Dreams and Nightmares in Sam Altman's OpenAI

Le aziende che costruiscono l'AI — OpenAI prima fra tutte — non sono semplicemente monopoli: sono imperi. Come gli imperi coloniali, si arricchiscono estraendo risorse che non pagano (i dati, il lavoro annotato a pochi centesimi l'ora, l'acqua e l'energia del Sud globale) e si assolvono con una missione civilizzatrice: «ensure that AGI benefits all of humanity». La missione funziona proprio perché è vaga — centralizza talento e capitale, delegittima le regole, e si lascia reinterpretare a ogni svolta commerciale. «At this point, AGI is largely rhetorical — a fantastical, all-purpose excuse.»
Una concessione è dichiarata in apertura: agli imperi dell'AI manca la violenza fisica di quelli storici. Tutto il resto della struttura, per il libro, coincide.
Va letto, ed è con ogni probabilità il libro definitivo su OpenAI: nessun altro ha messo insieme accesso interno, filiera globale e documenti con questo livello di verifica. Ma va letto come inchiesta, non come teoria. Dove racconta — il Kenya, il Cile, gli all-hands registrati — è schiacciante; dove interpreta, la tesi corre più veloce delle prove e l'impero smette di essere una scoperta per diventare una premessa.
È il contrario esatto di «If Anyone Builds It, Everyone Dies»: là un argomento filosofico senza reportage, qui un reportage monumentale la cui filosofia è il punto debole. Letti insieme, si correggono a vicenda.
Chi ha il potere di ridistribuire il potere?
Il criterio che il libro adotta in chiusura — ogni AI o consolida il potere o lo ridistribuisce — è il suo lascito più utile e la sua domanda meno risolta: le leve proposte per smontare l'impero sono le stesse che, nelle quattrocento pagine precedenti, perdono ogni singola battaglia. Come si passi da una radio māori con due GPU all'infrastruttura che regge tutto il resto, il libro non lo dice.