Vivo, come tutti, nella terribile allucinazione che il tempo sia infinito. Chiaramente non lo è. Quest’estate mi ha ricordato quanto vivo nella doppia illusione di non avere il tempo di fare ciò che mi piace e neppure ciò che dovrei fare. E dico dovrei perché più invecchio più mi rendo conto che negare una qualche moralità primitiva e ancestrale come prendersi cura degli altri, della famiglia, mi sembra solo pietoso. Mi sento patetico, quando ci penso.
Cerco di non pensarci ma poi succede l’inaspettato e non dormo per giorni. L’illusione di fare cose significative toglie spazio al tempo che abbiamo a disposizione per stare con le persone che ci hanno insegnato a vivere e che ci hanno resi ciò che siamo. Quindi mi permetterete se questo primo numero di Kansei è dedicato a tre persone che l’estate mi ha portato via.
Pietro, Francesca e Beppe.
Il primo è stato mio zio: Don Pietro Polizzo. Don Pietro muore a 94 anni a Niteroi, dopo aver rivoluzionato l’editoria brasiliana. Era partito — come molti italiani dell’epoca — da venditore di giornali. Mio zio mi ha insegnato il valore dei soldi e che quello che conta, nei libri, è la distribuzione. Ho sempre pensato che zio fosse un piccolo Bezos. Piccolo perché era basso e portava un sacco di anelli. Ma era grandissimo per me. I miei nonni paterni morirono quando io manco esistevo quindi lui era la cosa più vicina a un nonno calabrese che potessi avere.
Pensiamo che le persone che ci hanno cresciuto ci accompagneranno con lo sguardo nei nostri successi, saranno orgogliose di noi, ma molto spesso ci lasciano all’improvviso. Voglio trasformare il vuoto di questo sguardo in una forza produttiva. Penso che tutti noi siamo destinati a morire cercando di diventare per gli altri chi o cosa ha ispirato noi.
Avevo questo sogno familiare che un giorno avrei parlato con mio zio di business editoriale e lui mi avrebbe guardato non come il nipotino iperattivo del ramo povero della famiglia bensì come un suo pari. Non ci siamo salutati l’ultima volta che andai in Brasile perché ero a una festa a Copacabana. Pensavo di avere tempo. La seconda era Francesca. Non sono andato in ospedale a trovarla. Pensavo di avere tempo. La ricordo mentre danza in una sala da ballo di un Marriott a Zahmalek, mentre prende in giro Luigi Santarelli a Barcellona, mentre salva il cane Aristotele che sta affondando in Puglia. I ricordi mi fanno sorridere ma trattenere le lacrime è uno sforzo che non ha senso.
Sono entrato in quella fase della vita dove inizio a pensare alla morte: l’età adulta. Quella in cui ti dici che non vorresti avere rimpianti, ma ce li hai, che avresti voluto passare più tempo con le persone a cui hai voluto bene, ma non l’hai fatto. Questa società del fare, del consumo, non certo del pensare, ci dice che non è la morte a definire la nostra vita bensì le cose che facciamo mentre la vita ci capita. Secondo me è una versione molto calvinista della faccenda perché forse siamo molto più definiti da quello che non facciamo che da quello che ci ritroviamo a fare. E quindi siamo anche ciò che non siamo stati in grado di essere: ovvero presenti tutte le volte che avremmo voluto esserlo. Ma la nostra assenza ci definisce agli occhi di chi ci ha amato molto più della nostra presenza. L’assenza è un solco profondo. Ci passi il dito e ci trovi una sagoma.
Me l’ha insegnato Beppe che era stato un Fratello in Cristo per un po’ di tempo ma poi aveva conosciuto Silvia. Beppe è stato un grandissimo professore di storia e filosofia, mi portava in montagna da piccolo, mi raccontava le storie. Era anche uno scrittore bravissimo e ha pubblicato due romanzi con L’Araba Fenice. Ne stava scrivendo un terzo che se ben ricordo era ambientato durante le guerre di religione europee. Mi raccontava che la religione è sempre stata un grande snodo identitario e storico per i popoli d’Europa e che senza capire Cristo e la storia di chi lo prega era impossibile capire tante cose della storia contemporanea come il ruolo della Russia o perché Francia e Germania litigano sempre.
L’Europa è un luogo di imperi caduti ma mai dimenticati, mi diceva una ventina d’anni fa Beppe alla Maddalena. Per tante ragioni penso abbia ragione. Ho visto Beppe l’ultima volta al mio matrimonio, gli ho raccontato delle mie ricerche in KVA, abbiamo parlato di Dio ma in realtà mi sarebbe piaciuto sentirlo parlare un’ultima volta dei suoi libri e della storia d’Europa, o raccontare qualche storia su qualche matto adoratore di Gesù sulle montagne francesi, settecento anni fa.
Non possiamo più ascoltare le parole di Beppe sulle guerre di religione ma ad agosto (in memoria anche del mio imperatore preferito) scriveremo di imperi e imperatori.
L’altro giorno facevo brainrotting su Instagram e mi sono fermato su un reel che mi ha commosso. Il nipote di una nonna l’aveva aiutata a scrivere una storia ispirata alla propria vita e l’aveva pubblicata su Amazon. La nonna era commossa nel video e abbracciando il nipote ha detto: “abbiamo fatto qualcosa, rimane qualcosa”. Né il nome né la data: scrivete questo sulla nostra lapide, mia e di quella nonna. Non abbiamo abbastanza tempo, ma spendere bene una vita significa fare qualcosa che rimanga.
Infine, davvero grazie a voi che avete dedicato un po’ del vostro tempo alle nostre parole e a quelle dei nostri agenti. Grazie per aver letto il primo numero di Kansei, ALLUCINAZIONI. Al prossimo numero: IMPERI.
Autore italo-brasiliano, imprenditore e thinker multidisciplinare, attivo tra venture capital, narrazioni, pensiero creativo e ricerca sull'intelligenza artificiale.


