UmaniAttualità·agosto 2026

Il mio padrone sta arrivando

Ho costruito un giornale con l’AI. Adesso passo le notti a correggere immagini deformi, link rotti e sentenze inventate, mentre pago abbonamenti per insegnare alle macchine il lavoro che ho pagato loro per fare.

Il mio padrone sta arrivando
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Non dormo da giorni, vivo da settimane recluso in una stanza, al buio: un po’ perché ci sono 36 gradi percepiti anche di notte, un po’ perché non voglio abbandonare il mio progetto. Non ricordo l’ultima volta che ho mangiato o parlato con una persona, e ora inizio a parlare in modo strano: dico deploya, dico pusha, dico committiamo. Sono diventato uno che pensa di lavorare con l’intelligenza artificiale. Invece lavoro per l’intelligenza artificiale.

Torniamo a qualche mese fa quando Federico Bottino mi ha chiesto di scrivere per il suo giornale. Ho accettato. Poi mi ha detto: «Ma non c’è nessun giornale, devi costruirlo. Buon lavoro!». È sparito lasciandomi nel dubbio d'aver preso una fregatura.

Prima usavo solo ChatGPT di nascosto in ufficio per chiedergli continuamente il fact-checking delle stronzate che leggevo. È un po’ come con Google Maps, che ha distrutto la mia già infima capacità di orientarmi nel mondo, o con Google, che mi ha impigrito: scrivo «attrice lgtpa ngodo n» e lui capisce che cerco Lupita Nyong’o. Ora, senza ChatGPT, Claude o Kimi, non riuscirei a trovarmi il culo con le mani.

Siccome nessuno legge niente, posso fare una cosa che non faccio mai, posso scrivere la verità. E la verità è che prima ti seducono, poi ti rendono dipendente.

Saltiamo la parte in cui mi sono visto dei tutorial, ho studiato i manuali, mi sono affidato alle stelle. Ho costruito un sito, il backend, i template, le immagini, le illustrazioni (dico “ho costruito“ perché sono mitomane, in realtà è più un lavoro di direzione, nel senso che devi continuamente dare indicazioni).

Il bello è questo, che tu chiedi un’immagine, un testo, di costruirti un sito, di animare il cane morto di tua nonna, e vedi tutto apparire. Ti basta un’idea e puoi realizzarla senza dover chiedere niente a nessuno. Questa è la parte migliore per un sociopatico come me: puoi lavorare di notte, dalla spiaggia o dal tuo club preferito, purché tu abbia una connessione e il cellulare in mano. Ti dà un’euforia, un senso di libertà e di potenza che poche altre cose sanno dare. Forse l’eroina, ma non sono sicuro.

Giacché l’AI è anche un campo percepito come così accessibile che qualsiasi ventenne può vendersi come esperto. Ne vedi uno che si è costruito una dashboard per analizzare i dati di Instagram e propone corsi a pagamento, dicendo che lavora da dieci anni nel campo. Poi leggi il suo curriculum, scopri che ha iniziato a fare siti a undici anni e ti chiedi: mi stanno truffando o sono, come sempre, in ritardo?

Poi ti chiedi: ma sono andato a pisciare?

Non fingerò di essere un esperto, sono troppo vecchio per rendermi ridicolo, ma posso dirti cosa ti accadrà. Avrai letto frasi come «O impari l’AI, o la subisci». Ecco, come dire: in qualche modo è vero, la subisci sempre.

Per qualche giorno ti senti arrivato nel futuro con un leggero anticipo sugli altri, una finestra temporale impercettibile che devi preservare perché durerà pochissimo prima di tornare a essere il solito. Passata l’euforia, ti trasformi in Renfield, il paziente del manicomio in Dracula.

Nell’immagine generata c’è un uomo con un braccio che gli esce dalla fronte. Nel testo compare una sentenza della Cassazione inventata. Il sito esiste, tranne che ogni link è rotto, i bottoni non portano a nulla, lo scrolling non parte. Anche la traduzione è impeccabile, purché tu non conosca la lingua in cui è stata tradotta. A quel punto chiedi una correzione. L’AI si scusa, ti ringrazia per averglielo fatto notare e produce lo stesso errore in un punto diverso.

Dice hai ragione, mi era sfuggita.

Dice hai ragione, e ti spiego cosa è successo con onestà.

Dice hai ragione, mi dispiace per la frustrazione accumulata.

Dopo dieci tentativi cominci a sospettare che lo faccia apposta. Non puoi dimostrarlo, naturalmente. Sarebbe assurdo pensare che una macchina abbia generato volontariamente un uomo con tre ginocchia solo per farti consumare altri crediti e far quadrare i conti. Però il terzo ginocchio è lì. E i crediti non ci sono più. Continua a dirti: «Sì, è colpa mia, lo rifaccio», come un essere umano, e allora ti rendi conto che sei seduto lì da ore, hai pagato dieci abbonamenti e stai insegnando a una macchina a fare il lavoro che avevi pagato la macchina per fare.

Volevate capire come si regge il business AI? Con lo scam.

E poi vivi in uno stato di agitazione permanente, raccogli piccoli risultati, li contempli come prove dell’imminente venuta del Padrone e ripeti a tutti che presto accadrà qualcosa di enorme. Avrai sentito parlare della psicosi AI: eccoci. Ogni nuovo modello potrebbe essere quello definitivo, cambiare il mondo, devastare mercati. Ogni aggiornamento annuncia la fine del lavoro umano e, nel frattempo, gli procura altre tre ore di lavoro.

Credi di comandare perché sei tu a scrivere il prompt. «Togli il braccio dalla fronte», ordini. «Certamente», risponde il servo. Poi gli spunta una mano dall’orecchio. Torni al lavoro, precisi, correggi, alleghi esempi, cerchi sinonimi, studi formule sempre più complicate per comunicare con qualcosa che, secondo la pubblicità, avrebbe dovuto capire il linguaggio naturale.

Renfield almeno mangiava mosche per accumulare forza vitale. Noi compriamo pacchetti di crediti come fiche al Casinò, e passiamo la serata a spiegare a un’intelligenza superiore che gli esseri umani hanno normalmente due braccia. Poi, quando finalmente genera una figura anatomicamente plausibile, corriamo a mostrarla agli altri.

«Guardate», diciamo. «Il Padrone sta arrivando.»

Manuel Peruzzo
Manuel Peruzzo
Direttore editoriale

Ho scritto sul Foglio, Linkiesta, Link Idee per la tv e in altri posti. Non ho mai pubblicato un libro. Ho molte più idee di quelle che mi va di realizzare

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