Le tagliatelle finite sono una tragedia borghese perfetta: hai prenotato, hai già mangiato il piatto nella testa tre ore prima di sederti, e poi ti dicono che non c’è. Secondo quanto raccontato da Diego Rossi e riportato il 4 agosto dal Corriere Milano, è successo a due clienti di Trippa arrivate per le tagliatelle burro e Parmigiano viste sui social. Rossi ha inoltre annunciato, sempre secondo il Corriere, la sospensione temporanea di quelle tagliatelle e del vitello tonnato, per lasciare spazio ad altri piatti.
Capisco Rossi. A gennaio, intervistato da Gambero Rosso, diceva che la trattoria è il luogo in cui il cliente può rilassarsi e scegliere liberamente dalla carta; ad agosto, nelle frasi rilanciate dal Corriere, se la prende con Instagram e con il desiderio prefabbricato, quello che arriva al tavolo prima della fame. Non vedo una conversione improvvisa: vedo un cuoco che non vuole ridursi a distributore automatico delle proprie hit. È una posizione legittima; ed è anche una posa molto contemporanea, quella di chi ti concede libertà purché tu la eserciti nel modo giusto.
Poi però si apre la parte più interessante, che non è in cucina ma nei commenti. Il 6 agosto, in un thread su r/CasualIT nato dalla polemica, un utente scrive che parte del ruolo dello chef è «prenderti per mano e farti uscire dalla confort zone culinaria»; un altro replica che andare in un locale perché quella sera vuoi proprio quel piatto dovrebbe essere la normalità. Io sto con il secondo. Perché abbiamo trasformato qualunque cosa in un’esperienza pedagogica: il ristorante deve sorprenderti, il vino deve raccontarti una storia, la vacanza deve cambiarti, perfino il burro e Parmigiano dovrebbe educarti. Che fatica.
Ordinare sempre la stessa cosa, invece, ha una sua dignità. Non promette crescita personale, non fa curriculum emotivo, non si traveste da avventura. Ti piacciono quelle tagliatelle, o quel vitello tonnato, e vuoi ritrovarli identici. La ripetizione può essere un piccolo lusso di continuità, un gesto di fedeltà in un presente che ti chiede di aggiornarti pure a cena. Se tutto parla la lingua della novità, desiderare la stessa forchettata comincia quasi a sembrare un vizio aristocratico: non dell’élite, ma di chi difende il diritto di non essere continuamente migliorato.
Rossi sostiene, sempre nelle dichiarazioni riportate dal Corriere, che Instagram condiziona il modo in cui viviamo un’esperienza prima ancora di averla vissuta. Plausibile: basta guardare certi tavoli per capire che una parte della cena arriva già apparecchiata dall’anticipazione. Ma sarebbe comodo scambiare ogni ritorno per servitù all’algoritmo. Trippa è anche il posto di alcuni piatti stabilmente associati alla sua notorietà: trippa fritta, vitello tonnato, tagliatelle. Lo mostrano il menu storico del ristorante, la scheda dell’Accademia Italiana della Cucina e un menu 2026 indicizzato da TheFork. Chi torna per quelli forse cerca il post; forse cerca un sapore conosciuto. Le due pulsioni convivono, ma la seconda non è meno nobile solo perché non si presenta come scoperta.
In tutta questa faccenda, l’immagine che mi resta addosso non è il cliente conformista col telefono in mano. È il commensale adulto a cui viene spiegato che, per il suo bene, stasera dovrebbe desiderare altro. C’è sempre qualcuno pronto a prenderti per mano. Io, se ho prenotato per le tagliatelle, preferisco il burro.



