Di tutte le cose di cui dovrei provare nostalgia, non me ne manca veramente neanche una.
I viaggi in auto con i miei genitori, io e mia sorella che litighiamo per decidere che musica mettere durante le confortevoli dieci ore di macchina, mia madre che ogni volta mette su il muso prima di partire e dice «io non ci vengo con voi» e poi dorme tutto il viaggio. Mio padre che guida in silenzio, pensando a come liberarsi di lei. Seguirono anni di separazioni, divorzi, liti, malattie, impazzimenti, tradimenti. Mio padre che ha trovato il modo. Mai più un viaggio tutti insieme.
A casa di mia nonna ho bevuto per trentotto anni dallo stesso bicchiere giallo di plastica. Sempre quello, fin da quando ero troppo piccolo per quelli di vetro. Lo trovavo sulla tavola quando andavo a trovarla. Parlavamo, cioè lei parlava, io cercavo di parlarle e lei mi ignorava, sempre infastidita dal mondo. Il fumo del camino mi intossicava, io aprivo le finestre e lei alzava gli occhi: «Per un po’ di fumo tutte queste scene». Poi buttava nel camino-ciminiera avanzi di cibo, involucri di plastica, posate, telecomando. Ma mai il mio bicchiere.
Ora è in RSA, convinta d’essere immortale, ed è sempre contenta di vedermi. Ogni tanto dice «ok, ora basta, sono stufa, paga tutto e riportami a casa», come se si fosse seduta a riposare un attimo sulla sedia a rotelle. Io le dico «sì, presto», lei se ne dimentica.
Non ho nostalgia degli album Panini, mai collezionato niente, di Pikachu, mai visto, pallone da calcio, mai giocato. È fonte d’imbarazzo ogni volta che mio nipote di otto anni vuole giocare. Peggio di quando mi batte nei giochi di logica matematica. Facevo nuoto solo perché mi ci portava mio padre, ed ero contento perché si faceva da soli, sott’acqua.
Non ricordo nessuna puntata di Dawson’s Creek, anche se lo guardavo. La vera svolta, in quel paesino di provincia in cui sono cresciuto, è stato quand’è arrivato internet, mi sono collegato a un mondo di persone come me e ho iniziato a sentirmi meno solo.
Quindi, su di me i post su quanto erano belli la scuola, i diari, gli anni Novanta non funzionano, perché non avevo una vera vita sociale scolastica. Non ero uno di quelli che scopavano. Eppure, niente mi fa sentire escluso come quando vedo qualcuno più giovane rimpiangere un’epoca in cui non era ancora nato. Si può essere nostalgici di un passato mai vissuto?
Siamo la generazione più nostalgica mai vista. Lo siamo? Non saprei nemmeno come si misura. So che appena apro il telefono qualcuno vuole farmi ricordare qualcosa. Una merendina, Cristina D’Avena, i gelati più grandi, il telefono a gettoni. Devo aver avuto un’infanzia bellissima, a giudicare da quanto insistono. Mi fanno l'effetto degli Amish.
Nella lista di cose irrinunciabili metterei l’aria condizionata, prendere l’aereo e andarmene in giro senza essere ricco, avere in tasca la musica del mondo, i libri che voglio, i film che preferisco. Dovrei avere nostalgia di quando si scaricavano i porno a consumo? Internet è stato un bel posto in cui essere adolescenti, prima d’avere una webcam o una telecamera nel cellulare. Ho conosciuto persone coi miei interessi, dormito in tenda, per terra, visto concerti improbabili, conosciuto persone che poi sarebbero rimaste con me per decenni.
C’è però una cosa per cui provo estrema nostalgia. Ogni volta che vedo C. gli dico: «Ma te lo ricordi il 2019?».
Il 2019. Che anno.
Anzitutto ero magro e più giovane, mi sembra giusto cominciare da qui. Saltiamo la parte in cui ci diciamo che è bello essere cresciuti, che siamo più consapevoli, più intelligenti, più maturi e fingiamo di non essere superficiali. Da qui in poi può solo andare peggio.
Quell’anno non lavoravo un granché. Se chiudo gli occhi vedo me e C. che andiamo a fare il brunch al Four Seasons. Arriviamo con la mia Polo sfasciata e lercia, con uno strato di fogli e scontrini che la tappezzano, lasciamo passare le Rolls-Royce. Guadagnavo poco, ma sul brunch mantenevo degli standard di C. Ero felice. E se ci ripenso sono felice. Allora è questo che provano tutti quando guardano Sailor Moon o un Tamagotchi.
C. non mangia un cazzo, è la persona più nostalgica che conosca, e ha un gran senso dell'umorismo. Quindi anche quando mi comporto da persona di merda, trova il modo di renderlo divertente. A quel brunch c'era uno zoppo che continuava a passare vicino al nostro tavolo (era un buffet, non c'era nulla di sbagliato), ma per qualche motivo io lo notavo ogni volta che passava, e per qualche motivo, mentre mi ingozzavo, dicevo che era una sventura in arrivo e ci avrebbe portato un sacco sfiga.
Non c’era ancora stato il 2020. C. non aveva ancora scoperto di avere un tumore. Io non avevo ancora dovuto raccogliere mia nonna da terra nella propria merda. Ero su un precipizio e non lo sapevo. Avevo dei programmi e davo per scontato di poterli fare. Anche quelli stupidi. Soprattutto quelli stupidi.
Ogni tanto mi salta fuori qualcuno che scrive di voler tornare al 2019 e vorrei dirgli che lo capisco. Il tempo venuto dopo mi sembra in qualche modo rovinato, come se una parte di me si fosse persa. Mi viene da chiamarlo l’ultimo anno normale. Era l'anno in cui potevo scherzare di uno zoppo.
Non c’erano guerre, pandemie, rischi di estinzione per crisi climatica o perché un robot istruito con l’intelligenza artificiale inciampa in un cavo che fa esplodere tutte le bombe atomiche. (A ucciderci non sarà la malizia di una superintelligenza, sarà la sua coglionaggine).
Quando penso al 2019 penso a una versione di me che non esiste più e posso finalmente capire cosa provano i nostalgici. Mi manca la possibilità di poter perdere tempo pensando di avere tempo, e di pensare che il futuro è innocuo. Mi manca non avere paura.
Non bevo più da quel bicchiere giallo. È anche più igienico.
Ho scritto sul Foglio, Linkiesta, Link Idee per la tv e in altri posti. Non ho mai pubblicato un libro. Ho molte più idee di quelle che mi va di realizzare



