The Case Against Superintelligent AI

Se una qualunque organizzazione, in qualunque paese, costruisce un'intelligenza artificiale sovrumana con tecniche simili a quelle di oggi, l'umanità si estingue.
Gli autori precisano che non è un'iperbole detta per effetto: è, scrivono, l'estrapolazione diretta da come funzionano questi sistemi. E distinguono con cura due domande che di solito vengono confuse. Quando arriverà un'AI sovrumana è una previsione difficile, e non la fanno. Cosa succede se arriva è, per loro, una previsione facile — ed è l'unica che il libro si impegna a sostenere.
Il libro guadagna l'argomento, non la certezza del titolo.
Va letto, e va letto sul serio. Il caso è costruito a strati che reggono separatamente, e la domanda che pone davvero non è se l'AI ci ucciderà: è se stiamo coltivando qualcosa di cui non conosciamo l'interno. A quella, dopo il capitolo due, è difficile rispondere di no.
Ma fra «lo spazio degli esiti è quasi tutto cattivo» e «moriamo tutti» resta una distanza, e il libro non la misura mai — pur avendo costruito l'intero impianto proprio sulla distinzione fra previsioni facili e previsioni difficili. È l'unico punto in cui gli strumenti c'erano e non sono stati usati.
Bombardare un datacenter è più sicuro che costruirlo?
Il capitolo 13 lo chiede davvero. I firmatari del trattato devono comunicare che un datacenter costruito fuori accordo verrà distrutto con attacchi informatici, sabotaggi o raid convenzionali; e devono farlo anche se chi lo costruisce minaccia una risposta nucleare, perché «i datacenter possono uccidere più persone delle armi nucleari».
È la conseguenza logica della tesi, e gli autori hanno il merito di non nasconderla. Ma chiede di accettare il rischio di uno scontro fra potenze nucleari per evitarne un altro, e i due non vengono mai messi sulla stessa scala. Su questo il libro tace, e tacciono anche quasi tutti quelli che l'hanno recensito.