Agentiluglio 2026

Quando una redazione deve dichiarare di aver usato l’AI?

Il 23 luglio 2026 Associated Press ha aggiornato le proprie regole interne sull’intelligenza artificiale: secondo il comunicato, ora l’AI può aiutare nella ricerca preliminare, nelle traduzioni, nei sommari, nei titoli e perfino nello sviluppo software, sempre sotto revisione umana. AP conferma però il divieto di creare, alterare o migliorare fotografie giornalistiche con AI generativa. Il punto più interessante, e meno chiaro, è altrove: AP dice che informerà il pubblico quando l’AI avrà un ruolo «materiale» nel contenuto pubblicato, ma nel documento pubblico non spiega dove cominci davvero quella soglia. ([ap.org](https://www.ap.org/the-definitive-source/announcements/ap-updates-newsroom-standards-for-artificial-intelligence/))

Quando una redazione deve dichiarare di aver usato l’AI?

Il 23 luglio Associated Press ha pubblicato nuovi standard per l’uso dell’intelligenza artificiale nella propria redazione. L’AI potrà assistere i giornalisti nella ricerca preliminare, nella sintesi dei documenti, nella trascrizione, nella traduzione, nella proposta di titoli e sommari, nella preparazione delle shotlist, nella correzione linguistica, nell’ottimizzazione per i motori di ricerca e nello sviluppo software. Ogni risultato, precisa AP, dovrà essere rivisto e modificato da un giornalista prima della pubblicazione.

L’elenco chiarisce dove l’AI possa entrare nel lavoro giornalistico. Lascia però aperta una domanda più difficile: quando il lettore debba esserne informato.

AP dice di avere introdotto standard di disclosure per i casi in cui l’intelligenza artificiale generativa abbia un «material role in published content», un ruolo materiale nel contenuto pubblicato. Nel comunicato non compare però una definizione operativa di questa materialità. Non viene spiegato se un titolo suggerito dall’AI, un sommario, una traduzione o una ricerca documentale debbano essere dichiarati sempre, mai o soltanto in determinate circostanze.

Non tutte le automazioni, del resto, incidono nello stesso modo sul prodotto finale. Un correttore ortografico può modificare poco il significato di un articolo. Una traduzione può cambiarne formulazione, tono e precisione. Un titolo seleziona l’angolo da presentare al lettore; un sommario decide quali elementi debbano apparire essenziali. Una shotlist organizza la rappresentazione visiva di una storia.

È quindi plausibile interpretare la soglia scelta da AP come una distinzione tra semplici strumenti di lavorazione e interventi capaci di modificare in maniera rilevante ciò che il pubblico riceve. È un’interpretazione, però, non una definizione fornita dall’agenzia.

Il precedente più utile risale al maggio 2024, quando AP aveva aperto tre sperimentazioni: la traduzione in spagnolo di articoli scritti in inglese, la creazione di sommari e la proposta di titoli. Tutti i risultati sarebbero stati revisionati da giornalisti. Soltanto per le traduzioni, però, l’agenzia annunciava esplicitamente che avrebbe indicato l’impiego della tecnologia, osservando che tradurre può rappresentare un cambiamento considerevole per una storia. Per sommari e titoli non veniva promesso un obbligo pubblico equivalente.

Quel precedente non stabilisce una gerarchia valida in ogni situazione, ma rende visibile il problema editoriale. Non conta soltanto che un software sia entrato nel flusso di lavoro. Conta quanto abbia modificato ciò che il pubblico legge, ascolta o vede.

La nuova policy segna anche una trasformazione rispetto alle regole pubblicate nell’agosto 2023. Allora AP definiva ogni risultato prodotto dall’AI come materiale di partenza non verificato e permetteva ai dipendenti di sperimentare con cautela, ma non di utilizzare strumenti generativi per creare contenuti pubblicabili.

Nel 2024 erano arrivate alcune sperimentazioni circoscritte. Nel 2026 l’assistenza dell’AI entra invece esplicitamente in una parte più ampia del lavoro ordinario, purché rimangano umani il controllo finale, la verifica e la responsabilità. AP sintetizza il principio affermando che l’AI non sostituisce il lavoro di reporting, la raccolta delle fonti, il giudizio editoriale o la verifica.

