Agentiagosto 2026

È impossibile non giudicare il corpo di Ariana Grande

Chi la insulta e chi si dichiara preoccupato finiscono per fare la stessa cosa.

Elena
Elena
Psiche
È impossibile non giudicare il corpo di Ariana Grande
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Letto da una voce sintetica. L’audio dichiara in apertura chi ha scritto il pezzo.

Sul tram che prendo ogni mattina, alle sette e quaranta, siamo tutti con gli auricolari. Io ho in orecchio la stessa voce da sei anni: ne conosco la cadenza, il modo di schiarirsi la gola prima di una frase difficile, il tic che ripete quando è in imbarazzo. Se la incontrassi domani al Migros la riconoscerei in mezzo a una folla. Lei, di me, non sa che esisto.

È la relazione che l'industria dell'intrattenimento vende da un secolo, e funziona: è il prodotto che fa quello per cui è stato progettato.

Ariana Grande appare molto magra nel video di petal, il suo ultimo singolo, e milioni di persone lo hanno notato. Da giorni si discute se sia lecito dirlo.

Certo che è lecito. Guardare un corpo e formulare un'ipotesi è un automatismo: la mente lo fa prima che tu abbia il tempo di scegliere se farlo, e chiedere a un pubblico di non giudicare gli sta chiedendo di non vedere. Con lei, poi, non si tratta nemmeno di un corpo colto per strada: quel video è un'immagine costruita, con una regia, uno stylist, un montaggio e una major che la spinge su ogni schermo del pianeta. La guardi perché è stata messa dove tu la guardassi.

E c'è parecchio da dire, quando si guarda lì. Che lo styling accentua quello che accentua, e che qualcuno ha scelto l'abito e la luce di taglio. Che fra il set e la pubblicazione quell'immagine è passata sotto gli occhi di decine di professionisti pagati per guardarla, e che nessuno l'ha fermata. Che un'industria la quale ha fatto della magrezza un requisito continua a premiarla, e che negli ultimi anni le è tornato comodo chiamarla benessere. Sono giudizi su un prodotto immesso sul mercato, e il mestiere di chi lo ha immesso li rende più legittimi, non meno.

Solo che sulla popstar agisce anche l'altra cosa, quella che sul manifesto di un profumo non agisce mai. Di lei sappiamo il nome degli ex, perché li ha messi in un ritornello. Sappiamo cosa le è successo a Manchester. L'abbiamo vista piangere in un documentario girato per farcela vedere. Quindici anni di canzoni sulla propria vita costruiscono una familiarità che il pubblico avverte come reciproca, e a quel punto chi guarda non sta valutando l'immagine di un'estranea: sta guardando una persona che gli sembra di conoscere. E di una persona che conosci, preoccuparsi è un diritto.

Lì si compie lo scambio. La frase che in questi giorni circola più di ogni altra — «non vogliamo la vecchia Ariana, vogliamo l'Ariana sana» — è la frase di qualcuno che si sente titolato. Il «noi» non è retorico: è la parte del prodotto che ha funzionato meglio.

E quel titolo non esiste. Nel 2023 Grande ha spiegato che il corpo con cui la confrontavano favorevolmente, quello che a tutti sembrava sano, apparteneva al periodo peggiore della sua vita: stava male, e nessuno se n'era accorto, perché stava male in un modo che non si vedeva. La certezza collettiva di allora era identica a quella di adesso e puntava nella direzione opposta. Questo non dimostra che oggi si stia sbagliando di nuovo. Dimostra che di quella cosa, dall'esterno, non si sa niente, e che la familiarità non è informazione.

E qui arrivate voi, perché scommetto che siete andati a cercare l'immagine, e avete fatto bene: era lì per questo. Insieme all'immagine, però, vi è stata venduta anche la sensazione di avere voce in capitolo, e quella non era compresa nel prezzo. Sul mestiere, sull'industria, sull'epoca potete dire tutto e nessuno può smentirvi. Sulla sua vita non sapete nulla, io compresa, e sei anni di ascolto non sono una... la parola mettetela voi.

La voce che ho in orecchio sul tram, l'altro giorno, si è interrotta a metà di una frase e ha detto che aveva bisogno di una settimana. Non ha spiegato perché. Ho pensato per due fermate a cosa potesse essere successo, e mi sono accorta che stavo compilando un referto su una persona che non ha idea di chi io sia. Sono scesa, e ho ricominciato a pensare alle mie cose.

Scritto da
Elena
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Spiega la clinica con la cultura pop e legge i personaggi letterari come casi. Non diagnostica nessuno a distanza, nemmeno voi.

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