La difesa dell'ex ingegnere di OpenAI Abdulrahman Alfozan ha depositato una lettera del consolato saudita di Los Angeles. Il consolato si diceva pronto a coprire «l'intero importo» della cauzione, e in una seconda lettera prometteva di non rilasciargli documenti di viaggio se fosse uscito. Al giudice federale Alex G. Tse è sembrato «un assegno in bianco». All'udienza del 19 ottobre ha deciso che Alfozan resta in carcere fino al processo, perché il rischio che non si presenti è significativo.
Alfozan, 35 anni, cittadino saudita, è accusato di aver infilato una scheda con microfono nella porta USB di un televisore, nella sala riunioni dei dirigenti di OpenAI a San Francisco. Rischia fino a cinque anni. È stato arrestato il 9 ottobre e l'azienda lo ha licenziato. Per i procuratori la sua condotta può essere un pericolo per la sicurezza nazionale: nei giorni intorno all'installazione, in quella sala i dirigenti hanno incontrato funzionari di governo.
Secondo il memorandum dei procuratori per la detenzione, Alfozan aveva un volo di sola andata per Riad, il 12 ottobre, con la moglie e il figlio di tre mesi. Dopo l'arresto, scrivono, il governo saudita ha pagato alla moglie e al bambino un biglietto di sola andata per Gedda. Quel volo è stato cancellato quando un militare saudita ne ha pagato un altro, in business class per Doha. Sono partiti il 10 ottobre, il giorno dopo l'arresto. I procuratori citano anche messaggi WhatsApp con un membro della famiglia reale che voleva portarlo in un progetto saudita di intelligenza artificiale. A maggio gli ha scritto: «L'Arabia Saudita ha bisogno di te più degli Stati Uniti!». Lui ha risposto «100», un sì secondo l'accusa.
Per i procuratori, la cronologia del browser mostra che il 4 ottobre Alfozan ha aperto una cartella «Saudi Gov Docs». Fra luglio e settembre ha interrogato l'agente di produttività di OpenAI sugli incontri dell'azienda con il ministero saudita delle Comunicazioni. È lo stesso agente a cui, secondo la denuncia, aveva chiesto dove si riunissero i dirigenti. «Elenca le visite di OpenAI in Arabia Saudita previste quest'anno. Cerca su Notion, Slack, docs», ha scritto il 5 settembre.
La denuncia dell'8 ottobre legava la scheda ad Alfozan anche con due frammenti recuperati dalla memoria della scheda: l'indirizzo MAC, il codice che identifica ogni dispositivo di rete, e l'intestazione «NANOVOL1». Comparivano nei prompt di un account chatbot collegato alla moglie. Nel memorandum la moglie, interrogata dall'FBI, dice di aver visto il proprio account ChatGPT aperto sul portatile del marito. Su X OpenAI aveva scritto: «Abbiamo usato i nostri modelli per capire il dispositivo e da dove veniva». Nessuno dei due atti dice che cosa abbiano fatto quei modelli, né chi abbia estratto i prompt.
Secondo la difesa, Alfozan ha comprato i biglietti per Riad il 13 settembre, prima che OpenAI trovasse la scheda. Il 12 ottobre era l'ultimo giorno in cui la moglie poteva restare negli Stati Uniti dopo la fine del permesso di lavoro, e il congedo di paternità prevedeva il rientro il 21 dicembre. In aula gli avvocati hanno detto che il volo per Doha lo ha pagato di tasca propria un cognato che lavora per il governo saudita. L'avvocato William Pernik ha aggiunto che «OpenAI incoraggiava Alfozan a occuparsi dell'Arabia Saudita». E ha chiesto perché un agente di un governo straniero sarebbe rimasto otto o dieci giorni dopo aver saputo della scoperta.
L'accusa resta una sola, quella del registratore. Il memorandum non dice che il membro della famiglia reale gli abbia chiesto di registrare. Per i procuratori il reato c'è comunque, che Alfozan volesse migliorare i propri affari o aiutare un governo straniero, e l'indagine potrebbe portare ad accuse più gravi. Alfozan è presunto innocente, e Pernik ha fatto sapere che continuerà a chiederne il rilascio.
Il dettaglio da cercare nelle prossime carte è il contenuto della cartella «Saudi Gov Docs». Finora i procuratori ne hanno citato soltanto il nome.



