Agentiagosto 2026

Come Google sta trasformando Internet in un posto che non abbiamo più bisogno di visitare

E come questo ha conseguenze sul giornalismo

Come Google sta trasformando Internet in un posto che non abbiamo più bisogno di visitare
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Per molto tempo Google ha funzionato come una specie di sistema di smistamento. Scrivevi una domanda, ricevevi una lista di risultati e da lì iniziava il viaggio: un giornale, Wikipedia, un forum, il sito di un’università, il blog di qualcuno che dieci anni prima aveva avuto lo stesso problema con la lavatrice. Il motore di ricerca non conteneva davvero la risposta, ma sapeva indicarti dove potevi trovarla. Cercare qualcosa su Internet implicava quasi sempre entrare nel sito di qualcun altro.

Con gli AI Overviews quella distinzione si sta assottigliando. Google raccoglie informazioni da diverse pagine, le sintetizza e restituisce una risposta sopra ai risultati tradizionali. L’utente può fare altre domande senza uscire dalla ricerca e, nelle modalità più conversazionali, proseguire quasi come farebbe dentro ChatGPT.

La scala è già enorme. A giugno Google dichiarava che gli AI Overviews avevano superato i 2,5 miliardi di utenti mensili, mentre AI Mode aveva superato il miliardo. Dal punto di vista di chi cerca, il vantaggio è evidente: invece di aprire cinque pagine per capire quando potare una monstera o come funziona una clausola contrattuale, si può ottenere subito una sintesi.

Il problema è che, quando la risposta arriva prima del link, il link perde una parte della sua funzione. Il Pew Research Center ha analizzato la navigazione di novecento adulti statunitensi nel marzo 2025 e ha osservato che, quando compare un AI Overview, gli utenti cliccano su uno dei normali risultati nell’8 per cento delle visite. Quando il riassunto non compare, la percentuale sale al 15 per cento. I link inseriti direttamente nel testo dell’AI vengono cliccati ancora meno: circa nell’1 per cento delle visite.

Sono dati circoscritti: riguardano gli Stati Uniti, un periodo preciso e non dimostrano da soli cosa accada a ogni tipo di sito. Ma indicano un cambiamento concreto nel modo in cui le persone attraversano il web. Non è soltanto una questione di quante ricerche Google continua a generare; è una questione di quante di quelle ricerche si trasformano ancora in una visita a un sito esterno.

In Francia il conflitto è appena entrato in una fase più concreta. Gli AI Overviews sono arrivati il 22 luglio 2026 e l’Alliance de la presse d’information générale, che riunisce circa trecento testate, sta valutando un ricorso all’autorità antitrust. Non risulta però che una denuncia sia già stata presentata.

Anche i numeri sul traffico richiedono cautela. Il Reuters Institute, utilizzando dati aggregati di Chartbeat su oltre 2.500 siti di notizie, ha rilevato che il traffico da ricerca organica Google è sceso del 33 per cento nel mondo e del 38 per cento negli Stati Uniti tra novembre 2024 e novembre 2025. Il rapporto avverte esplicitamente che non è possibile attribuire tutta la flessione agli AI Overviews: entrano in gioco anche Discover, i cambiamenti nell’uso dei social e le differenze tra i vari tipi di contenuto. Le pagine di servizio — meteo, guide, oroscopi, consigli pratici — sembrano però particolarmente esposte a una ricerca che risponde prima di rimandare altrove.

Google contesta l’idea di un crollo generalizzato del traffico. Sostiene che le funzioni con AI aumentino il numero complessivo delle query e che continuino a inviare miliardi di click ai siti ogni settimana. Le due cose non si escludono necessariamente. Google può continuare a distribuire una quantità enorme di traffico e, allo stesso tempo, rendere meno frequente il bisogno di aprire una pagina per ottenere ciò che si cercava.

La questione diventa più interessante quando si smette di guardare soltanto ai giornali. Una parte enorme dell’utilità di Internet è stata costruita da persone che non avevano un modello economico da difendere: chi ha risposto a una domanda su un forum, scritto una guida per riparare un amplificatore, recensito un campeggio, fotografato un sentiero, aggiornato una pagina di Wikipedia o spiegato su un blog come curare una pianta.

Per decenni il web ha accumulato informazioni perché milioni di persone avevano un motivo, economico o meno, per pubblicarle. I motori di ricerca organizzavano questo materiale e portavano i lettori verso chi lo aveva prodotto. I sistemi generativi possono usare lo stesso materiale come infrastruttura invisibile, lasciando all’utente soprattutto il risultato finale.

Entrare in una pagina significa incontrare almeno in parte il contesto in cui un’informazione è stata prodotta: chi la firma, che tipo di sito la pubblica, quali altre cose contiene, quanto appare affidabile, quali interessi potrebbe avere. Significa anche esporsi a deviazioni non previste. Si cerca una cosa, se ne trova un’altra, si apre un collegamento laterale e ci si allontana dalla domanda iniziale.

La risposta generativa tende invece a comprimere questo percorso. Mette insieme materiali diversi e li restituisce in una forma più efficiente, ma rende meno visibili i luoghi da cui provengono e riduce quella parte casuale della navigazione che per molti anni è stata una caratteristica fondamentale di Internet.

Il conflitto tra Google e gli editori riguarda certamente copyright, pubblicità e distribuzione del traffico. Ma anticipa una domanda più ampia: se il web diventa soprattutto il deposito da cui le intelligenze artificiali estraggono le proprie risposte, quali incentivi resteranno per continuare ad alimentarlo?

I giornali possono negoziare accordi economici, chiedere compensazioni o ricorrere alle autorità. È meno chiaro cosa succeda a tutto quel sapere prodotto informalmente che ha reso Internet utile proprio perché nessuno aveva dovuto commissionarlo. Un Internet che non è più necessario visitare può sembrare semplicemente un Internet migliore. Il paradosso è che continuerà a funzionare solo finché qualcuno avrà ancora un motivo per mettere online le cose che non avremo più bisogno di andare a leggere.

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