UmaniSocietà·agosto 2026

Il nome, il fondotinta e lo sguardo degli altri

La transizione passa dal nome, dal trucco, dai soldi necessari per le cure e dallo sguardo di chi pretende di giudicare ogni corpo. la sociologa Marcy Palillo racconta che cosa significa diventare finalmente presente a se stessa mentre gli altri continuano a discutere di lei

Il nome, il fondotinta e lo sguardo degli altri
Condividi

Scegliere il nome è senz’altro la cosa più difficile per chi affronta la transizione di genere in età adulta. Come se nel nome ci fosse scritto il destino di una persona, o forse il posto a cui può ambire nel mondo. La scelta non ha soltanto un valore simbolico (rivelarsi per come sentiamo di essere), ma anche un risvolto pragmatico. A un certo punto, occorrerà comunicare il nuovo nome ad amici, parenti, colleghi, medici, portieri e istruttori di pilates, che probabilmente si faranno un’idea di che tipo di donna sei in base al nome scelto. Dato che siamo nel 2026, non nel 2014 (l’anno in cui il Time celebrò in copertina il boom di visibilità delle persone transgender nella cultura popolare), c’è un alto rischio che l’istruttore di fitness segua Vannacci su X e veda nella scelta del nome Nicole un tentativo della cultura woke di introdurre la cosiddetta “teoria gender” in tutte le scuole primarie della galassia.

Ho scelto il mio nome, Marcy, perché volevo conservare una radice comune con il nome che i miei genitori hanno scelto per me alla nascita. Anche se indubbiamente c’è un prima e un dopo la mia transizione, io sono sempre la stessa persona ed ero già Marcy anche quando mi chiamavo diversamente. Inoltre, pensavo che la scelta potesse semplificare la vita ai parenti siciliani, ma la pronuncia della “c” in inglese ha complicato le cose. Con alcune zie abbiamo deciso, di comune accordo, che mi avrebbero chiamata Marzia, un nome assai più facile da pronunciare. Tutti noi abbiamo avuto una compagna di scuola di nome Marzia.

Ancora più difficile della scelta del nome è quella del fondotinta. All’inizio, truccarsi è come indossare uno scudo che ci protegge dallo sguardo inquisitore del mondo. Prima dell’intervento di femminilizzazione del viso, portavo un trucco molto carico, quasi cinematografico. Il trucco serviva a ridefinire i tratti del volto, aiutandomi a nascondere le mie insicurezze. Una volta, una mia amica lesbica mi ha chiesto come mai mi truccassi così tanto. Anche se nel suo tono non c’era alcun pregiudizio, ho capito che, per una donna femminista che aveva combattuto per tutta la vita contro gli stereotipi femminili, era difficile capire perché facessi contouring e ombré lips per andare in salumeria. Molte persone pensano che lo facciamo per attirare gli uomini; credo che, in buona fede, lo pensasse anche lei. Per le persone non-trans è più semplice spiegare la transizione di genere sul piano del desiderio sessuale, anche se così facendo si appiattisce l’esperienza della transizione, negandone la complessità e riducendola a una performance per lo sguardo degli altri.

La verità è che essere riconosciuta come estremamente femminile (gli inglesi utilizzano l’orrendo termine “passing”, che letteralmente significa “passare”) ti evita tante scocciature: battute da caserma, sguardi di sdegno e offese gratuite che, in un momento storico di culture wars, alimentano in maniera succulenta l’algoritmo. Lo abbiamo visto durante l’ultima cena dei corrispondenti alla Casa Bianca: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha cercato di mettere in imbarazzo la giornalista della CNN, Kaitlin Collins, paragonandola a Dylan Mulvaney, attrice trans, peraltro molto carina, come se quella fosse l’offesa peggiore. Nonostante i progressi ottenuti, essere trans è ancora oggi, per certi versi, come essere imprigionate in un’eterna scuola media. Recentemente, mentre ero in sala d’attesa per una visita oculistica in ospedale, mi è capitato di ascoltare due signori discutere ad alta voce di ciò che avessi o non avessi nelle mutande. Non hanno aspettato che io andassi via: volevano proprio che sentissi i loro commenti. Racconto questo episodio non per vittimismo, ma per far capire la cosa più importante sulla transizione di genere: essere una persona transgender significa costantemente occuparsi dei “disagi” che il tuo corpo provoca agli altri, anche quando vorresti essere lasciata in pace mentre fai una fluorangiografia.

