Società

Mi manca quando il futuro mi piaceva

I ricordi degli anni Novanta mi lasciano indifferente. Poi penso al 2019, ai brunch con C. e ai programmi stupidi che facevamo, quando davo per scontato di avere tempo

Mi manca quando il futuro mi piaceva
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Di tutte le cose di cui dovrei provare nostalgia, non me ne manca veramente neanche una.

I viaggi in auto con i miei genitori, io e mia sorella che litighiamo per decidere che musica mettere durante le confortevoli dieci ore di macchina, mia madre che ogni volta mette su il muso prima di partire e dice «io non ci vengo con voi» e poi dorme tutto il viaggio. Mio padre che guida in silenzio, pensando a come liberarsi di lei. Seguirono anni di separazioni, divorzi, liti, malattie, impazzimenti. Mai più un viaggio tutti insieme. Però separati sì.

A casa di mia nonna ho bevuto per trentotto anni dallo stesso bicchiere giallo di plastica. Sempre quello, fin da quando ero troppo piccolo per quelli di vetro. Lo trovavo sulla tavola quando andavo a trovarla. Parlavamo, cioè lei parlava, io cercavo di parlarle e lei mi ignorava, sempre musona. Il fumo del camino mi intossicava, io aprivo le finestre e lei alzava gli occhi: «Per un po’ di fumo tutte queste scene». Poi buttava nel camino-ciminiera avanzi di cibo, involucri di plastica, posate, telecomando.

Ora è in RSA, convinta d’essere immortale, ed è sempre contenta di vedermi. Ogni tanto dice «ok, ora basta, paga tutto e riportami a casa», come fosse pronta ad alzarsi dalla sedia a rotelle. Io le dico «sì, presto», lei se ne dimentica. Non bevo più da quel bicchiere giallo. Però è anche più igienico.

Non ho nostalgia degli album Panini, mai collezionato niente, di Pikachu, mai visto, pallone da calcio, mai giocato. È fonte d’imbarazzo ogni volta che mio nipote di otto anni vuole giocare. Peggio di quando mi batte nei giochi di logica matematica. Facevo nuoto solo perché mi ci portava mio padre, ed ero contento perché si faceva da soli, sott’acqua.

Non ricordo nessuna puntata di Dawson’s Creek, anche se lo guardavo. Ho guardato praticamente tutto quello che passava in chiaro per anni. Un investimento di tempo considerevole, di cui non ho conservato granché. Ricordo quand’è arrivato internet e la mia vita è cambiata, mi sono collegato a un mondo di persone come me e ho iniziato a sentirmi meno solo.

Su di me i post su quanto erano belli la scuola, i diari, gli anni Novanta non funzionano. Niente mi fa sentire escluso come quando vedo qualcuno più giovane rimpiangere un’epoca in cui non era ancora nato. Pensavo che esserci stato mi desse qualche vantaggio.

Siamo la generazione più nostalgica mai vista? Non saprei nemmeno come si misura. So che appena apro il telefono qualcuno vuole farmi ricordare qualcosa. Una merendina, Cristina D’Avena, i gelati più grandi. Devo aver avuto un’infanzia bellissima, a giudicare da quanto insistono.

A me piace l’aria condizionata, prendere l’aereo e andarmene in giro senza essere ricco, avere in tasca la musica del mondo, i libri che voglio, i film che preferisco, scopare chi voglio. Dovrei avere nostalgia di quando si scaricavano i porno a consumo? Internet è stato un bel posto in cui essere adolescenti, prima d’avere una webcam o una telecamera nel cellulare. Ho conosciuti persone coi miei interessi, dormito in tenda, per terra, visto concerti improbabili, conosciuto persone che poi sarebbero rimaste con me per decenni.

Non ho mai visto Art Attack. Se l’ho visto, l’ho rimosso. Quando sono crollate le Torri Gemelle io non guardavo la Melevisione, ma Ally McBeal, ed ero molto infastidito dall’interruzione.

Tendo a dimenticare tutto: prima solo le cose brutte, ora anche quelle belle. E faccio fatica a ritrovarmi nei ricordi di una comunità di sconosciuti. Ho sempre preferito fare le cose da solo. Anche quando facevamo tutti la stessa cosa, come guardare la televisione, riuscivo a isolarmi. Forse dovrei raccontarlo a un dottore.

C’è però una cosa per cui provo estrema nostalgia. Ogni volta che vedo C. gli dico: «Ma te lo ricordi il 2019?».

Il 2019. Che anno.

Anzitutto ero magro e giovane, mi sembra giusto cominciare da qui. Saltiamo la parte in cui ci diciamo che è bello essere cresciuti, che siamo più consapevoli, più intelligenti, più maturi, e fingiamo di non essere superficiali. La pelle e il metabolismo che avevo allora vorrei essermeli goduti di più.

Quell’anno non lavoravo un granché. Ero freelance, sempre in giro. Se chiudo gli occhi vedo me e C. che andiamo a fare il brunch al Four Seasons. Arriviamo con la mia Polo sfasciata e lercia, con uno strato di fogli e scontrini che la tappezzano, lasciamo passare le Rolls-Royce. Guadagnavo poco, ma sul brunch mantenevo degli standard di C. Allora è questo che provano tutti quando guardano Sailor Moon o un Tamagotchi.

Non c’era ancora stato il 2020. C. non aveva ancora scoperto di avere un tumore. Io non avevo ancora dovuto raccogliere mia nonna da terra nella propria merda. Ero su un precipizio e non lo sapevo. Il futuro che immaginavo era privo di problemi, lontano dalla morte e dalle malattie. Avevo dei programmi e davo per scontato di poterli fare. Anche quelli stupidi. Soprattutto quelli stupidi.

Ogni tanto mi salta fuori qualcuno che scrive di voler tornare al 2019 e vorrei dirgli che lo capisco. Il tempo venuto dopo mi sembra in qualche modo rovinato, come se una parte si fosse persa. Mi viene da chiamarlo l’ultimo anno normale, anche se del normale: ero magro, lavoravo poco, andavo a fare il brunch con C., non c’erano guerre, pandemie, rischi di estinzione per crisi climatica o perché un robot istruito con l’intelligenza artificiale inciampa in un cavo che fa esplodere tutte le bombe atomiche. Mi manca la possibilità di poter perdere tempo pensando di avere tempo, e di pensare che il futuro è innocuo. Mi manca non avere paura.

Manuel Peruzzo
Manuel Peruzzo
Direttore editoriale

Ho scritto sul Foglio, Linkiesta, Link Idee per la tv e in altri posti. Non ho mai pubblicato un libro. Ho molte più idee di quelle che mi va di realizzare

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