Con il sostegno di AccessiWaySocietà·agosto 2026

Una certificazione da esibire

Dajana Gioffrè, attivista ipovedente per i diritti delle persone con disabilità e advocacy manager di Accessiway, realtà che si occupa di accessibilità digitale affronta con noi il tema della disabilità in occasione del Disability pride month

Daria
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Dajana Gioffrè, attivista ipovedente per i diritti delle persone con disabilità e advocacy manager di AccessiWay
Dajana Gioffrè, attivista ipovedente per i diritti delle persone con disabilità e advocacy manager di AccessiWayIllustrazione KANSEI
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A marzo è girato per qualche giorno un sito che si chiama PUCS, Portale Unico delle Complicazioni Semplici, e si presenta come l'ente immaginario preposto alla complicazione degli affari semplici. L'ha fatto Antonio Giarrusso, un imprenditore digitale impantanato nella richiesta della carta d'identità elettronica: ci sono gli sportelli che il giovedì aprono dalle 10:00 alle 10:00, e l'elimina-code che ti dà un numero mentre lo sportello in servizio è nessuno. Ci ho perso venti minuti, come tutti quelli che ci sono passati.

L'occhio mi è caduto là in fondo, sotto le note legali, fra la privacy non garantita e la mappa del sito dispersa: «Accessibilità (in valutazione dal 2009)». All'ingresso il benvenuto promette un'esperienza moderna e accessibile, e subito precisa che alcune funzionalità potrebbero non essere disponibili su dispositivi con schermo. La dichiarazione di accessibilità esiste per davvero: le amministrazioni pubbliche e, tra i privati, i soggetti che offrono servizi al pubblico attraverso siti o applicazioni con un fatturato medio superiore a 500 milioni di euro negli ultimi tre anni devono pubblicarla o aggiornarla entro il 23 settembre, attraverso la piattaforma dell’AgID.

Su cosa succede dopo quel modulo ha detto la cosa più precisa che ho letto quest'anno Dajana Gioffrè, attivista ipovedente per i diritti delle persone con disabilità e advocacy manager di AccessiWay, azienda che si occupa di accessibilità digitale. Gioffrè non ha niente contro le checklist: «non considero questo approccio del tutto sbagliato, perché offre un metodo per affrontare un tema che è estremamente complesso». Il problema comincia quando la verifica formale diventa il traguardo: «Stiamo parlando di persone e di come la società le accoglie, le coinvolge e le tratta», e allora non basta «raggiungere la conformità normativa o ottenere una certificazione da esibire».

Il 2009 è l'anno in cui l'Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, quella del motto ripetuto da allora in ogni convegno, nulla su di noi senza di noi. Per l'occasione abbiamo istituito un osservatorio, un organo il cui mestiere, alla lettera, è guardare e scrivere relazioni.

Il motto però chiede una sedia. Gioffrè, che sta nel Disability pride network da anni, sposta la domanda a monte: l'inclusione comincia molto prima della rampa, comincia nella stanza dove una cosa viene progettata, e la barriera più difficile da vedere è l'elenco delle persone che chi progettava aveva in mente. Nelle stanze dove si scrivono le regole le associazioni arrivano come invitate, e sedere su invito è un mestiere diverso dall'avere un posto di diritto: chi è invitato porta un'istanza e ringrazia, chi ha un posto porta dentro la stanza la propria giornata. Gioffrè lo dice dal lato di chi le istanze le porta: le richieste delle persone con disabilità riguardano accessibilità, uguaglianza, partecipazione, e finiscono per essere percepite «come richieste particolari, anziché come diritti universali».

Il corpo standard, in un'azienda, è l'unità di misura, e una procedura che misura esiste: la visita in cui il medico competente scrive se sei idoneo alla mansione, parzialmente idoneo o non idoneo, e consegna il giudizio a te e al tuo datore di lavoro. La mansione, però, l'ha disegnata qualcuno che quello standard ce l'aveva in testa, e quando un corpo non è stato immaginato le procedure lo saltano: Gioffrè racconta che in pronto soccorso non le è stato chiesto se fosse in stato di gravidanza, «nonostante sia una domanda prevista dalla procedura prima della somministrazione di determinati farmaci». Nella sua lettura le discriminazioni «non si sostituiscono tra loro ma si sommano»: essere donna e avere una disabilità non sono due caselle alternative, e il conto lo si paga insieme.

Negli annunci di lavoro c'è una riga che sta sempre in fondo, dopo le competenze richieste: gradita l'appartenenza alle categorie protette. La formula è identica in ogni settore e si spiega da sé: si cerca un numero da mettere in un modulo, dentro una categoria che il linguaggio del lavoro italiano chiama protetta, cioè da tenere al riparo. Gioffrè, di quella parola, dà la diagnosi: una parte della delegittimazione viene da un atteggiamento paternalistico, che tratta le persone con disabilità come «soggetti da proteggere più che come cittadini titolari di diritti». Sta scritto negli annunci, in fondo, dopo le competenze.