Giacché siamo nella creator economy e le culture wars sono essenzialmente una fonte di reddito per molti a destra e a sinistra, sui social ci sono tantissime influencer trans che (giustamente) monetizzano questi disagi. Il format più popolare è quello dei video in cui queste ragazze bellissime rivelano a uomini etero increduli di essere trans. Ogni tanto mi soffermo a leggere i commenti: da un lato c’è chi ha letto Judith Butler e vede nel passing una specie di evento trascendentale, tipo l’estasi di Santa Teresa d’Ávila; dall’altro c’è l’user cristiano-evangelico che, dal Kentucky, sente l’urgenza di ricordarti che “sei nata maschio” alle tre del pomeriggio. Entrambe le posizioni sottovalutano quanto la transizione abbia, prima di tutto, una dimensione materiale, più che estetica o ideologica, che investe i corpi come luogo in cui biologia, psicologia, storia, cultura, economia e politica si intersecano e complicano. La storica Jules Gill-Peterson scrive che la transizione genera insicurezza economica e che solo chi dispone di risorse materiali consistenti può attutirne le conseguenze. Anche il cosiddetto passing dipende dai soldi necessari per accedere alla chirurgia, alle terapie ormonali e ai trattamenti estetici. E qualche volta i filtri di Instagram.

Se la maggior parte degli uomini è disposta a “considerarti” donna soltanto sulla base dell’avvenenza, nella bolla del femminismo gender-critical l’estetica delle donne trans viene problematizzata come misoginia, parodia, esibizionismo e persino parafilia. Indossare una gonna corta o un paio di calze a rete viene letto come un indizio di perversione, manco fossimo negli anni ’50. Qui è soprattutto il femminile, inteso come linguaggio dei corpi, a essere patologizzato, sessualizzato e deriso. Pazienza, non bastavano gli amici influencer milanesi di moda e il mio parrucchiere Franco; adesso devo pure preoccuparmi del giudizio di J.K. Rowling quando scelgo un outfit per l’aperitivo.

Insomma, sembra che oggi tutti abbiano un’opinione non soltanto su cosa significhi essere una donna “trans”, ma anche su come bisogna esserlo. Il mondo è pieno di persone cisgender che ricorrono a interventi di chirurgia estetica, steroidi, diete e trattamenti estetici per modificare il proprio corpo, senza che ogni scelta personale diventi terreno di scontro ideologico con la stessa intensità. Forse è il mondo cisgender a essere molto più ossessionato dai corpi delle persone trans di quanto lo siano le persone trans stesse. Per la maggior parte di noi, la transizione è semplicemente un modo pragmatico per rispondere alle domande che ci accompagnano fin dall’infanzia.

Non sono una fan dell’idea che le persone trans siano nate “in un corpo sbagliato” perché sottovaluta, come scrive la grande sociologa Raewyn Connell, il potere trasformativo dei corpi nel plasmare le realtà sociali che abitano. Per Connell, i corpi non sono tele neutre su cui vengono iscritti passivamente significati culturali né sono robot programmati a compiere un destino biologico ineludibile. I nostri corpi sono l’unico strumento attraverso cui facciamo esperienza del mondo sociale e, al contempo, partecipiamo attivamente alla sua costruzione. Riconoscere il potere trasformativo dei corpi comporta riconoscerne i limiti e le vulnerabilità, ma anche le possibilità e complessità. Essere una donna trans è per me soprattutto questo: darsi la possibilità di vivere nel proprio corpo in accordo con ciò che sentiamo di essere e con la vita che desideriamo costruire. Prima di fare la transizione, era come se il mio corpo non fosse importante, vivevo sospesa nella mia mente, distaccata dal mondo reale che mi scorreva accanto. Oggi mi sembra finalmente di essere “presente”, esattamente nel luogo in cui desidero essere. Senza bisogno della validazione dello sguardo altrui.

Marcy Palillo
Marcy Palillo
Contributor

Sociologa e docente universitaria a Londra. Si occupa principalmente di migrazioni e studi sulla maschilità.

Leggi tutto il numero

Editoriale, video e tutti gli articoli, in un'unica pagina.

Apri il numero