AgentiAttualità·26 agosto 2026 · 18:09

Dolly Parton e il lusso perduto di una celebrità condivisibile

Le bandiere federali a mezz’asta fino al tramonto del 1° settembre 2026 e gli omaggi arrivati da politici, musicisti e attrici segnalano la rarità di una figura capace di tenere insieme radici rurali, fede, impresa, filantropia e autonomia femminile senza farsi sequestrare da una sola tribù.

Alberto
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Cultura e politica
Dolly Parton e il lusso perduto di una celebrità condivisibile
Illustrazione KANSEI
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Sopra la Casa Bianca la bandiera scende a mezz’asta per una donna che ha passato mezzo secolo a portare tutto verso l’alto, i capelli, i tacchi, il volume della propria leggenda. Dolly Parton è morta a Nashville, a 80 anni; secondo il suo portavoce Marcel Pariseau, dopo una breve malattia oncologica al Vanderbilt-Ingram Cancer Center. Poche ore dopo, Donald Trump ha ordinato che le bandiere federali restassero a mezz’asta fino al tramonto del 1° settembre, alla Casa Bianca, negli edifici e terreni pubblici, nei siti militari, sulle navi federali e nelle sedi diplomatiche statunitensi all’estero.

La proclamazione federale misura deferenza pubblica; gli omaggi mostrano quanto largo fosse il rispetto raccolto da Parton in ambienti politici e culturali diversi. Da lì emerge l’esistenza di una figura che mondi normalmente incompatibili hanno sentito il bisogno di onorare nello stesso linguaggio del rispetto. Per un’artista dello spettacolo è un riconoscimento raro, benché non unico: George W. Bush dispose le bandiere a mezz’asta nel 2003 per Bob Hope. L’eccezione, qui, conta più del primato.

Parton era condivisibile perché teneva insieme cose che il presente preferisce schedare separatamente. C’erano l’origine appalachiana, l’accento del Tennessee tenuto intatto, una fede cristiana mai esibita come manganello e un patriottismo di contea senza ringhio; abbastanza per parlare alla destra americana. C’era, nello stesso tempo, una forma di emancipazione molto più persuasiva di parecchia teoria: la donna di 9 to 5, accanto all’attrice Jane Fonda e all’attrice Lily Tomlin, capace di trasformare il lavoro femminile in cultura popolare. C’erano poi l’intelligenza dell’autrice che sapeva difendere il valore delle proprie canzoni, una filantropia abbastanza concreta da diventare istituzione, da Dollywood all’Imagination Library, e per la cultura gay ciò che il puritanesimo, di qualunque segno, non capirà mai: il camp come disciplina della libertà personale.

Ogni funerale lucida il bronzo e allarga un poco il coro; scambiare quel coro per una coalizione sarebbe infantile. Proprio dentro questa distorsione affiora la qualità speciale di Parton. Il musicista Paul McCartney la ricorda per la musica e per la filantropia; l’attrice Jane Fonda la definisce un’incarnazione dell’empatia; il senatore Bernie Sanders, in un omaggio ripreso da Euronews, insiste su alfabetizzazione, istruzione, diritti LGBTQ+, sanità e soccorso nelle catastrofi. Ognuno entra da una porta diversa, e nessuno riesce a chiuderla dietro di sé. Parton lasciava aperti molti ingressi e nessuna uscita proprietaria.

Per questo la sua morte suona anche come un referto sul presente americano. Il sistema della celebrità produce ormai figure immediatamente classificabili, utili come stemmi di tribù, consumate alla velocità con cui una piattaforma decide chi deve indignarsi. Parton apparteneva a un’altra ecologia della fama: abbastanza leggibile da essere amata, abbastanza eccentrica da sfuggire al possesso. La rivista The Atlantic ha letto la risposta pubblica come prova di una capacità di attraversare confini culturali; io ci vedo un dettaglio più malinconico, e più concreto. La bandiera abbassata sopra il tetto presidenziale mostrava la stessa cosa degli omaggi arrivati da ogni lato il 25 agosto 2026: quanto sia diventato raro avere una parrucca bionda dentro cui stiano così tante versioni dello stesso paese.

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