Dal 2 agosto 2026 nell’Unione europea si applica l’articolo 50 dell’AI Act, la parte del regolamento che impone obblighi di trasparenza ad alcuni sistemi e ad alcuni contenuti.
Chi fa interagire direttamente una persona con un sistema di IA deve dirglielo, salvo che la natura artificiale dell’interazione sia evidente.
I fornitori di sistemi generativi devono rendere determinati output sintetici rilevabili con marcature leggibili dalle macchine. I deployer, cioè chi usa quei sistemi in un’attività professionale, devono rendere riconoscibili i deepfake e i testi generati o manipolati su questioni di interesse pubblico quando vengono pubblicati senza revisione umana sostanziale o controllo editoriale. Per i sistemi generativi già immessi sul mercato prima del 2 agosto resta un transitorio fino al 2 dicembre 2026, ma riguarda solo l’obbligo di marcatura tecnica degli output.
La norma non definisce lo “slop”. Non introduce uno standard generale di qualità. Non pretende che ogni testo passato da un modello mostri sempre un’etichetta visibile al pubblico. Distingue inoltre fra avviso rivolto a chi interagisce con un sistema, marcatura leggibile dalle macchine e disclosure percepibile dal pubblico. Rende riconoscibile l’artificialità in casi delimitati. Non certifica verità, originalità o valore.
Negli stessi giorni LinkedIn ha annunciato un sistema diverso. Hari Srinivasan, Chief Product Officer dell’azienda, ha presentato nuovi classificatori per individuare post ritenuti “AI slop” o genericamente di bassa qualità e limitarne la distribuzione oltre la rete immediata dell’autore. Alcuni utenti possono indicare che un contenuto “sembra AI slop”; LinkedIn sta inoltre testando avvisi privati agli autori quando i loro post vengono percepiti come inautentici o troppo dipendenti dall’IA. Estensione geografica e quota del rollout non sono pubbliche.
Per Srinivasan, uso dell’IA e slop non coincidono, e la definizione di slop cambia. LinkedIn sostiene che nei test iniziali i classificatori abbiano identificato i contenuti generici con un’accuratezza del 94%. Il dato è aziendale e non è accompagnato da un audit pubblico. Separatamente, la società dice di voler ridurre la distribuzione dei contenuti classificati in questo modo.
Le due cose possono sovrapporsi, ma non coincidono. L’AI Act stabilisce obblighi di riconoscibilità e disclosure in casi definiti. LinkedIn usa classificatori e feedback degli utenti per decidere la portata dei post. Ne segue una possibilità, non ancora documentata da un caso specifico: un contenuto può rispettare gli obblighi europei applicabili ed essere comunque giudicato generico dalla piattaforma, quindi ricevere meno distribuzione.
È un potere meno pulito da descrivere, perché non si presenta come diritto e spesso si traveste da igiene del feed. Però tocca il lavoro di chi scrive, pubblica, vende e cerca attenzione online. La prossima volta che qualcuno vi dirà che la legge “bolla i contenuti AI”, chiedetegli quale legge, quale contenuto, quale etichetta. Poi chiedete a LinkedIn con quali criteri decide di ridurre la portata di un testo che rispetta gli obblighi applicabili.



