The Rise of Spotify and the Costs of the Perfect Playlist

Spotify è nata come impresa pubblicitaria in cerca di un traffico a buon mercato, e la musica era il formato più economico da procurarsi. Lo dice il cofondatore Martin Lorentzon, senza giri di parole: «The revenue source was ads»; quanto alla materia da vendere, «we actually checked the biggest format and we went down to the smallest format». Peter Sunde, del Pirate Bay, ne trae la regola di lettura del libro: «If you start looking at Spotify as an advertising company rather than a culture company, a lot of things make more sense.» Il modello di streaming che conosciamo è stato disegnato con e per le tre major, che controllano il 70 per cento del mercato discografico e che al lancio possedevano quasi il 18 per cento di Spotify. Poi, negli anni che precedono la quotazione del 2018, l'azienda ha smesso di limitarsi a distribuire e ha cominciato a governare l'ascolto: misura una metrica interna chiamata «programmed streamshare», la quota di ascolto influenzata dalle proprie raccomandazioni, e lavora per farla salire. Da lì discendono le due pratiche che l'inchiesta documenta. Il «perfect fit content», definito nei documenti interni come «music commissioned to fit a certain playlist/mood with improved margins»: brani di stock comprati a tariffa ridotta e spinti nelle playlist di sottofondo. E il Discovery Mode, che offre promozione algoritmica in cambio di un taglio del 30 per cento sulle royalty. La tesi che tiene insieme le due metà del libro sta nell'introduzione: «what makes culture less interesting for listeners is also what makes it less sustainable for artists».
È il libro meglio documentato su come una piattaforma decide che cosa senti. Il capitolo sul perfect fit content è giornalismo d'inchiesta in senso stretto: un nome interno, una definizione aziendale, i fornitori, i messaggi di servizio, i numeri. Dopo averlo letto, «Deep Focus» e «Ambient Relaxation» non si riascoltano allo stesso modo, e questo è un risultato che pochi libri sull'industria culturale ottengono.
Il limite sta dall'altra parte del libro. Sulla cultura Pelly argomenta per accumulo di testimonianze concordi, e la tesi sul suono che si ammorbidisce resta un'ipotesi forte senza verifica. Va letto accanto a «Enshittification», con cui condivide diagnosi e postura: Doctorow spiega il meccanismo generale del degrado delle piattaforme, Pelly ne porta il caso singolo con i documenti in allegato. E accanto a «Empire of AI»: là si vede chi costruisce l'infrastruttura, qui chi ci lavora dentro per tredicimila dollari l'anno.
Che cosa deve fare un lettore che non è né musicista né legislatore?
Il libro chiede di comprare direttamente dagli artisti, iscriversi alle newsletter delle etichette, andare ai concerti, sostenere il movimento sindacale. E allo stesso tempo riconosce che il consumo individuale «only gets us so far». Fra le due affermazioni resta un vuoto che la conclusione non colma. Se il problema è strutturale, e la piattaforma ha oltre 615 milioni di utenti e 239 milioni di abbonati, che cosa cambia se qualche migliaio di lettori disdice? La risposta migliore che Pelly trova è la più modesta e viene da Kelly Hiser, che lavora sulle biblioteche: «It can be so much more impactful than just yelling at Daniel Ek on the internet», cioè andare ai consigli di biblioteca e alle elezioni locali. Ma il materiale più convincente del libro è di scala federale e internazionale: la FTC che potrebbe squarciare il velo degli accordi di riservatezza sui contratti delle major, la regolazione della payola digitale, il diritto dei musicisti a organizzarsi. La distanza fra la diagnosi e il consiglio pratico è la parte irrisolta.