Più in alto, nello stesso annuncio, c'è la descrizione del corpo che si cerca davvero, travestita da qualità morale: dinamico, resistente allo stress, patente B anche per un lavoro che si fa da seduti. Ho trent'anni e fino a un paio d'anni fa credevo che quelle parole descrivessero un atteggiamento; poi ho letto curriculum accanto a una collega delle risorse umane che ripeteva ci serve una persona che non si fermi, e ho capito quanto pesano.

La legge del 1999 consente, in presenza di specifiche condizioni e attraverso un esonero parziale, di non coprire una parte della quota di riserva versando 39,21 euro per ogni giorno lavorativo e per ogni unità non assunta.

L'azienda, intanto, comunica: il post in cui l'assunzione di una persona con disabilità viene raccontata come una cosa bella che l'azienda ha fatto, la slide sulla diversità nella presentazione agli investitori. Gioffrè descrive lo schema in cui quei contenuti cadono, e ha un nome tecnico, inspiration porn: la rappresentazione resta chiusa in «una dicotomia estrema: da una parte il "supereroe", dall'altra la persona "sfortunata", senza spazio per tutte le sfumature che esistono nel mezzo». Il messaggio implicito, dice, è «se ce l'ha fatta una persona con disabilità, allora posso farcela anch'io», una narrazione che «cancella completamente l'unicità della persona, la sua storia, il contesto in cui vive, le opportunità che ha avuto e gli ostacoli che ha dovuto affrontare». Manca la parte del collega, quello che fa un lavoro noioso, sbaglia un preventivo e chiede l'aumento nel momento peggiore dell'anno.

Il posto riservato disegnato per terra è la prova più economica di tutte. Ci si ferma cinque minuti con le quattro frecce, sapendo cosa vuol dire quel simbolo, e trattandolo come uno sconto fatto a qualcuno che adesso non c'è. La stessa cosa vale su scala urbana con i piani per l'eliminazione delle barriere architettoniche, che la legge prevede da decenni e che i comuni hanno adottato a macchia di leopardo. Si fa tutto senza cattiveria, con la gerarchia di priorità imparata in prima elementare, dove il compagno con l'insegnante di sostegno era una faccenda dell'insegnante di sostegno. Da lì si esce convinti che un'agevolazione sia un favore, e un favore lo si può anche togliere.

Su un punto Gioffrè mi mette in difficoltà, e ha ragione lei. Dice che i social hanno reso visibili discriminazioni che restavano ai margini, «piazze accessibili» dove l'esperienza di uno diventa una questione di tutti, e che il rovescio della medaglia è «concentrarsi sulla reazione ai singoli episodi, invece di affrontare le cause strutturali delle discriminazioni». Questo pezzo è partito da un episodio, un sito satirico girato per tre giorni. Il modo che ho trovato per non fermarmi lì sono i documenti: il modulo dell'AGID con il suo termine, l'articolo che stabilisce quanto costa non assumere, il giudizio di idoneità, la Costituzione al primo di quattro voti. Le cause strutturali, in Italia, hanno tutte un numero di protocollo.

Altrove le pratiche si chiudono. All'inizio del 2024 la Spagna ha cambiato la Costituzione per levare una parola, disminuidos, i diminuiti, e metterci persone con disabilità: l'hanno votata le due camere fra gennaio e febbraio, quasi all'unanimità. La nostra, all'articolo 38, parla ancora di inabili e di minorati: nel 1947 erano le parole normali degli atti pubblici, e il tempo le ha rese pesanti. La pratica per cambiarle è aperta, la Treccani l'ha chiesto e la commissione Affari costituzionali del Senato. La commissione Affari costituzionali del Senato ha concluso l’esame all’unanimità e il testo attende la prima deliberazione dell’Aula. Una revisione costituzionale richiede quattro deliberazioni parlamentari: siamo ancora prima della prima.

Migliora, va detto. C'è un osservatorio che scrive e un'Autorità garante che dal gennaio dell'anno scorso lavora in una sede che il decreto istitutivo ha dovuto specificare accessibile; ci sono direttive europee con una data di scadenza, e qualche azienda che ha capito prima delle altre che la varietà dei propri clienti è un fatto contabile, e non una posizione morale. Sul resto Gioffrè ha una frase che tolgo dal contesto e mi porto a casa: da quando vive senza vedere nulla ha imparato che le persone sono incuriosite dalla disabilità, «ma non vorrebbero mai trovarsi a viverla». È da quella distanza che un diritto si legge come un favore. Quello che chiede, per uscirne, è di affiancare agli indicatori «una valutazione della qualità dell'esperienza vissuta», al lavoro, a scuola, nei servizi, nei luoghi della cultura. Intanto ci sono due date: il 23 settembre si dichiara come siamo fatti, il 31 gennaio si dichiara quanti non abbiamo assunto. In mezzo, la valutazione prosegue.

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