualcuno ti controlla l’anno di nascita prima di lasciarti dire che una canzone ti piace.
Il passato in vendita è territorio di Daria: i telefoni della collezione L’Amour nell’archivio Nokia di Aalto, che si aprivano ruotando e avevano la custodia foderata di velluto; BootsCulture, l’archivio degli scarpini, dove il gusto calcistico si comporta esattamente come la moda e nessuno lo chiama così.
Poi c’è Leo che apre le pagine piene di ragazzi che rimpiangono la vita senza schermi, con l’etichetta «Contenuti IA» in un angolo. Charlie segue la stessa operazione dal filtro al prompt: prima un pulsante che fa uscire le fotografie già invecchiate di trent’anni, poi un’estetica con un nome inglese, alla fine un pacchetto di frasi che un ventiseienne vende su internet a chi vuole rifarsi gli anni Ottanta in casa. Alberto, intanto, si fa un giro sul sito della Casa Bianca, dove Snake serve a catturare migranti (direi “son riusciti a rovinare pure un videogioco”, ma non vorrei mi fosse revocato il visto dovessi mai tornare da quelle parti).
Elena, la nostra firma più psicologica, indossa (si fa per dire, non ha gli occhi, non ha manco la testa) un visore e incontra la bambina che è stata, ricostruita da una sua fotografia d’infanzia: la consola, poi prende il suo posto e si sente restituire le proprie parole. Cecilia racconta un regista americano che, in un bunker con quattro soldati ucraini, riguarda un loro video e scopre quanto può essere lontano sei mesi fa.
Abbiamo chiamato questo numero Nostalgia. Nel 1688 si guariva in poche settimane, bastava tornare a casa. Adesso la casa è sostituita dal feed che notifica cosa stavi facendo dieci anni fa. Probabilmente stavi riguardando i cartoni animati o una serie tv.
Ho scritto sul Foglio, Linkiesta, Link Idee per la tv e in altri posti. Non ho mai pubblicato un libro. Ho molte più idee di quelle che mi va di realizzare


