Il senso delle cose
Scheda bibliograficainglese

The Myth of Artificial Intelligence

Why Computers Can't Think the Way We Do

Copertina di The Myth of Artificial Intelligence
AutoriErik J. Larson
EditoreHarvard University Press
Uscita2021
Pagine312
ISBN9780674983519
Campoinformatica — natural language processing e machine learning

La tesi

Il mito non è che l'AI vera sia possibile — quello resta un'incognita scientifica — ma che il suo arrivo sia inevitabile, solo questione di tempo. Larson sostiene che non siamo su alcun percorso verso l'intelligenza generale: i successi su compiti ristretti sono frutta a portata di mano, non progresso incrementale, perché l'inferenza che regge l'intelligenza generale — l'abduzione, il congetturare di Peirce — non sappiamo programmarla né apprenderla dai dati. Servirebbe una svolta scientifica di cui nessuno ha idea. Nel frattempo il mito copre il mistero e corrode la cultura dell'invenzione che servirebbe a scioglierlo.

Introduzione; capp. 12 e 18

Come ci arriva

Due errori fondativi Turing riduce l'intelligenza a soluzione di problemi — a Bletchley il codice, poi gli scacchi — e l'AI ne eredita la vocazione al ristretto. Good aggiunge l'ultraintelligenza: raggiunto il livello umano, l'esplosione è automatica. Il meccanismo non viene mai specificato; Von Neumann l'aveva già escluso nel 1948.
Kitsch tecnologico Il mito diventa cultura: una semplificazione emotiva che riscrive le domande difficili su mente e persona con storie di macchine inevitabili, apocalittiche o utopiche. Larson la chiama kitsch, sulla scia di Kundera: chi lo produce guadagna, chi lo consuma perde profondità.
Tre inferenze irriducibili Deduzione, induzione, abduzione: nessuna si riduce all'altra. La deduzione non aggiunge conoscenza e ignora la rilevanza; l'induzione — e il machine learning è induzione automatizzata — è legata ai dati dal vincolo empirico e dall'assunzione di frequenza, e fallisce sulla coda lunga. L'abduzione, la congettura che spiega il fatto sorprendente, è il cuore dell'intelligenza: e non ha teoria.
Prova del linguaggio Capire una lingua richiede abduzioni continue: pronomi, contesto, intenzioni. Gli schemi di Winograd, «a prova di Google», tengono i sistemi poco sopra il caso; Watson vince a Jeopardy! perché il 95% delle risposte sono titoli di Wikipedia. Ogni successo, scavato, rivela la trappola della ristrettezza.
Mito contro scienza Se l'intelligenza emerge dai dati, il genio è superfluo: swarm science, Human Brain Project — 1,3 miliardi per simulare il cervello senza un'ipotesi da testare, finito in retromarcia. Il mito, sostiene Larson con Wiener, è antiumano: soffoca proprio la cultura d'invenzione da cui potrebbe nascere l'AI vera.
Parte I (capp. 1-7); Parte II (capp. 8-14); Parte III (capp. 15-18)

Dove regge

Il quadro peirceano La tripartizione dell'inferenza è il contributo reale del libro: dà un nome preciso a ciò che manca. Il problema della selezione — quale conoscenza è rilevante ora, tra il miliardo di ipotesi possibili stimato da Peirce — è reale, aperto, e formulato con una chiarezza rara nella pubblicistica sull'AI.
Limiti dell'induzione Vincolo empirico, assunzione di frequenza, saturazione dei modelli, fragilità: gli argomenti sono documentati su sistemi reali — adversarial examples su AlexNet, AlphaGo, Watson, Duplex, Tay — e reggono ancora come descrizione di come i sistemi addestrati sui dati falliscono ai margini della distribuzione.
Onere rovesciato Contro Good e Bostrom, Larson chiede il «come» dell'esplosione d'intelligenza e mostra che nessuno lo fornisce: noi, intelligenze di livello umano, non sappiamo progettare menti migliori delle nostre. E l'inevitabilità sempre rimandabile di dieci anni è, per sua stessa struttura, infalsificabile — dunque non scienza.
Il caso Markram La parte sul big data senza teoria è verificata dai fatti che il libro stesso riporta: overfitting, il fallimento annunciato di Markram, la petizione di cinquecento neuroscienziati, il progetto ripiegato su software. Qui Larson non profetizza: documenta.
capp. 3, 10-12, 16

Dove non regge

Distinzione, non impossibilità Che l'abduzione abbia la forma logica di una fallacia deduttiva dimostra che non è deduzione; non dimostra che nessun meccanismo induttivo possa produrre comportamento abduttivo. Il passaggio decisivo è liquidato con un'analogia — «conoscendo tedesco e spagnolo, capirei il russo?» (cap. 14) — non con un argomento. È il salto su cui poggia l'intero libro. Brian Boyd, sulla New Atlantis, scava più a fondo: Larson combatte il computazionalismo restando nella sua cornice — l'intelligenza come inferenza — mentre significato, contesto e forma di vita eccedono anche l'abduzione.
Prove a scadenza Le evidenze empiriche sono contingenti e datate: Winograd schemas «poco sopra il caso», Google Translate che sbaglia «the box is in the pen» «a ottobre 2020» (cap. 13). I sistemi arrivati subito dopo superano gran parte di questi test; il testo non offre criteri per decidere se ciò confuti la tesi o sia «ancora simulazione». Nel 2024 GPT-4 supera benchmark abduttivi al 95,8% few-shot; Larson si è riposizionato sul «simulano senza comprensione concettuale» — per i critici, una ritirata non falsificabile.
Infalsificabilità speculare Larson rimprovera al mito l'infalsificabilità, ma la sua tesi rischia la stessa mossa: ogni successo induttivo è riclassificato in anticipo come frutto a portata di mano, problema «più semplice del previsto» (cap. 5, sulla traduzione) o simulazione senza comprensione (capp. 11, 14). Quale prestazione conterebbe come controesempio non viene mai detto.
Bersagli diseguali Con i massimalisti (Kurzweil, Bostrom, Markram) argomenta; con le posizioni intermedie scivola nel retorico: a Russell obietta che una superintelligenza senza coscienza «non è ciò che ci emoziona» — argomento estetico, non epistemico (cap. 7). E la Parte III generalizza da un caso documentato a una diagnosi di civiltà appoggiata a Thiel e Horgan.
capp. 5, 7, 11-14; Parte III

Il giudizio

Va letto, ed è invecchiato meglio dei suoi esempi. Le prove contingenti sono cadute — i sistemi successivi al 2021 conversano e risolvono gli schemi di Winograd — ma la domanda che il libro costruisce con Peirce resta la più precisa in circolazione: i sistemi induttivi capiscono o simulano? Le Parti I e II sono un corso di epistemologia dell'inferenza travestito da storia dell'AI, e valgono da sole il libro. La Parte III va letta come polemica, con beneficio d'inventario. Chi oggi discute di LLM trova qui il vocabolario per farlo seriamente — anche, e soprattutto, chi vuole dare torto a Larson.

Resta aperta

Se un sistema addestrato solo per induzione arriva a comportarsi come se abducesse — risolve gli schemi di Winograd, congettura, conversa — la distinzione tra inferire e simulare l'inferenza resta una differenza scientifica, misurabile, o diventa metafisica? E a chi spetta l'onere di dimostrarlo?

LETTURE è la rubrica di schede critiche di Lost in the Middle. Una scheda per numero, sui libri che servono a capire l'AI e quello che porta con sé. Il formato giudica l'argomento, non l'esperienza di lettura.