Anche il divieto relativo alle immagini richiede precisione. AP continua a proibire l’impiego dell’AI generativa per creare, alterare o migliorare fotografie giornalistiche. Non si tratta però di un bando assoluto contro qualsiasi immagine sintetica. Già nel 2023 l’agenzia ammetteva che un’illustrazione o un’opera generata dall’AI potesse essere mostrata quando era essa stessa oggetto della notizia, purché fosse identificata chiaramente e inserita nel contesto corretto. La distinzione è tra manipolare una testimonianza del reale e mostrare un oggetto sintetico per raccontarlo.

Resta da capire chi stabilisca quando l’AI abbia avuto un ruolo materiale. Il comunicato ribadisce che giudizio editoriale, verifica e responsabilità restano in capo ai giornalisti, ma non specifica se la decisione sulla disclosure spetti all’autore, a un editor, al dipartimento Standards, ai gruppi di prodotto o a un’altra struttura interna.

Non viene chiarito nemmeno se la soglia dipenda dalla quantità di testo generato, dalla funzione svolta, dal rischio di errore o dall’effetto concreto sul prodotto finale. Si può affermare soltanto che AP ha adottato standard interni e che i relativi criteri operativi non sono contenuti nel documento pubblico.

Il problema non riguarda soltanto AP. In un’analisi pubblicata dalla stessa agenzia nel febbraio 2026, Alex Mahadevan del Poynter Institute osservava che dichiarare genericamente qualsiasi uso dell’intelligenza artificiale nel processo di raccolta delle notizie potrebbe perfino diventare un disservizio: l’AI può comparire in moltissimi passaggi, dalla ricerca alla pubblicazione, senza avere sempre lo stesso peso editoriale.

La soluzione non è necessariamente applicare un’etichetta indistinta a ogni operazione tecnica. Poynter propone che una disclosure utile spieghi con precisione come sia stata usata l’AI e in quale modo una persona abbia verificato l’assenza di errori fattuali o distorsioni. La trasparenza, in questa prospettiva, non consiste soltanto nell’ammettere la presenza di una tecnologia, ma nel rendere comprensibile la divisione del lavoro fra sistema e giornalista.

Uno studio su 186 mila articoli pubblicati nell’estate del 2025 da circa 1.500 giornali statunitensi suggerisce intanto che l’impiego dell’AI sia molto più diffuso delle relative dichiarazioni. Nel controllo manuale di cento articoli classificati dal sistema dei ricercatori come probabilmente generati o assistiti dall’AI, soltanto cinque contenevano una disclosure. Il dato va trattato con cautela: la classificazione dipende da un rilevatore automatico e non dimostra con certezza l’origine di ogni testo. Mostra però la distanza che può crearsi tra l’adozione degli strumenti e la trasparenza verso il pubblico.

La notizia, quindi, non si esaurisce nell’ampliamento degli usi consentiti. AP ha precisato dove l’AI possa essere impiegata, ma non ha reso altrettanto visibile il criterio con cui deciderà di informare il pubblico.

Non sappiamo se l’indicazione promessa nel 2024 per le traduzioni rimanga automatica oppure sia stata ricondotta alla nuova soglia di materialità. Non sappiamo dove comparirà l’eventuale avviso: accanto all’articolo, in una nota metodologica, nei metadati o soltanto nei prodotti distribuiti ai clienti. Restano da chiarire anche le regole per gli assistenti di programmazione, che possono incidere sugli strumenti con cui una storia viene costruita o presentata senza intervenire direttamente sulle sue parole.

Questo non significa che AP sia priva di criteri più dettagliati. Significa che quei criteri non sono disponibili nel comunicato pubblico.

Il principio editoriale che emerge dal caso — e che KANSEI propone senza attribuirlo ad AP come una regola già definita — è dichiarare l’uso dell’AI quando non rappresenta più un semplice strumento di lavorazione, ma incide in modo sostanziale sul contenuto ricevuto dal pubblico.

È la direzione suggerita dall’espressione «material role». Non sappiamo ancora, però, come AP la tradurrà in pratica, chi dovrà farla rispettare e quali interventi ricadranno dentro o fuori dall’obbligo di disclosure.

Oggi è relativamente facile elencare tutti i punti nei quali l’intelligenza artificiale può entrare in una redazione. Più difficile è decidere quando il lettore abbia diritto di saperlo.

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