Il 2 settembre la Commissione Teologica Internazionale, l’organismo che affianca il Vaticano nello studio delle questioni dottrinali, ha pubblicato un documento sulla cura della Terra. Al suo interno propone di chiamare la distruzione ambientale «peccato contro il creato e contro il Creatore». Leone XIV ne ha autorizzato la pubblicazione. Da questo passaggio nasce la notizia di un nuovo peccato.
L’autorizzazione riguarda un testo di riflessione teologica. Come ricostruisce anche L’Espresso, il documento lascia invariato il Catechismo, il testo di riferimento dell’insegnamento cattolico. La commissione propone una formulazione e le ragioni per adottarla; presentarla come una nuova norma già introdotta dal Papa attribuisce alla pubblicazione un effetto che non ha.
Il Catechismo contiene già un obbligo verso l’ambiente, collocato nella spiegazione del settimo comandamento: quello che vieta di rubare. Il paragrafo 2415 pone limiti morali all’uso delle risorse naturali e chiede di considerare la vita degli altri, comprese le generazioni future. Il legame con la proprietà è concreto: chi dispone di una risorsa deve tenere conto delle conseguenze del suo utilizzo sulla qualità della vita altrui. La responsabilità riguarda dunque anche persone che nasceranno dopo di noi.
Francesco aveva affrontato esplicitamente la questione il 15 novembre 2019, parlando a un congresso internazionale di diritto penale. Disse che si stava pensando di inserire il peccato ecologico nel Catechismo. Riprendeva una proposta del Sinodo sull’Amazzonia, l’assemblea dei vescovi dedicata a quella regione: riconoscere una colpa anche nelle omissioni che danneggiano l’ambiente e le generazioni successive. Nello stesso discorso sollecitava una tutela penale contro la devastazione degli ecosistemi. Il piano religioso e quello giudiziario erano distinti, entrambi presenti nel suo intervento.
La commissione cerca ora parole che rendano esplicita la disobbedienza a Dio. Nella sua lettura, il mondo viene affidato agli esseri umani perché lo custodiscano: distruggerlo significa violare quel compito. Il termine «Creatore» serve a rendere riconoscibile questa relazione religiosa. Per gli autori, la precedente espressione «peccato ecologico» la lasciava meno evidente.
C’è poi la scala della responsabilità. Piero Coda, segretario generale della commissione, spiega su Vatican News che la proposta si collega alle nozioni cattoliche di peccato sociale e di strutture di peccato. È un modo di considerare il male anche attraverso l’organizzazione della vita collettiva. Le abitudini personali rimangono rilevanti, mentre l’esame morale si estende alle scelte con cui si governa e si produce. La cura dell’ambiente entra così nella valutazione religiosa delle responsabilità pubbliche.
Nel documento questo criterio comprende i dirigenti politici ed economici che potrebbero intervenire e omettono di farlo. Per i teologi, quindi, una colpa può consistere anche nella rinuncia a usare il proprio potere per proteggere l’ambiente.
Il Catechismo assegna già alla dottrina sociale della Chiesa una funzione di orientamento: proporre principi e criteri con cui valutare la vita economica e i rapporti tra le persone. Il nuovo documento segue questa impostazione. Offre una ragione religiosa per intervenire sul danno ambientale, senza stabilire una casistica dettagliata che associ ogni comportamento a una specifica colpa. La proposta indica chi deve interrogarsi sulle proprie decisioni; la valutazione delle singole condotte richiede ancora di considerarne le circostanze.



