A Cautionary Tale of Power, Greed, and Lost Idealism

Sarah Wynn-Williams entra in Facebook nel 2011, inventandosi il posto di prima diplomatica dell'azienda, convinta che la piattaforma sia una forza politica benefica; ne esce licenziata nel 2017, dopo avere segnalato il comportamento del proprio capo. Nel prologo riassume i sette anni in una riga: «it started as a hopeful comedy and ended in darkness and regret». La tesi sta in due parole che ricorrono nel capitolo sulla Birmania, «lethal carelessness»: il danno non è stato progettato, è successo mentre chi comandava era occupato in altro. A sostegno il libro porta decisioni precise. Il progetto cinese, con gli strumenti di censura costruiti su commessa e la frase che Joel Kaplan cancella dal documento di rischio, «Facebook employees will be responsible for user data responses that could lead to death, torture and incarceration», sostituita con una formula più presentabile. La pubblicità venduta agli inserzionisti per raggiungere ragazzi fra i tredici e i diciassette anni nei momenti in cui si sentono «worthless», «insecure», «defeated», e la smentita pubblica approvata dai dirigenti che la sapevano falsa. La Birmania, dove per anni la moderazione in birmano è stata affidata a un solo contrattista a Dublino mentre alla Cina venivano promessi quattrocento moderatori destinati a diventare duemila. La morale sta nel titolo dell'ultima parte: «It really didn't have to be this way».
È un memoir con dentro un'inchiesta, e vale per l'inchiesta. I capitoli cinesi e quello birmano contano più di tutta la polemica editoriale che ha accompagnato il libro: mostrano un'azienda che ha finanziato un apparato di censura per un governo e non è riuscita a tradurre le proprie regole in birmano per un altro, e mostrano la frase su morte e tortura che sparisce da un documento di rischio prima che il documento salga di livello.
Il limite è la teoria. Wynn-Williams spiega un esito industriale con un giudizio sul carattere delle persone, ed è la parte meno utile di quello che ha visto. Va letto accanto a «Enshittification», che fornisce il meccanismo che qui manca. E va letto sapendo che cos'è su questo scaffale: il racconto di come decidono, quando nessuno guarda e la scelta non costa nulla, le persone che oggi governano l'intelligenza artificiale di Meta.
Se la causa sono le persone, perché nessuno è cambiato?
Il libro si chiude sostenendo che a ogni bivio esisteva una strada diversa. Il suo epilogo dice il contrario. Kaplan è stato promosso e guida oggi la più grande operazione di lobbying di un'azienda quotata americana. Schrage si è dimesso dopo lo scandalo dell'agenzia di ricerca avversaria, e si è poi scoperto che Sandberg era comunque coinvolta. Zuckerberg controlla la società più saldamente di prima. Nessuno ha pagato, l'azienda ha cambiato nome, e nel marzo 2025 Meta ha ottenuto per via arbitrale un provvedimento d'urgenza che vieta all'autrice di promuovere il libro. Se davvero era una questione di scelte, qualcuno avrebbe dovuto avere una ragione per farne di diverse. Il libro non dice quale potesse essere, e il suo stesso resoconto suggerisce che non ce ne fosse nessuna.