«Vi ricordate quando i telefoni erano solo telefoni?» La domanda si fa in tono elegiaco, di solito impugnando il telefono che la smentisce. Conviene prenderla sul serio, perché quegli apparecchi facevano parecchie cose. Su uno di essi si giocava a Snake, che Richard Fisher, raccontando Nokia per l'università finlandese Aalto, ricorda come esasperantemente capace di dare dipendenza. Altri si aprivano ruotando su se stessi. Uno aveva la superficie a specchio e faceva a meno della tastiera numerica.
Sono il 7370 e il 7380, usciti nel 2005 nella collezione che Nokia chiamò L'Amour. Il comunicato prometteva attenzione per il gusto individuale e custodie foderate di velluto, e cercava già nel passato parte del proprio fascino: parlava di vintage e di artigianato, citava l'ambra fra le ispirazioni. Leggerlo oggi fa venire voglia di tenere una mano davanti agli occhi e continuare con l'altra: tanto imbarazzo per le parole, tanta simpatia per gli oggetti.

La collezione fu presentata a Firenze, e nella fotografia di Valerie Pegon conservata nel Nokia Design Archive di Aalto i telefoni hanno ciascuno la propria sedia. Sono sedie minuscole, dentro una vetrina che assomiglia a una casa di bambole; sullo sfondo c'è un camino. Una sistemazione molto più dignitosa di quella che riserviamo al telefono sul bordo del lavandino. Allora gli si arredava casa.

C'è una nostalgia particolarmente sospetta che si prova davanti a questi apparecchi. Ci manca il futuro, diciamo, e intanto stiamo guardando un catalogo di prodotti. La frase suona meglio di «rivorrei trovare qualcosa da comprare che mi entusiasmi». Ha il vantaggio di trasformare un desiderio di consumo in una perdita culturale, operazione rispettabilissima se la facciamo con una libreria, appena più imbarazzante con un cellulare marrone.
Chi li disegnava, a sentirlo raccontare adesso, si divertiva parecchio. Tej Chauhan, che in quegli anni lavorava per Nokia, ha detto ad Aalto che era «Disneyland per i designer»: suo è il telefono a mango, il 7600, con le parti in pelle e tessuto da sganciare e cambiare a piacere, e suo il telefono a rossetto. Il mango, racconta, è venuto fuori in un pomeriggio, due tratti di matita sul taccuino. Dalla stessa azienda è uscito il telefono a banana che in Matrix finisce in mano a Keanu Reeves.

Aalto ha aperto il portale nel gennaio 2025, con più di settecento voci scelte fra migliaia, dalla metà dei Novanta al 2017. Accanto ai telefoni ci sono i tentativi: in un foglio del 1996 attribuito a Dale Frye e Jeff Deacon, un apparecchio a conchiglia è studiato con profili allungati e annotazioni sulle luci. I curatori avvertono che il materiale online è una selezione. Ci sono anche le cose che allora mancavano e che qualcuno metteva giù lo stesso: la macchina fotografica dentro il telefono, il posto in cui ti trovi da mandare a un amico, la faccia dell'altro mentre parla. Sfogliarle è piacevole perché nessuno mi chiede di scegliere il vincitore.
Richard Sennett, in L'uomo artigiano, racconta la stanza che Ruskin voleva al Working Men's College di Londra, intorno al 1855: gli allievi lavoratori dovevano vederci soltanto oggetti fatti a mano, i vetri del Seicento con le loro irregolarità. Quella nostalgia, precisa Sennett, era indignazione e non sospiro di rimpianto. La stanza di Ruskin doveva rendere insopportabile la produzione in serie; il nostro pomeriggio in archivio fa venire voglia di un telefono.
Che allora si vivesse meglio richiederebbe prove ben diverse da una bella tastiera. Fra i telefoni di L'Amour prenderei il 7370 color ambra, con la sua custodia. Per fortuna sto soltanto consultando un archivio.



